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mercoledì 19 gennaio 2011

Mya: Studio del Personaggio -2-

Ed eccoci di nuovo qui con gli splendidi disegni di Elisa. Questa volta abbiamo alcuni schizzi sulle "abitudini" della piccola Mya.

In questi giorni avrei dovuto pubblicare un nuovo capitolo, ma ho un po' da fare con il lavoro, quindi rimanderemo le avventure dei nostri eroi a questo fine settimana. Nel frattempo godetevi il nuovo disegno e fateci sapere cosa ne pensate.

Trovo queste simpatiche scenette di vita quotidiana semplicemente adorabili e devo ammettere che riesco già ad immaginarmi come descrivere questo personaggio e farlo interagire con gli altri. Nel frattempo la piccola Mya ha già fatto la sua prima comparsa, ma la impareremo a conoscere meglio nel prossimo capitolo.


domenica 9 gennaio 2011

Mya: Studio del Personaggio -1-

A quanto pare la nostra splendida illustratrice Elisa Moriconi è più veloce del previsto. Come potete vedere è già arrivato il primo disegno. Uno splendido studio del personaggio di Mya.
Devo ammettere che adoro come lo ha realizzato, è di una dolcezza infinita e la cura per i dettagli è impressionante. Ha saputo rendere al meglio ciò che le avevo richiesto e non vedo l'ora di iniziare ad usare questa splendida bimba nel mio romanzo.
In attesa degli sketch, vi lascio con il disegno e aspetto vostri commenti



giovedì 6 gennaio 2011

Nuovi Personaggi Crescono...

Ora che la storia del primo libro è ben definita e già orientata ad una conclusione (ovviamente nella mia mente, ma ormai credo che vi sia abbastanza chiaro il significato del titolo del libro :D) sto iniziando a buttare giù qualche idea sul secondo libro.
Avendo definito l'idea alla base di questo secondo capitolo delle avventure di Elliot e Kaila, ho potuto dargli un titolo (che magari vi rivelerò prossimamente). Ho già iniziato a tratteggiare le storie che ne faranno parte e vi ho già lanciato qualche indizio in questi ultimi post che ho scritto.
Ovviamente la storia sarà molto articolata, il gruppo si separerà più volte dando origine a più storie parallele che condurranno ad un finale comune.
Per fare questo verranno creati nuovi personaggi che si affiancheranno a quelli che già conoscete, ed è proprio uno di questi il soggetto del mio post.
Ho avuto una di quelle idee strane e bislacche di cui vi parlavo nel prologo del blog: invece di descriverlo e di tratteggiarne i dettagli comportamentali, ho preferito creare un piccolo background che permetta di legarlo alla storia e poi lasciare il compito di caratterizzarlo ad Elisa Moriconi. Chi la conosce sa che è una fantastica illustratrice che già ci ha regalato una splendida pin-up di Kaila. La sua missione (qualora decida di accettarla XD) sarà di realizzare una pin-up del personaggio e poi tanti sketch che lo ritraggano in scene di vita quotidiana o in atteggiamenti particolari che ne definiscano il carattere. Non le ho dato molte linee guida, ho preferito lasciare il tutto alla sua fantasia, poi sarà compito mio creare un background e/o una spiegazione per ognuno dei suoi disegni. Ovviamente non le ho dato un limite sul numero di sketch; più ne farà, più il personaggio ne risulterà "definito". Penso che mi divertirò molto ad inventarmi le storie nascoste dietro le tavole che Elisa ci presenterà e se la cosa avrà successo potrebbero esserci altri personaggi creati con questo sistema.

Il personaggio in questione si chiamerà Mya (come il mio cane :D) e sarà una bambina di 12 anni della tribù di Hangwick. Quattro anni prima degli eventi che stiamo narrando cercò di tentare la trasformazione in lupo, purtroppo però era troppo piccola per riuscire nell'intento (questa cosa la spiegherò meglio nel libro) e pertanto rimase "bloccata" in una condizione a metà via tra il Nano e il Lupo. Questo è tutto il background che ho dato ad Elisa, mi sembra di averle lasciato ampio respiro :D
Per quanto riguarda il carattere, la sua parte umana sarà rimasta molto infantile, mentre la sua parte lupesca si sarà sviluppata parecchio (in quattro anni i lupi diventano adulti), quindi Mya avrà un forte istinto di autoconservazione, sarà molto agile, con un udito impeccabile e una buona vista notturna. Altro piccolo particolare: la ragazza non sarà in grado di parlare e quindi dovrà fare molta fatica per farsi capire dai suoi nuovi amici.
Con gli anni Mya è diventata un po' la mascotte del villaggio, ma al contempo viene considerata dagli abitanti di Hangwick come una bambina avventata e, diciamocelo, un po' stupida, pertanto nessuno vorrà darle ascolto quando avrà qualcosa di importante da comunicare... è proprio una fortuna che nel villaggio siano arrivati dei forestieri che di lei non sanno nulla ;)

Restiamo in attesa dei disegni della nostra illustratrice preferita e non disperate, dalla prossima settimana, digeriti dolcetti e panettoni, il ritmo degli episodi riprenderà regolarmente.


mercoledì 29 dicembre 2010

Tecnica di Scrittura Top-Down

Quello che vorrei fare in questo post è parlarvi di come mi approccio alla scrittura, del mio metodo e di come ci sono arrivato. Ovviamente ci tengo a sottolineare che questo è il mio metodo, quindi potrebbe non risultare adatto a tutti. Ognuno si rapporta alla scrittura nel modo in cui si sente più a suo agio. Resta il fatto che se qualcuno ancora non ha trovato il suo metodo o magari è solo curioso di conoscere il mio, potrebbe trovare interessante quanto ho da dire.

Chi mi segue fin dall'inizio saprà che di lavoro faccio il programmatore. In un certo qual modo anche lo sviluppo di software ha un ché di artistico, o per lo meno così è quando si ha una certa libertà di azione. Programmare stimola molto la creatività ed è una sorta di punto di incontro tra la risoluzione di problemi matematici e la scrittura creativa come quella che potete leggere in queste mie pagine. Allora la domanda vien da sé, come si legano le due cose?
Effettivamente il lavoro di sviluppo influenza molto il mio metodo di scrittura, tanto che potrei dire di approcciarmi alla stesura dei capitoli con la stessa tecnica con la quale programmo.

Facciamo un passo indietro. Una piccola dissertazione informatica necessaria ad introdurre l'argomento. Ancor prima di scrivere il codice che darà vita ai programmi che ogni giorno girano sui vostri computer, un programmatore deve affrontare una lunga fase di progettazione. In realtà questa fase è la parte più consistente del lavoro perché, una volta terminata, il software in pratica si scrive da sé. Non importa che linguaggio si decida di usare per lo sviluppo, durante la progettazione il software viene analizzato in ogni sua parte e viene organizzato il lavoro che dovrà essere fatto -non come dovrà essere fatto, verrà solo identificato quale è il lavoro da fare- quindi questa metodologia può essere applicata a qualsiasi campo, dalla scrittura creativa all'organizzazione di una cenetta a lume di candela alle vacanze estive con gli amici.

Nello specifico, esistono due metodi principali che vengono utilizzati per la progettazione del software: la Bottom-Up e la Top-Down. Come suggeriscono i nomi, quello che cambia è il senso in cui si decide di muoversi.
Nella programmazione Bottom-Up si parte da un livello di astrazione molto basso, ovvero più vicino al codice macchina e meno orientato alla fruizione, per poi procedere aggiungendo funzionalità che man mano rendano il software adatto all'utilizzo da parte dell'utente finale. Questo tipo di progettazione è utile quando si intende realizzare software di ampio respiro, con finalità generiche e molteplici applicazioni. Si prenda per esempio un sistema operativo come Windows o Linux, la progettazione parte necessariamente dal basso, ovvero dal kernel che è a tutti gli effetti il cuore del sistema operativo e che permette la comunicazione diretta del software con la macchina. Una volta realizzato il cuore, si passa ad aggiungere gli altri organi, i programmi che forniranno le varie funzionalità al sistema ed infine si realizzerà un'interfaccia grafica che permetterà all'utente di gestire il tutto.
Al contrario, la programmazione Top-Down è orientata a software più 'piccoli' di cui si conosce fin dall'inizio la finalità. In questo caso si parte da un'idea e si cerca di trasformarla in realtà procedendo per suddivisioni. Come quando in matematica si scompone un problema per ricondurlo ad operazioni basilari e quindi di semplice soluzione, anche in informatica si cerca di suddividere il software in blocchi sempre più piccoli definendone man mano le connessioni tra le varie parti e rendendo il processo di sviluppo facile e immediato. Questo è il tipo di approccio che utilizzo per scrivere e di cui voglio parlarvi.
Di seguito vi riporterò le varie fasi che partono dall'idea iniziale fino ad arrivare alla stesura del singolo capitolo utilizzando i passi della programmazione Top-Down.


Lo Scopo (Le Idee)

Per scopo in informatica si intende la finalità del software. Nel nostro caso, la finalità che vogliamo raggiungere è scrivere una storia, quindi come prima cosa dobbiamo avere delle idee ben chiare in mente. Non dobbiamo necessariamente conoscere ogni vicenda che porterà dal prologo all'epilogo, in questa fase non ci interessa neanche sapere chi sono i personaggi e cosa faranno. L'unica cosa sulla quale dobbiamo focalizzarci è l'idea.
Una storia nasce sempre da un'idea, che sia vaga o specifica non importa, l'unica cosa che conta è che sia nostra, che la sentiamo dentro e che sia per noi fonte di ispirazione.
Nel mio caso l'idea era quella di un mondo dove convivessero magia e tecnologia e che per una qualche ragione queste venissero separate in modo da non potersi più incontrare.
E' molto generica e a questo punto non si può ancora identificare un racconto, ma è la tela sulla quale dipingere la nostra storia.

Lo Scenario (L'Ambientazione)

Questa è la fase in cui la storia viene 'sbozzata'. L'idea viene applicata in maniera concreta e viene dipinta l'ambientazione del romanzo. In informatica, il significato del termine scenario è un po' diverso da quello che si intende comunemente. Ci si mette nei panni dell'utente e si definisce cosa ci si aspetta dal software. In un programma di video-scrittura, l'idea è di avere uno strumento che permetta di scrivere dei testi, lo scenario è l'interfaccia che ci permetterà di farlo. Ovviamente a questo punto l'interfaccia è solo ipotizzata, il più delle volte non assomiglia per nulla a quella finale che verrà proposta all'utente, ma serve da linea guida per ottenere il risultato.
Avendo a disposizione una bozza di interfaccia, si può immaginare quali azioni vorrà compiere l'utente e quindi iniziare a suddividere le varie funzionalità. Nel nostro caso questo aiuto ce lo fornisce l'ambientazione. Descrivere nella maniera più accurata possibile il mondo all'interno del quale si muoveranno i nostri personaggi ci aiuterà a dare forma alla storia. Badate bene che a questo punto non ho ancora definito cosa dovrà accadere nella storia, ma so in che modo potrà evolversi e posso quindi iniziare a delineare una serie di avvenimenti che potrebbero accadere e ho definito le regole alle quali dovranno sottostare i personaggi.
Ci sarebbe molto da parlare sulle regole, ma finirei per scrivere un altro libro. Diciamo che come nella vita di tutti i giorni, ci sono alcuni aspetti che sono indipendenti dalla nostra volontà e che dobbiamo semplicemente accettare. Ogni giorno il sole sorgerà e tramonterà, la forza di gravità sarà sempre uguale, l'arsenico è una sostanza tossica e l'ossigeno è una necessità per sopravvivere. Non dico che dovrete creare tante regole quante ne esistono nel mondo reale perché altrimenti impazzireste, ma vanno fissati alcuni punti sui quali bisogna essere rigidi e coerenti. Nella mia storia le persone che vengono dal mondo della tecnologia non possono fare uso di magia e viceversa (se a qualcuno è venuto in mente Elliot, vi rimando al capitolo delle eccezioni). Una volta create delle regole generali, si possono definire delle regole più piccole e soggette a restrizioni, come ad esempio nel caso di Kaila che, essendo una discendente degli Edori, ha il potere della preveggenza. In questa fase possiamo definire cosa esiste e cosa non esiste nel nostro mondo -elfi, nani, vampiri, licantropi, mutaforma, cervi con le ali, etc...-, cosa è possibile e cosa non lo è -volare, teletrasportarsi, saltare da una torre senza morire spiaccicati, viaggiare nel tempo e nello spazio in una cabina blu, etc...-
Una volta definite le regole si avranno a disposizione tutti gli strumenti per iniziare e delineare una storia vera e propria.

Casi d'Uso (La Storia)

I casi d'uso sono delle descrizioni sommarie di cosa gli utenti faranno con il software, di come si muoveranno all'interno dello scenario e di cosa ci si aspetta come risultato. Eccola qui la nostra storia. Ora che abbiamo delineato il mondo in cui questa si svolgerà, è giunto il momento di trasformare la nostra idea in qualcosa di più concreto. Ovviamente anche in questa fase non ci servono i dettagli degli avvenimenti, ci basta sapere in maniera per sommi capi cosa vogliamo raccontare e come vogliamo raccontarlo. Butteremo giù poche righe per descrivere la storia, una sorta di riassunto o sinossi che poi andremo man mano ad affinare.
In questa fase può anche avvenire una prima suddivisione. Per identificare i casi d'uso infatti si definisce cosa un utente potrà fare in una determinata schermata, ma non è detto che il lavoro completo potrà essere ricondotto all'interno dello stesso caso d'uso. In poche parole è questo il momento di definire come organizzare la storia in macro-sezioni, libri, saghe o quello che meglio si adatta al nostro genere. A questo punto sarà necessario scrivere accanto alla sinossi della storia completa anche le sinossi dei singoli libri o sezioni mantenendo ben presente la storia generale. In questo modo potremo concentrarci sulla prima parte della storia avendo però un riferimento a ciò che dovrà accadere sia in senso generico sia nello specifico nelle macro-sezioni successive (ad esempio potremo far accadere un evento nel primo libro e spiegarlo solo nel secondo, così si crea curiosità e aspettativa nel lettore). Personalmente cerco di non esagerare, perché ogni parte della storia avrà bisogno di un finale che lasci il lettore soddisfatto, altrimenti potrebbe decidere di non leggere il seguito.

Funzionalità (Gli Eventi)

Ogni caso d'uso dovrà fornire diverse opzioni all'utente fornendo così una prima suddivisione in funzionalità. In questa fase di scrittura, riconduciamo la storia ad una serie di eventi. Gli eventi non sono altro che momenti in cui accadono fatti che definiranno l'evolversi della storia. E' utile creare un vero e proprio diagramma di flusso in cui tutti gli eventi sono descritti brevemente e in ordine cronologico, così da avere una scaletta da seguire in fase di scrittura. Il concetto alla base della programmazione Top-Down è di avere un quadro generale ma di specializzarsi sui singoli oggetti di sviluppo. In pratica la cosa più importante è concentrarsi di volta in volta sul singolo evento. E' per questo che definendo una scaletta si dovranno descrivere tutti gli intrecci che avverranno nel libro, così quando si inizierà a scrivere la storia si avranno già a disposizione tutte le informazioni necessarie per poter accantonare temporaneamente il quadro generale.
Per facilità è bene scrivere per ogni evento una lista di avvenimenti che devono accadere fornendo un'ulteriore suddivisione del lavoro all'interno di ogni passo.

Gli Attori (I Personaggi)

In fase di progettazione per attori si intendono quei blocchi di programma che parteciperanno attivamente alla funzionalità in esame. Personalmente non ho ancora chiaro quanti e quali saranno i personaggi di tutto il libro/saga. Di volta in volta mi limito ad esaminare un evento particolare e cerco di immaginare chi vi prenderà parte. Ogni evento ha i suoi protagonisti che si alterneranno sulla scena, è quindi necessario in questa fase buttare giù due righe per dare una descrizione dei vari personaggi, sia fisicamente che psicologicamente, inoltre va descritto cosa faranno mentre saranno presenti in scena. In questa maniera sarà sempre possibile aggiungere nuovi personaggi e lo si potrà fare con metodo e senza troppe forzature. Tra l'altro questo sistema permette di dimenticarsi completamente dei personaggi già introdotti ma non presenti in scena, facendo in modo di rendere più semplice la stesura del testo. Qualora ci venga in mente qualche nuovo evento durante la stesura delle descrizioni (a me capita spesso di voler creare degli eventi che spieghino il cambiamento caratteriale di un personaggio in base a come l'ho descritto) potremo sempre tornare al passo precedente e aggiungerlo, non bisogna mai tenere nulla a mente, la memoria è molto labile e rischieremmo di perdere l'idea.

Gli Oggetti (I Capitoli)

Quando si parla di oggetti significa che si è in una fase intermedia in cui la progettazione si fonde con lo sviluppo reale. Gli oggetti sono le porzioni di codice che descrivono un attore e che eseguono le azioni. In questa fase quindi si prende in esame un attore alla volta e si definisce cosa può fare e come lo può fare, sempre ovviamente all'interno della funzionalità che si sta analizzando. Prendiamo quindi di volta in volta i nostri personaggi e raccontiamo la loro storia, li facciamo muovere all'interno dell'evento e ne descriviamo le varie interazioni con gli altri personaggi. A conti fatti stiamo stendendo una prima bozza di quello che sarà un capitolo del nostro libro e se le descrizioni dei personaggi, dello scenario e dell'evento sono state adeguatamente approfondite, la storia si scriverà da sola.
Ho scelto questa via perché mi permette di vedere una stessa scena attraverso gli occhi di diversi personaggi, sia buoni che cattivi, con l'intenzione di dare una maggiore tridimensionalità alla storia. In questa maniera nulla è lasciato al caso e si ha la possibilità di spiegare tutte le cause e gli effetti delle varie azioni.
Inoltre, scrivere ogni capitolo dal punto di vista di un personaggio diverso permette di approfondire la psicologia della persona e vivere più intensamente le relazioni che questa crea con gli altri attori.

Le Eccezioni

Quando si studiano i casi d'uso, vanno prese in considerazione anche le cosiddette eccezioni. Queste sono delle condizioni di errore gestite, nel senso che si prevede che possano accadere e quindi si studia il modo di reagire opportunamente. Nel caso della scrittura, è possibile prevedere che alcune regole possano essere aggirate o addirittura infrante, anzi, è importante che ogni tanto qualche regola venga infranta perché vi permetterà di descriverla nel dettaglio e fornire un maggiore spessore all'evento o al personaggio che ha infranto quella determinata regola.
*SPOILER* (Evidenziare per leggere ^_^)
Nel mio caso Elliot è in grado di utilizzare la magia nonostante sia nato nel mondo della tecnologia. Questo è un evento fondamentale che verrà spiegato più avanti e che determinerà in modo significativo le dinamiche della storia.

*SPOILER*


Il Linguaggio (Lo Stile)

Una volta definiti gli oggetti con le loro proprietà e le loro funzioni, passeremo alla scrittura vera e propria del codice. Per farlo è necessario scegliere un linguaggio appropriato -che può essere C, C++, Java, Assembly, etc...- e non deve essere necessariamente lo stesso per tutti gli oggetti. Non è impossibile trovare librerie all'interno dello stesso software scritte in linguaggi diversi. Anche se in informatica questa pratica è deprecata, in scrittura invece si rivela essere una pratica molto divertente. Permette all'autore di spaziare tra i vari stili e fornisce al personaggio descritto nel capitolo delle peculiarità uniche. Nel mio caso ad esempio ho scelto di narrare in prima persona i capitoli dedicati a Mallory. Questo ovviamente sta alla fantasia dello scrittore, purché poi si mantenga una certa coerenza all'interno del libro (Nel mio caso tutti i capitoli dedicati a Mallory saranno scritti in prima persona).


Conclusione

Spero che questo post possa essere utile a qualcuno, ma ci tengo a ribadire che non esiste un unico metodo e che quello qui descritto è solo quello che uso io e potrebbe anche non essere condiviso dai più. Buona scrittura!


mercoledì 8 dicembre 2010

150 Pagine!

In questi giorni mi sono in un certo senso impegnato in un esperimento. Volevo vedere se era possibile fare lo scrittore come 'lavoro d'ufficio'. Mi spiego: Sto cercando di scrivere un capitolo al giorno, iniziando con la prima stesura dalla mattina alle 8:00 fino a -più o meno- le 13:00. Pausa pranzo. Poi passo alla correzione di bozze e alla rilettura fino alle 17:00.

Questo vi da la misura di quanto io mi impegni nel mio lavoro reale XD

Beh, questo esperimento durerà solo per questa settimana, quindi aspettatevi altri due capitoli tra giovedì e venerdì (Oggi è festivo :D). Intanto però comincio a notare un primo tipo di impatto di questo 'metodo' sulle storie che scrivo. I capitoli risultano più corti. Per forza di cose in un giorno vengono in mente meno cose da dire, e quindi la lunghezza ne risente. Un'altro problema è la forma. Scrivo e riscrivo più in fretta, il che porta ad un naturale generarsi di errori grammaticali. Tutto sommato però non è impossibile mantenere il ritmo, ammesso di prendersi comunque un periodo a fine stesura per effettuare una rilettura correttiva.

Un vantaggio che ho notato invece è che risulta più facile mantenere uno stile omogeneo. Beh, almeno per me è un vantaggio. L'altro giorno mi sono riletto il primo capitolo e per poco non lo cancellavo e lo riscrivevo da capo... bellissimo, per carità, lo adoro. Però è completamente diverso dallo stile che sto tenendo oggi.

Devo fare un piccolo mea culpa. Il motivo per cui avevo iniziato questo blog sta proprio nel fatto che mi era venuto in mente la prima parte de Il Sigillo, una storiella seria ma raccontata in maniera ironica. Negli ultimi capitoli quel tipo di ironia si è dapprima assottigliata fin quasi a sparire. Credo proprio che mi impegnerò per recuperare quella freschezza e quella simpatia che ero riuscito ad infondere nelle prime pagine di questo libro.

Tutto questo cosa c'entra col titolo del post? Niente! Ok, non sono pazzo... oddio, forse un po' lo sono. Il punto è che finora vi ho fatto le 'comunicazioni di servizio', ora però è giunto il momento di arrivare al vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo breve post.
Stamattina, preso da una botta di fancazzismo, ho deciso di provare ad impaginare il libro, o perlomeno ciò che ho scritto finora. Ho scaricato diverse guide su come si impaginano i libri in maniera professionale e mi sono messo al lavoro. Il risultato mi ha lasciato a dir poco senza parole: 150 PAGINE!!!!

Credevo di averne scritte al massimo una cinquantina. Mai mi sarei aspettato di aver scritto una mole così enorme di testo. Eppure siamo solo all'inizio, sto presentando i personaggi e tratteggiando la storia... Se adesso sono a 150 pagine, per completare il libro arriverò almeno a 1500! Questo mi ha portato a fare una seria considerazione sul proseguo della storia e su come organizzarla. Da bravo scrittore Fantasy ho deciso di realizzare una trilogia. Questo porta una grande semplificazione dal mio punto di vista. Nel senso che manterrò comunque la visione di insieme della storia, ma per il momento mi concentrerò sul raggiungere un obbiettivo più immediato che porterà alla conclusione del primo libro. Inoltre in questa maniera posso meditare con più calma su come gestire le parti successive della storia.

Beh, detto questo ci terrei a ringraziare tutte le persone che finora mi hanno seguito e che in giro per internet mi hanno fatto i complimenti (vi becco tutti con le statistiche di Blogger :D)

Vi auguro una buona lettura coi capitoli a venire.


martedì 16 novembre 2010

La Festa

Nell'istituto superiore McFrancis fervevano i preparativi per l'imminente festa di Halloween. I ragazzi più popolari della scuola avevano costituito un Comitato di Organizzazione la cui missione era di evitare accuratamente ogni tipo di sforzo. Avrebbero elargito ordini e delegato compiti a tutti coloro che non facevano parte del comitato stesso. C'era chi si occupava di procurare le luci. Chi doveva organizzare il catering. Chi doveva scegliere le canzoni per il ballo. Chi doveva recuperare i fondi necessari per rendere tutto questo possibile.
Tra i più emarginati furono selezionati i ragazzi che avrebbero dovuto vestire i panni dei camerieri. Era un grande dono che il Comitato faceva a questi poveri compagni che in alternativa non avrebbero avuto l'onore di partecipare alla festa. Alcuni addirittura si offrirono volontari. Altri si dovettero accontentare di avere l'onore e l'onere di ripulire la palestra e di mantenerla pulita durante lo svolgersi della festa.
La palestra risplendeva come non mai durante il periodo delle celebrazioni. Pertanto il Preside non esitava mai a concederla ai suoi studenti per qualsiasi tipo di ricorrenza. Così si festeggiava la festa di Natale e quella di Capodanno. Si celebrava l'inizio di ogni stagione. La fine della scuola. L'inizio della scuola. L'inizio del nuovo semestre. Il compleanno e la scomparsa di John McFrancis, da cui la scuola prendeva il nome. Poi c'era la festa dei Papaveri, quella delle Primule, quella dei Castagni e quella dei Fagioli Borlotti. Melt Parson, Preside dell'Istituto superiore McFrancis, aveva trovato il modo di non spendere il becco di un quattrino per pagare le pulizie della Palestra.
Tutto procedeva come una macchina i cui ingranaggi sono ben oliati. Ognuno svolgeva il suo compito diligentemente. Ognuno si guardava bene dal creare il benché minimo problema. Ognuno voleva la sua fetta di gloria. Come ogni anno la festa sembrava organizzarsi da sola. Una invisibile catena di montaggio si occupava di assemblare ogni pezzo del puzzle. Tutto sarebbe stato pronto in tempo per la fine di ottobre.

Lara, come in occasione di ogni celebrazione, faceva di tutto per rendersi invisibile. Non che dovesse fare un grande sforzo. La cosa le riusciva abbastanza naturale. Persino la cuoca della mensa era più popolare di lei. La cosa le andava a genio e pertanto non aveva mai fatto nulla per migliorare la sua situazione.
Migliorare non è un termine corretto. Per migliorare qualcosa si deve assumere che la condizione attuale non sia buona. Lara adorava essere se stessa. Era orgogliosa del suo genio. Adorava i suoi vestiti così pratici. Era fiera dei suoi occhiali da intellettuale. Beh, forse quelli prima o poi li avrebbe cambiati. Le dava fastidio il modo con cui puntualmente le scendevano sul naso. Però sentiva che quel gesto semplice con cui se li sistemava prima di parlare, prima di attaccare, le dava una certa autorità. La inebriava quel senso di superiorità quando guardava tutti dall'alto verso il basso. Loro, poveri ignoranti. Loro, piccoli e infantili. Loro, il cui unico pensiero era festeggiare e divertirsi. Lei era superiore a tutto questo. Lei era il genio, quella intelligente. Lei avrebbe cambiato il mondo. Loro no!
Questa sua superiorità aveva un prezzo. La gente ignorante ride delle cose che non capisce. E di gente ignorante al McFrancis ce n'era tanta. E lei era veramente molto incompresa, perché i suoi compagni di scuola non si limitavano a schernirla. Più di una volta aveva trovato salamandre vive e rane morte - per gentile concessione del laboratorio di biologia - rinchiuse nel suo armadietto o nella sua borsa. Più di una volta, andando in bagno, aveva dovuto forzarne la serratura per riuscire ad uscire. Più di una volta il pranzo di qualche studente sbadato era andato a ravvivare la sua folta chioma castana. Più di una volta i suoi splendidi occhi verdi avevano dovuto osservare da vicino la ghiaia del parcheggio per via di qualche maldestra ragazza che aveva casualmente inciampato su di lei.

Lara aveva imparato ad ignorare questi comportamenti puerili perché sapeva che un giorno tutta quella gente si sarebbe dovuta inginocchiare ai suoi piedi. Quelli che oggi la buttavano a terra, domani le avrebbero portato le borse. Quelli che oggi le lanciavano il cibo addosso, domani sarebbero diventati i suoi camerieri personali. Doveva soltanto far fruttare la sua intelligenza superiore. Doveva dimostrare di essere la migliore. Doveva vincere ogni battaglia, ogni sfida che le si parava davanti.
La gara di scienze. Quello era il suo primo obiettivo.
A partire dall'inizio dell'anno scolastico, ogni settimana uno studente presentava un progetto di scienze. Il progetto veniva discusso in classe e valutato dal Professor Stevens.
Il Professor Stevens. L'unico barlume di luce in un mondo di oscurità. L'unica persona degna di guardarla da pari. L'unico essere intelligente in un istituto di decerebrati. L'unico da cui Lara accettasse critiche. L'unico che valorizzasse le sue capacità e il suo ingegno.
Passata la festa di Halloween sarebbe stata organizzata la festa della Scienza, in cui i progetti migliori tra tutte le classi sarebbero stati esposti ed una giuria imparziale e incapace avrebbe selezionato il lavoro migliore. Incapaci. Chi altro potrebbe aver scelto il lavoro di Elliot Summer durante la gara del primo anno. Uno strano ammasso di ingranaggi che... preparavano la colazione. Tè, spremuta, bacon e uova strapazzate. Cosa ci può essere di più stupido. E come poteva essere una cosa del genere migliore del suo progetto di depurazione dell'acqua sfruttando il metabolismo di batteri organici unicellulari.
"La gente vuole qualcosa che può capire, che può vedere, che può toccare. La giuria quasi mai premia il migliore. A volte il più ingegnoso, a volte il più divertente, a volte il più commovente. Mai il migliore in assoluto". Queste erano state le parole del Professor Stevens che la avevano aiutata a sopportare l'umiliazione. Che la avevano rasserenata. Che le avevano dato la forza di ricominciare da capo. Lei era la migliore. L'aveva detto il Professore. Doveva solo dimostrarlo a tutti. In special modo a quel sempliciotto di Elliot. Lo aveva già stroncato davanti a tutta l'aula per via della sua lacunosa esposizione. Ora era il suo turno e avrebbe preparato un progetto che difficilmente sarebbe stato dimenticato.

Da settimane Lara lavorava alla sua presentazione. Avrebbe mostrato a tutti un innovativo sistema anti-incendio basato su delle bolle di vuoto circoscritte all'area dove il fuoco divampava. Si era procurata un barattolo di cubetti di Sodio dal laboratorio di chimica e li avrebbe usati per generare delle piccole esplosioni che, spazzando via l'aria, avrebbero spento le fiamme. Era così orgogliosa del suo lavoro. Aveva costruito qualcosa di utile, che salvava la vita. Inoltre faceva scena, c'erano i piccoli scoppiettii del sodio lasciato all'aria che più volte avevano fatto sorridere sua madre. Quanto desiderava vedere quel sorriso sulle labbra del Professor Stevens.
A breve sarebbe iniziata l'ora di Scienze. Oggi toccava a lei. Doveva essere tutto perfetto. Si nascose in Palestra, sopra le gradinate, per fare le ultime prove. Per assicurarsi che tutto andasse bene.
Poggiò il suo modello sul gradino di legno. Posizionò i batuffoli di cotone imbevuti di alcool per simulare l'incendio. Accese un fiammifero e incendiò i batuffoli. Quando le fiamme furono opportunamente brillanti prese il grosso barattolo che conteneva il Sodio. O almeno ci provò. Nella sua borsa non c'era. Eppure doveva essere lì. Nella borsa che aveva appoggiato dietro di se. Nella borsa che non ricordava di aver lasciato aperta. E cos'era quel rimbombo? Quel rumore che la infastidiva. Come una palla che rimbalzava. Come un enorme barattolo pieno di Sodio che cade di gradino in gradino senza rompersi. Il vetro doveva essere bello spesso.
Lara sbiancò. Si alzò di scatto per rincorrere il barattolo, ma questo non fece altro che accelerarne l'avanzata. Gradino dopo gradino. Rimbalzo dopo rimbalzo.
Inciampò e finì in terra giusto in tempo per sentire il rumore del vetro che si infrangeva. Vide mille frammenti color ambra volare da tutte le parti. L'odore di cherosene saturò l'aria. Il liquido in cui il Sodio era conservato scivolò lentamente verso la canalina di scolo al centro della palestra portando con sé il prezioso metallo. Alcuni piccoli frammenti di Sodio le finirono sul maglione che iniziò a lanciare scintille. Sapeva cosa stava per accadere, ma il ginocchio le faceva troppo male per alzarsi e scappare.
Un tuono riempì la scuola. Il rumore di un esplosione che veniva dalla Palestra. Tutti accorsero per vedere cosa era successo.

Come sul luogo di un omicidio c'era chi piangeva e chi era arrabbiato. Quasi nessuno aveva notato Lara. l'enorme buco che si era creato al centro di quello che un tempo era un campo da Basket aveva catturato l'attenzione di tutti. La disperazione dipinta sul volto. Dove avrebbero organizzato la festa di Halloween?

Il Preside Parson rimase sconvolto da quello che era accaduto alla sua povera Palestra. Convocò i genitori di Lara per informarli di ciò che aveva combinato la loro adorata figlia. No, non si dovevano preoccupare per la sua salute. Si, era in infermeria. No, non era grave. Avrebbe dovuto scontare due settimane di punizione, ma stava bene. I genitori avrebbero dovuto ripagare il danno visto che l'assicurazione non lo copriva. Non che ci fosse un'assicurazione sulla Palestra, ma faceva scena dirlo. Infine, la cosa più tremenda. Sarebbe stato compito della ragazza trovare un nuovo luogo che potesse ospitare la festa.
Lara non familiarizzava molto con lo spirito di Halloween, ma da quel poco che sapeva doveva essere una feste lugubre, spettrale. Quale posto migliore della Palestra bruciacchiata con quel bel cratere al centro? No, la palestra non si toccava. Così diceva il Preside. Un uomo distrutto. Come se avesse appena perso un figlio. Forse a quella Palestra aveva anche dato un nome. E quando si da un nome ad una cosa, inevitabilmente ci si affeziona. Un vero idiota.

La punizione fu tremenda. Dover stare due ore chiusi in un aula a non fare nulla era già di per sé una tortura. Ma il fatto che il suo carceriere fosse proprio il Professor Stevens era intollerabile. Lui cercava di parlare di diversi argomenti. Voleva instaurare un dialogo. Ma Lara aveva notato quell'ombra di disapprovazione nei suoi occhi quando le si rivolgeva. Era come un pugnale piantato nel petto. Arroventato al punto giusto per andare più in profondità.
Ogni giorno il Professore le proponeva un luogo dove cercare di organizzare la festa. Lei faceva finta di interessarsi e puntualmente lasciava morire il discorso nel silenzio. La sua angoscia era palpabile e non capiva il perché di quell'inutile tortura.
Prima o poi avrebbe dovuto affrontare il problema della festa. Lei un posto l'avrebbe dovuto trovare, ma non le veniva in mente niente. Il solo pensarci la deprimeva. Non riusciva a ricordare neanche uno dei posti che il suo carceriere le aveva proposto o suggerito.

Il clamore per il disastro in Palestra andò stemperandosi il lunedì successivo. La notizia di una rissa esplosa nei corridoi del secondo piano aveva riempito la bocca dei pettegoli. Il bullo della scuola, un certo Mallory, era stato messo al tappeto. Tutti erano scioccati. Li aveva fermati il Professor Stevens. Questa era l'unica cosa che aveva attirato l'attenzione di Lara. Forse quel pomeriggio avrebbe avuto qualcosa di cui parlare e magari avrebbe detto addio all'angosciato mutismo dei giorni passati. Quando entrò nell'aula però rimase frustrata dalla sorpresa.
Due ragazzi si erano picchiati. Un professore li aveva beccati. Era naturale che finissero in punizione. Se lo sarebbe dovuto aspettare. Ciò nonostante la delusione fu grande quando capì di aver perso quel piccolo momento di intimità con il suo Professore. Aveva sprecato tempo ad angosciarsi e ora non sarebbero più stati soli. Avrebbe dovuto condividere quell'aula con quei due ragazzi. Forse per un solo giorno. Più probabilmente per una settimana.
Si erano seduti ai due capi opposti dell'aula, uno fissava il muro, l'altro fuori dalla finestra. Il primo, quello vicino al muro, aveva i capelli biondo cenere, lisci, lunghi fino alle spalle. Gli occhi castani e il naso a patata. Doveva essere molto alto a giudicare dalla misura dei piedi e dalla lunghezza delle gambe che sporgevano da sotto il banco. Aveva le spalle larghe, tipico dei giocatori di Basket. Doveva essere quel Mallory di cui parlavano tutti. Il bulletto della scuola. Lei non aveva mai avuto il piacere di conoscerlo. Si teneva una mano sulla guancia visibilmente gonfia. Qualcuno l'aveva veramente preso a pugni.
L'altro le dava le spalle, ma Lara lo avrebbe riconosciuto tra mille. Quei capelli neri, lisci, corti e con la riga in mezzo da perdente. Intravvedeva le stanghe nere della montatura di quegli occhiali così spessi che aveva imparato ad odiare. Quegli occhiali che nascondevano un paio di occhi verdi come i suoi, ma che non avevano quella stessa luce di genialità che invece era propria del suo sguardo. Era l'Idiota. Era Elliot. Quello che più di una volta l'aveva messa in ridicolo. Aveva steso il bullo della scuola. Ne sarebbe uscito come un eroe e lei sarebbe sembrata sempre più inferiore agli occhi degli altri. Al suo ingresso si girò a malapena a guardarla. Alzò gli occhi al cielo con un gesto di stizza e si rimise a fissare la finestra.

"Benvenuta Lara. Hai pensato a dove vuoi organizzare la festa di Halloween?" Le chiese il Professore mentre lei si accomodava al suo posto. Lei si limitò ad abbassare lo sguardo scuotendo la testa leggermente. "E da quando in qua gli sfigati organizzano le feste?". Mallory si era confermato per quello che sembrava. Un altro idiota. Non con la I maiuscola come Elliot, ma pur sempre un idiota. "Da quando gli sfigati fanno esplodere le palestre!" sottolineò Elliot. Odio. Odio. Odio. Persino Mallory aveva riso a quella battuta. Ma quei due non si erano picchiati? Dovrebbero odiarsi. "Smettetela voi due. Quando siete in punizione potete parlare solo se interrogati" li interruppe il Professore e poi, rivolgendosi a lei, "Hai pensato a Casa Madison? E' una vecchia villa in cima alla collina ad est di Plumdale. Ci sono strane legende che circolano su quel posto. Dovrebbe essere perfetta per una festa di Halloween."
"E' una casa privata, non possiamo entrare" rispose timidamente Lara.
"E' disabitata da molto a causa di alcuni fatti avvenuti in passato" la tranquillizzò il Professore.
"Puoi dirlo forte Prof. Lì c'hanno ammazzato la gente. Nessuno ci vuole andare. E poi ci sono i fantasmi. Lo sanno tutti. Nessuno ha il coraggio di andarci. Nessuno vorrà fare la festa lì" Rincarò Mallory.
"Sono tutte superstizioni. Possiamo andare a fare un sopralluogo così potremo sfatare il mito e la festa si potrà fare. Inoltre la legenda renderà speciale la festa e Lara ne uscirà un po' risollevata. Magari anche perdonata." Le ultime parole furono sottolineate dal Professore che la fissò con quel suo sguardo penetrante.
Lara si fece coraggio e si rivolse direttamente a Mallory. Così da poter evitare lo sguardo dell'uomo "Cos'è, hai paura? Peccato che non abbiamo le chiavi, altrimenti mi sarebbe piaciuto vederti scappare gridando come una femminuccia". Il suo cinismo era tornato in piena forma. Il piacere di vedere la rabbia montare negli occhi dell'altro fu inebriante. Decise di rincarare la dose "D'altra parte ti sei fatto mettere al tappeto da quello sfigato!"
"Questo è troppo!" sbottò Mallory "Io non ho paura di niente. Ci sarà un modo di entrare senza chiavi. Andiamo e ti faccio vedere con chi stai parlando!"
Il Professor Stevens, visibilmente divertito dalla scenetta, cercò di calmare gli animi "Ok, adesso state calmi. Cercherò di contattare l'agenzia che l'ha messa in vendita e organizzeremo una visita"
"Io ho le chiavi!" Elliot si ridestò dal suo torpore e si intromise nella discussione. "Mia madre ha l'incarico di vendere quella casa. Ci possiamo andare anche stasera."
Allora non è poi così inutile l'Idiota. "Non so, così mi sembra un po' affrettato. Dovrei discuterne coi vostri genitori e chiedere il permesso al Preside" cercò di stemperare il Professore. "Andiamo Prof! Che gusto c'è se non lo facciamo di nascosto" Gli rispose Mallory sghignazzando. "Assolutamente no! Non posso prendermi questa responsabilità! Andrò a parlare con il preside e organizzerò una visita per la prossima settimana" concluse il Professore.
Alla fine delle due ore di punizione Elliot e Mallory si avviarono alla porta. Lara li seguì a breve distanza. Mallory agguantò Elliot sotto il braccio e lo tirò dentro un'altra aula. "Io e te. Stasera. Porta le chiavi o domani ti faccio nero"
"Perché ci tieni tanto?" gli fece Elliot "Perché per colpa tua ho perso il rispetto della gente. Mi ci vuole qualcosa di grosso per recuperarlo"
"Se ci beccano ci ammazzano" obiettò l'Idiota "Allora cercheremo di non farci beccare".
Elliot sembrava ancora titubante "Scegli: o questo, o ti massacro di botte da qui fino al diploma" Questo sembrò convincerlo.
Quei due sarebbero andati e si sarebbero fatti beccare. Il Preside le avrebbe impedito di organizzare lì la festa e la sua unica occasione di redenzione sarebbe sfumata. Doveva andare con loro per tenerli d'occhio. "Non vi dispiace se mi aggiungo a voi, vero?" esordì Lara entrando nell'aula. "In realtà ci dispiacerebbe molto" fece Elliot "Non credo abbiate scelta, a meno che non vogliate che io vada a dirlo al Preside" replicò Lara.
Calò un attimo di silenzio in cui Mallory valutò se fosse il caso di picchiare una ragazza. Lara lo percepiva. Istintivamente trattenne il fiato un po' spaventata. Fissava con ansia il pugno serrato di Mallory. Il pugno si rilassò. Mallory sbuffò. Non l'avrebbe picchiata. Sarebbero andati tutti insieme a Casale Spavento.


giovedì 11 novembre 2010

Esperimenti

Quello di oggi è un capitolo breve. Più del solito almeno.
Era da un po' di tempo che mi ronzava in testa l'idea di parlare di un personaggio in prima persona.
E' faticoso perché necessariamente si deve essere meno descrittivi. Quando si scrive in prima persona è come se si entrasse nella testa di un personaggio. Si vivono a pieno i sentimenti del soggetto. Si assaporano i momenti così come vengono. Quello che di sicuro manca sono le descrizioni. Quando nello sguardo di una persona si para davanti un fiore, non è che questo si mette a pensare alla sua composizione, ai suoi petali, i sepali, i pistilli, l'odore, le foglie, il gambo, e chi più ne ha più ne metta. Oddio, magari qualcuno lo fa anche, ma di certo la maggioranza pensa: "che bello" oppure "che profumo" e poco più.
Alla fine è più o meno come giocare ad un videogioco FPS, dove tu vedi solo quello che vede il protagonista e niente di più. Di conseguenza si perde la visione di insieme.

Quello che ho cercato di fare con questo capitolo è ricreare quel tipo di punto di vista. Il narratore è il protagonista. Tutto ciò che ci è dato sapere è quello che gli passa per la testa.

La cosa difficile è stata scegliere il personaggio. Quello che volevo fare era una cosa in stile Jonathan Stroud con la saga di Bartimeus. Un personaggio che narra le vicende che gli accadono in prima persona mentre per gli altri viene seguito il solito stile della voce narrante che racconta gli avvenimenti. Per farlo però bisogna scegliere un personaggio che si presti. Per omaggiare Bartimeus, ho scelto il personaggio che avevo dipinto come il cattivo, quello prepotente che poi comunque si unisce al gruppo e cambia. Questo è quello che mi aspetto da Mallory, un personaggio con mille sfaccettature che si evolverà nel corso della storia. Ovviamente sempre mantenendo il suo carattere rude. Quello non si tocca. Ma in fondo già si vede che non è veramente cattivo ^_^

Spero che la mia scelta vi piaccia, in caso contrario sono sempre aperto alle critiche ;-)