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mercoledì 12 gennaio 2011

L'Ospedale

 La notte era trascorsa veloce e tranquilla. La stanchezza e l'agitazione degli ultimi giorni avevano fatto sprofondare Kaila in un lungo sonno ristoratore. Aveva dormito come una bambina lasciando un'abbondante chiazza di bava sul suo cuscino nuovo. Non ricordava di aver fatto sogni particolari, non come quelli che l'avevano perseguitata nelle ultime settimane. L'unica cosa che le era rimasta in mente era l'immagine di un volo. Aveva questa immagine sbiadita in mente di lei che volava come mai aveva fatto prima d'ora e, diciamocelo, Kaila di voli ne aveva fatti fin troppi. Questa volta era diverso. Vedeva delle grandi e possenti ali. Niente ansia ne paura, solo la splendida sensazione del vento tra i capelli, del vuoto che ti avvolge, della libertà che ti culla.
 La felicità di quel sogno l'aveva fatta svegliare di buon umore. Tutti le preoccupazioni erano quasi accantonate. Felz in pericolo? Ci avrebbero pensato i Nani. Lara ferita? Ci avrebbero pensato i Nani! Nikolas alle calcagna? Ci avrebbero pensato i Nani!! L'atmosfera che respirava era come quella che precedeva i giorni di festa, quando l'unica preoccupazione era scegliere il vestito più adatto per uscire -anche qui, Kaila di vestiti ne aveva fin troppi- Il suo preferito glielo aveva regalato il padre per il suo quattordicesimo compleanno. Uno splendido vestito bianco panna con un corpetto verde e la gonna lunghissima che quasi le faceva da strascico. Lo indossava solo in occasioni speciali e le sarebbe piaciuto moltissimo averlo lì con se in quel momento. Roth, il figlio del panettiere, non ne era molto entusiasta e questo gli aveva fatto perdere parecchi punti agli occhi di Kaila. La ragazza si sorprese a chiedersi se a Mallory sarebbe piaciuto e l'idea la fece arrossire.

 Cercò di guardare la sua immagine riflessa nel vetro della finestra. La cosa risultò più complessa del previsto, un po' perché la camera non era abbastanza illuminata, un po' perché la finestra non aveva vetri. Alla fine riempì d'acqua una bacinella dal fondo scuro che le avevano lasciato in camera e finalmente riuscì a specchiarsi. Le increspature dell'acqua deformavano il suo volto, ma anche così i segni della stanchezza erano più che evidenti. Profonde occhiaie solcavano il suo viso e le sue iridi erano irrorate di sangue. Si fissò per qualche minuto tirandosi le guance fino a farsi venire gli occhi a mandorla, la cosa la fece sorridere e così iniziò a giocare con la sua espressione modellando con le mani il suo volto fino a formare delle facce buffe. Non le importava se il suo aspetto non era perfetto, si sentiva comunque carina e la cosa la faceva sentire bene.
 Sul comodino accanto al letto aveva trovato degli abiti puliti. Un vestito marrone con dei laccetti sul corpetto per regolarne la larghezza. Aveva una gonna lunga, o per lo meno lunga per un Nano, e quindi a Kaila cadeva poco sotto il ginocchio. C'erano anche dei calzari, erano fatti con dei lacci di cuoio larghi un pollice che si intrecciavano sul piede fino ad arrivare a metà polpaccio. Kaila non aveva mai visto delle scarpe così, ma le trovò decisamente comode e fresche, forse solo un po' strette. Si sciacquò la faccia immergendola completamente nella bacinella. Assaporò il freddo intenso dell'acqua che le bagnava i capelli. Agitò la testa per riscuotersi e cancellare ogni traccia di sonno residuo. Indossò con cura il vestito che le avevano donato e si sistemò i suoi corti e umidi capelli ricci legandoli dietro la nuca con un fermaglio in legno che aveva nella sua sacca.

 In quella città era tutt'altro che semplice determinare l'ora del giorno. Kaila aveva capito che la luce emessa dalla grossa gemma ambrata che troneggiava al centro della cupola mutava di intensità col passare del tempo. Non si spegneva mai, quindi non c'era un momento in cui il buio regnava sovrano, un qualcosa che potesse essere chiamato Notte, però notò che in quel momento lo splendore del cristallo era molto più vivo rispetto a quando erano arrivati la sera prima. Di sicuro la luce non era accecante come quella del sole di mezzogiorno, ma consentiva una buona visibilità.
 Kaila iniziò a passeggiare per le vie della città con la meraviglia dipinta sul volto, ogni cosa che vedeva le sembrava magica e stupenda. Le case erano del tutto simili a quelle di Hangwick, quella di fuori, perché anche la città dei Nani si chiamava Hangwick. Le vie però erano più strette, vuoi perché lo spazio era limitato, vuoi perché non erano pensate per gli esseri umani. Probabilmente Kaila era la prima esponente della razza degli Uomini che calcava quelle vie. La cosa suscitava un certo interesse nei passanti che la incrociavano e subito abbassavano lo sguardo -non che Kaila sarebbe riuscita a fissarli negli occhi se avessero continuato a guardare diritto-.

 La ragazza era come un gigante in mezzo a quella gente e, doveva proprio ammetterlo, la sensazione le piaceva. Si diresse verso il mercato che ormai era nel pieno delle attività quotidiane. Voci e rumori rimbombavano tra i chioschi. Profumi nuovi e inconsueti riempivano l'aria. Stoffe e oggetti strani coloravano il paesaggio. Kaila avrebbe voluto comprare tutto, ma per fortuna non aveva soldi con se, o per lo meno, con somma gioia del suo borsello, non ne aveva di un conio accettato da quelle parti.
 Una bambina le si fece vicina e allungò un braccio per tirarle la gonna e attirare la sua attenzione. Aveva in mano una ciotolina da cui si alzava un buon odore di verdure e cipolle. "Colazione?" le chiese dolcemente contraendo le sue paffute guanciotte in un sorriso dolcissimo. "Grazie!" sorrise Kaila. Si inginocchiò per prendere l'offerta dalle mani della bimba la quale si riempì di felicità  e scappò via correndo e chiamando la madre. Una donna poco più alta di un metro e qualche spanna prese in braccio la bambina e le sorrise, poi si voltò verso Kaila e fece cenno di saluto con la mano. Kaila si alzò in piedi e fece un inchino per ringraziare, poi si voltò e riprese a camminare.
 Il contenuto di quel piatto era ancora caldo e fumante. Sotto uno strato di verdure grigliate giaceva un letto di un qualche cereale sconosciuto dai grani molto piccoli. Era molto speziato ed aveva un sapore quasi dolciastro e un po' piccante. Kaila mangiò di gusto con le mani, assaporò ogni granello e ogni verdura leccandosi anche le dita. Aveva fame, questo è vero, ma quel cibo così curioso era davvero buono.
 Continuò a vagare per un po' tra le bancarelle fermandosi di tanto in tanto ad ammirare i manufatti così particolari di quel popolo così sconosciuto. Kaila sapeva la storia dei Nani, come sapeva quella degli Elfi e della altre creature magiche. Le aveva imparate tramite i racconti dei cantastorie e le favole che il padre le narrava prima di metterla a dormire. La sua idea di quella gente si perdeva al confine tra il fantastico e il concreto. Eppure lì era tutto così reale e al contempo magico. Si sentiva come in un sogno, uno di quelli che non hanno per forza un significato. Un sogno come non ne faceva da molto tempo. Un sogno e basta. Nulla da capire, nulla da interpretare. Niente di spaventoso o di inquietante. Solo un sogno.

 A metà mattina -o almeno quella che sarebbe dovuta essere metà mattina, ancora non si regolava bene coi tempi- decise di lasciare il mercato e di esplorare il resto del borgo. Kaila era affascinata da quelle architetture così precise e armoniose. Non assomigliavano affatto a quel cumulo aggrovigliato di case che spuntavano sulle strade di Elengar. Una cosa che notò subito erano le mura delle abitazioni. Lisce. Non avrebbe saputo come altro definirle. Sembravano dei fogli di carta, di quella buona tra l'altro. Kaila non riusciva a distinguere un mattone dall'altro. Erano tutti così ordinati e ben amalgamati che sembravano un unico blocco compatto. Si chiese come fosse possibile una cosa del genere e si ritrovò più volte ad accarezzare stupita quelle superfici così levigate.
 Continuò ad aggirarsi per le vie ammirando ogni elemento architettonico e profondendosi in centinaia di inchini per salutare di volta in volta i paesani che incontrava. Alla fine arrivò in un grande piazzale -si parla sempre in proporzione, non sarà stato più grande della cantina di Ivan- che stava ai piedi di un grande edificio dal quale andavano e venivano molte persone. "Cos'è quello?" chiese ad uno dei passanti indicando il palazzo. "E l'ospedale... un posto dove curiamo la gente" rispose quello parlando al rallentatore, come se non fosse sicuro che la ragazza fosse in grado di capire. Kaila sapeva cosa fosse un ospedale, ma mai ne aveva visto uno. Pensò che probabilmente era lì che avevano portato Lara e decise di farle una visita.

 Lara era una figura astratta nella mente di Kaila. L'aveva sempre avuta al fianco, si era preoccupata per lei, ma non aveva mai neanche sentito la sua voce. Non conosceva il colore dei suoi occhi, ne sapeva cosa le fosse capitato, sapeva solo che i suoi amici avevano rischiato la vita pur di proteggerla e questo le dava la misura di quanto fosse importante. Kaila si sentiva un po' un estranea quando si trovava in compagnia di Elliot e Mallory e in un certo senso era curiosa di scoprire cosa legasse quello strano gruppo di ragazzi. 
 Varcato l'ingresso dell'ospedale, Kaila si ritrovò in una grande sala dove decine e decine di piccoli scranni erano disposti in file ordinate. Persone di ogni età se ne stavano sedute qua e la. Ognuno cercava di tenersi occupato in qualche maniera e di tanto in tanto un Nano con una lunga tunica chiara si avvicinava a qualcuno. I due scambiavano poche parole dopodiché uscivano insieme dalla sala.
 C'era solo una grande porta che dava verso l'interno. Da lì passavano tutti. Accanto alla porta c'era un grosso tavolo con un paio di persone sedute dietro intente a scrivere su dei grandi libri. Kaila si avvicinò circospetta senza sapere bene cosa doveva fare. Arrivò davanti ad uno dei due Nani seduti dietro il tavolo e la sua ombra coprì il libro vergato da una fine scrittura. Il Nano, un po' infastidito dall'improvvisa mancanza di luce, alzò lo sguardo verso la ragazza "Nome?" Kaila rimase un po' spiazzata da quella domanda, tutto si sarebbe aspettato tranne che le chiedessero il nome, e poi così a bruciapelo. "K-Kaila" rispose timidamente. "Motivo della visita?" inquisì l'altro. Aveva uno sguardo arcigno e sembrava anche un po' seccato. Sul libro aveva appena scritto il suo nome, o meglio, aveva scritto 'K-Kaila', che non era esattamente il suo nome, ma era l'unica cosa che era riuscita a farfugliare.

 "Dovrei vedere una mia... beh, è alta... cioè, insomma..." Kaila si sentiva profondamente in imbarazzo e non riusciva a mettere insieme una frase di senso compiuto. "Si si, ho capito, non capita spesso di avere pazienti della vostra... statura" disse il Nano squadrando Kaila dal basso verso l'alto. "Terzo piano, Corridoio 'A', quinta stanza a destra" disse infine indicando la porta che aveva alle spalle e abbassando nuovamente lo sguardo sul libro.
 Kaila si allontanò lentamente e si diresse verso la porta. Non aveva maniglia e non riusciva a capire come andasse aperta, poi all'improvviso quella si spalancò e due tizi ne uscirono accompagnando un terzo che camminava poggiando il peso su due bastoni di legno. Kaila colse al volo l'occasione e inforcò la porta prima che questa potesse richiudersi. L'ultima cosa che riuscì a sentire fu la voce del Nano che dal suo tavolo le urlava che bastava spingere per aprire la porta, poi fu il caos più totale.
 Persone che correvano da una parte all'altra, urla di dolore, pianti e un vociare incessante. Kaila non aveva mai visto tanta agitazione e non sapeva come muoversi. Intimorita cercò delle scale e iniziò a salire di corsa. Un paio di Nani in camice le urlarono di non correre, ma lei non li ascoltò finché non raggiunse il terzo piano. Lì la situazione era più tranquilla. Due corridoi partivano dal pianerottolo e correvano nelle due opposte direzioni, accanto a quello di sinistra c'era un cartello di legno con sopra impressa la lettera 'A', Kaila iniziò a percorrerlo con cautela.

 La quinta stanza a destra del corridoio 'A' del terzo piano aveva la porta spalancata. Al suo interno c'era solo un letto ed una cassapanca. Un vaso di fiori era appoggiato sul davanzale della finestra aperta che dava su un cortile interno. Si riuscivano a intravvedere degli strani alberi dalle foglie rosse e dai rami tozzi che lambivano immobili l'edificio. Kaila non aveva ancora incontrato della piante in quella città, ed effettivamente era impensabile che qualcosa potesse crescere lì sotto in assenza della luce del sole. Quelle dovevano essere piante particolari, forse magiche.
 Lara era sdraiata sul letto. Sembrava profondamente addormentata. Dalla coperta sporgeva la sua gamba sinistra. Era completamente avvolta in un bendaggio spesso e apparentemente rigido. Sicuramente una soluzione molto più complessa delle stecche utilizzate da Mallory, ma altrettanto più efficace. Kaila rimase impalata sull'uscio della stanza. Non voleva svegliare Lara e anche se lo avesse fatto non avrebbe saputo cosa dirle. Si rese conto che probabilmente Lara non sapeva neanche chi fosse. Rifletté a lungo e alla fine concluse che non aveva senso rimanere lì, era meglio andarsene e lasciare la ragazza al suo meritato riposo. Si soffermò a guardarla, aveva un aspetto così sereno che la fece sorridere. L'avevano salvata, avevano penato tanto ma alla fine l'avevano salvata. Kaila era felice. 

 "Perché non entri?" La voce arrivò da dietro e fece sussultare Kaila. Si voltò a cercarne la fonte e si ritrovò di fronte ad Holtz "Scusami, non volevo spaventarti, sei qui per Lara?".
 "No, cioè, sì, ero passata a vedere come stava. Sembra stia bene, quindi ora vado." rispose la ragazza.
 "Non scappare, ti stavo cercando" disse Holtz.
 "Oh, beh, mi hai trovata" Kaila cercò di tagliare corto e fece come per incamminarsi verso le scale ma Holtz la fermò.
 "La tua amica è stata fortunata, aveva la febbre alta, ma i nostri sciamani sono riusciti a curarla."
 "Beh, non siamo proprio amiche. In realtà credo che neanche sappia chi io sia."
 "Avremo cura di farle sapere che è merito tuo se si è salvata."
 "In realtà sono stati Mallory ed Elliot, io non ho fatto nulla" precisò Kaila abbassando lo sguardo imbarazzata.
 "Capisco, beh, adesso è al sicuro. Venendo a noi, ho notizie di tuo fratello."
 L'interesse di Kaila si accese improvvisamente. Sgranò gli occhi in un'espressione di assoluta preoccupazione, come se tutta la tranquillità che aveva avuto al mattino fosse svanita nel nulla in un solo istante.
 "Non ti preoccupare, sta bene. L'abbiamo raggiunto a Salingar. Ti manda a dire che è al sicuro e che andrà insieme ai nostri a prelevare tuo padre per condurlo a Fernorz, una delle nostre comunità a sud del paese. Quando vorrai potrai raggiungerlo."
 Il sorriso di Kaila si accese e fu quasi sul punto di abbracciare Holtz, quando dal nulla uno strano animale spuntò di corsa passando in mezzo ai due e speronandoli. Kaila riuscì a notare soltanto una lunga coda argentea che spuntava da sotto una leggera veste bianca. "Fermati, dove corri!" Una donna  con una tunica chiara cercava di inseguire -arrancando- il fuggiasco e quando fu davanti ai due si fermò un attimo a riprendere fiato. "Vi chiedo scusa, la nostra piccola Mya è scappata e non riusciamo più ad acchiapparla" senza attendere risposta si rimise a correre svoltando in uno dei corridoi laterali.
 Holtz seguì la scena con lo sguardo divertito e poi si rivolse di nuovo a Kaila "Tutto bene?"
 "S-si, mi ha presa di sorpresa."
 "Quella piccola peste farà impazzire le infermiere di questo posto."

 Kaila fece finta di sorridere ma non aveva ancora ben chiaro cosa fosse accaduto. "Stasera è stata convocata una riunione" riprese Holtz "Tu ed i tuoi amici dovrete presenziare. Vi passerò a prendere intorno alle 17". Si incamminò verso le scale ma questa volta fu Kaila a fermarlo.
 "Ehm..."
 "Qualche problema?" chiese il Nano.
 "Come si fa a capire quando sono le 17?" chiese Kaila imbarazzata. Holtz sorrise e tornò indietro verso la ragazza. Infilò una mano in tasca e ne estrasse un oggetto argenteo. Era sottile e circolare con un perno al quale era legata una catenella. Holtz premette sul perno e una specie di coperchio scattò rivelando una calotta di vetro con sotto un quadrante. 
 "E' un orologio!" esclamò Kaila meravigliata.
 "Si" confermò Holtz sorpreso da tanta eccitazione.
 "Scusa è che non ne avevo mai visto uno così piccolo. Addirittura lo si può mettere in tasca"
 "Già, voi Umani non ve la cavate molto bene con le cose tecnologiche, comunque suppongo tu sappia come funzioni."
 Kaila prese l'orologio e lo squadrò da ogni angolazione. Era bellissimo. Era grande esattamente quanto il palmo della sua mano e aveva degli splendidi decori sulla scocca metallica.
 "Beh, la lancetta corta indica le ore, mentre quella lunga i minuti" disse infine. Holtz le sorrise e la salutò lasciandola sola col suo nuovo oggetto delle meraviglie.
 La ragazza impiegò alcuni minuti prima di accorgersi di essere nuovamente sola. Era troppo presa dall'orologio. Quando si riscosse realizzò anche ciò che Holtz le aveva detto. Lei e gli altri avrebbero dovuto presenziare ad una qualche riunione. Improvvisamente ricordò tutto. La sera prima, quando aveva incontrato per la prima volta Holtz e suo fratello Karl, i due avevano parlato di una profezia che la riguardava. Un'altra. Come se il diario di sua madre non fosse sufficiente. Diario che si trovava di nuovo lontano, di nuovo in pericolo. Kaila pregò che il fratello si ricordasse di prenderlo uno volta a casa.


sabato 25 dicembre 2010

Christmas Special

Questo è il mio personale regalo di Natale per tutti quelli che finora mi hanno seguito e mi hanno sostenuto. Con questo capitolo vorrei inaugurare una serie di storie slegate dalla trama principale e che narrano vicende secondarie o comunque incentrate su personaggi minori. Prendendo spunto dagli speciali del Doctor Who spero di riuscire a regalarvi un capitolo speciale per ogni ricorrenza. Di volta in volta cercherò di trovare le storie che meglio si adattano alla festività di turno. Ovviamente questi capitoli non verranno inseriti nell'indice dei libri che man mano si alterneranno, però sono sicuro che troverete queste storie farcite di piccoli rimandi che di volta in volta approfondiranno alcuni aspetti del romanzo che stiamo leggendo. Per questo primo speciale ho scelto di dedicarlo ad uno dei personaggi più importanti della mia storia che però per forza di cose è ben lungi da essere un protagonista: Jonah!

Detto questo vi lascio alla lettura e vi auguro un Buon Natale. Non posso promettere nulla, ma se ce la faccio avrò modo di farvi anche gli auguri di Buon Anno ;-)


Un Regalo Inaspettato

La bufera imperversava e si insinuava in ogni crepa della porta di legno. I cardini erano allentati, quindi ogni raffica di vento la faceva sbattere come se qualcuno stesse cercando di buttarla giù con violenza. La fiamma nel focolare si faceva via via più debole e non c'erano più ciocchi per sfamare quel che rimaneva del fuoco. Jonah strinse a sé la pesante coperta di lana e si fece più vicino al camino. Se ne stava rannicchiato per terra a giocherellare con un pezzettino di carbone ormai privo di calore. Il freddo gli faceva battere i denti e stridere le ossa, sentiva il gelo intorpidirgli l'anima. Accanto a lui l'ultimo barattolo di ciliege sotto zucchero. Una ciliegia solitaria galleggiava in poche dita di sciroppo.
Jonah si era da poco trasferito ad Hangwick, la città dei maghi, dove tutti i novizi dovevano terminare il loro addestramento sul campo. Era appena uscito dalla scuola di magia, non con il massimo dei voti, ma se l'era cavata. La sua massima aspirazione era quella di passare le sue giornate a prendersi cura dei libri della biblioteca di Elengar, ma le sue capacità non arrivavano a quel livello. Il suo maestro e mentore l'aveva fatto entrare nel programma di addestramento per i maghi cerusici. Se tutto fosse andato per il meglio sarebbe finito in uno dei tanti fronti di quella guerra secolare a curare ferite e a rinsaldare ossa rotte.
Era arrivato nella città dei lupi sul finire dell'estate, mentre i corsi sarebbero iniziati con l'autunno. La casa in cui viveva era poco più di una topaia ed era appartenuta ad un ramo della sua famiglia che non aveva mai conosciuto. Era stato affidato ad una zia della cugina di terzo grado del nipote della sorella di sua madre. Una vecchina silenziosa e pigra che passava le sue giornate stravaccata sulla sedia a dondolo a dormire russando o, in rari casi, a dormire senza russare. Ad ogni fragile respiro della donna, la sedia emetteva un leggero cigolio e ondeggiava lenta sul pavimento. Quel rumore ritmico e sgraziato era una tortura per il povero apprendista che non ricordava più cosa si provasse a svegliarsi dopo un'intera notte di riposo.

Il freddo era arrivato di soppiatto. Si era intrufolato progressivamente da ogni porta della città e aveva agitato il vento per quelle strade senza alberi e senza ripari. Jonah pensava che, sopravvissuto ai gelidi inverni di Elengar, non avrebbe mai più affrontato la sensazione tremenda di quando il sangue non raggiunge più le estremità. Come se un centinaio di formiche carnivore della Valle di Assua avessero iniziato a banchettare sui palmi delle sue mani. Era contento di essere fuggito dalla vetta di quella montagna altissima con le sue ancor più alte torri, ma non poteva immaginare che, tutto sommato, potesse esserci di peggio.
Il peggio era il vento. Le alte mura di Elengar erano uno scudo efficientissimo contro le intemperie. Hangwick aveva delle basse mura, ma soprattutto si trovava al centro di una delle valli più ventose della regione, con solo una piccola collina ad est a proteggerli dalle correnti. E il vento spegne i focolari, frusta le case strappandogli via brandelli di tepore, neanche il sole riusciva a infrangere quella cortina di gelo che ammantava la città.
Il peggio era il ghiaccio. I pesanti stalattiti che trasformavano l'umidità e le intemperie in spade di ghiaccio minacciose. Le lisce e scivolose lastre che ricoprivano le strade ampie rendendole teatri di buffe cadute e goffi giochi di equilibrio. Jonah aveva ancora i postumi del suo ultimo che lo aveva visto scivolare davanti alla bottega del panettiere e arrivare dolorante fino alla piazzetta del fontanile che ovviamente era completamente ghiacciata e piena di gente pronta ad irriderlo.

Il freddo non era solo nell'aria, ma anche negli animi della gente. Jonah non poteva certo dire di essere stato accolto in pompa magna, anzi, difficilmente qualcuno si era accorto del suo arrivo. Era solo un'altra tunica col cappuccio calato fin davanti alla bocca che ogni giorno prendeva parte alle esercitazioni nel bosco. Nessuno si rivolgeva a lui. Nessuno si voleva esercitare con lui. Nessuno voleva avere a che fare con lui.
Un giorno di fine novembre, come tutte le mattine, si recò nella piazzetta del fontanile al centro della città. Di solito si riunivano lì tutti i novizi per poi raggiungere i campi di addestramento nel bosco sulla collina. Tutti stavano fermi e in silenzio, in piedi in file ordinate in attesa del Capo Mastro, ma non quella mattina. Gruppetti disordinati parlottavano agli angoli della piazza. Discutevano di tattiche e strategie, ridevano e scherzavano e, all'occasione, guardavano storto il povero Jonah. Ormai c'era abituato a quel tipo di accoglienza, quello a cui invece non sapeva dare una spiegazione era quell'insolito 'disordine'.
Il Capo Mastro arrivò con un discreto ritardo e portò con sé un cesto pieno di pacchetti. Salì lentamente sul podio posto di fronte alla piazza e iniziò a squadrare tutti i ragazzi presenti. Come per magia tutti i ranghi si serrarono nuovamente. Le file ordinate a cui Jonah era abituato si ricomposero. Il silenzio scese grave sulla piazza.
Qualche colpo di tosse sporadico rompeva lievemente la stasi di quel momento in cui il Capo Mastro continuava a fissare i suoi allievi. "Oggi, come ogni anno, si terrà la Corsa di Fine Autunno" disse l'uomo. "Formerete delle coppie, ognuna delle quali riceverà uno di questi pacchetti. All'interno c'è un bastoncino. Ogni coppia sarà legata tramite un sigillo al bastone. Se un membro della coppia si allontana per più di dieci passi dal compagno, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia cadrà a terra, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia urlerà, il bastone si spezzerà. La prima coppia che raggiungerà l'altro lato della collina con il bastone ancora intatto avrà vinto."
Il Capo Mastro aspettò qualche secondo prima di ricominciare a parlare. Fissò uno ad uno tutti i ragazzi soffermandosi con sguardo severo su quelli che ghignavano silenziosamente. Solo Jonah sembrava turbato dall'evento. Il numero di novizi era dispari, quindi lui sarebbe stato escluso, o peggio ancora avrebbe dovuto fare coppia con il Capo Mastro. La voce tonante riprese il suo discorso dal podio. "Quest'anno come premio per i vincitori ci sarà una sorpresa. Qualcosa che sono sicuro non vi aspettereste mai. Per tutti gli altri invece ci sarà una settimana di lavori forzati alla miniera di Shurbi."
Jonah era disperato. Odiava i lavori manuali, ma ancora di più odiava correre. Era goffo e impacciato nei movimenti. Difficilmente sarebbe arrivato sano al momento della punizione. Inoltre avrebbe dovuto affrontare il tutto da solo. "Ora formate le coppie, ognuno scelga il proprio compagno". Di male in peggio, oltre al danno anche la beffa e l'umiliazione di rimanere da solo senza un compagno. Nessuno lo avrebbe scelto. Jonah non osò alzare la testa, quando all'improvviso la sua perfetta visuale del pavimento lastricato della piazza fu coperta dal grigio rossastro di un'altra tunica. Due piedi esili spuntavano da sotto il mantello. Chiunque fosse se ne stava proprio piantato di fronte a lui. Alzò lentamente lo sguardo fino ad incontrare quello di una ragazza dagli occhi ambrati e i capelli lisci e chiarissimi, quasi dorati, che morbidamente le si adagiavano sulle spalle. "Mi chiamo Neja" disse la ragazza. "Ti andrebbe di fare coppia con me?" concluse la frase con un sorriso dolcissimo. Jonah ci mise un po' a riscuotersi. Continuò a perdersi in quegli occhi del colore del miele senza riuscire a proferire verbo. Muoveva la bocca come per articolare qualche suono ma nessuna parola ne veniva fuori. "Sono l'unica ragazza del gruppo, nessuno mi sceglierà perché mi considerano un peso. A quanto pare anche tu sembri essere lasciato in disparte, quindi perché non fare coppia?". Jonah rimase imbambolato per qualche secondo e alla fine riuscì a pronunciare un flebile ed incerto "V-va bene".

A turno le coppie passarono davanti al podio dove il Capo Mastro consegnò loro uno dei pacchetti sul quale impose il sigillo. Neja spiegò a Jonah che quella gara serviva a rinforzare il legame tra i maghi. Per natura gli stregoni sono schivi e solitari, ma in guerra devono sapersi amalgamare con l'esercito. La corsa aiuta a sviluppare la fiducia nel prossimo e lo spirito di squadra.
Quando fu la loro volta di ricevere il pacchetto, il Capo Mastro li squadrò per un attimo e poi sorrise scuotendo la testa. Non erano di certo la coppia meglio assortita, ma lo scopo del gioco non era vincere, bensì unire i maghi. Tutte le coppie con relativo pacchetto si ridisposero sulla piazza in file ordinate. Indossarono i cappucci per coprire i loro sguardi tesi. Jonah aveva in custodia il bastone e Neja stava in piedi al suo fianco. Il ragazzo fissava la scatolina con ansia pensando alla sua nuova amica. Ora si sentiva responsabile anche per lei. Frustrato. Sapeva perfettamente di non essere in grado di correre. Figuriamoci battere gli altri in una gara di velocità. Avrebbe condannato la sua compagna ad una settimana di lavori forzati. Si fermò un attimo a riflettere sul fatto che tutto sommato non sarebbe stato male rimanere da solo.
"Al suono delle campane la gara avrà inizio" tuonò il Capo Mastro che con un sorriso aggiunse "Vi auguro buona fortuna. Che vincano i migliori".

I rintocchi del campanile arrivarono puntuali e strazianti e tutti insieme scattarono verso le porte della città. Già dai primi passi, Neja e Jonah si ritrovarono in coda. Neja era agile abbastanza da tenere il passo con gli altri, ma Jonah era appesantito da qualche chilo di troppo e penalizzato dai lunghi anni di pigrizia e di poco movimento. Arrivati al cancello Jonah aveva già il fiato corto e la fronte imperlata di sudore.
La corsa si rivelò ad ogni passo più ostica. Ormai avevano imparato a conoscere i sentieri di quella collina, ma la distrazione e il manto di foglie dei colori dell'autunno che ricoprivano e nascondevano le radici degli alberi, rendevano la salita assai complicata. Jonah rischiò di cadere diverse volte, ma Neja si rivelò molto paziente e abile nel sorreggerlo.
Le difficoltà aumentarono quando il bosco si riempì di incantesimi che volavano da una parte all'altra. Tutti i partecipanti cercavano di far cadere gli avversari. Effettivamente l'uso della magia non era stato vietato dal Capo Mastro, ma Jonah non aveva neanche il fiato per pronunciare una qualsiasi formula. Neja aveva imposto uno scudo discretamente potente su di loro che li metteva al riparo da palle di fuoco e sferzate di vento. In breve tempo però non ci fu più nessuna magia dalla quale difendersi visto che tutti gli altri avevano letteralmente seminato i due.
"Non ti arrendere!" disse la ragazza. "Ce la puoi fare. Devi credere di più nella tua forza". La voce di Neja aveva il potere di scaldare l'anima di Jonah. Assunse uno sguardo deciso e risoluto. I due si fissarono e Neja gli sorrise di nuovo. Ce la poteva fare. Diede a Neja la scatola e prese un pezzo di carta dal suo tascapane. Lo tagliò in due e con una piuma d'oca riempì le due metà con una scrittura minuta e fitta. Come inchiostro aveva usato il suo stesso sangue. Quando ebbe finito piegò a metà i fogli e pronunciò alcune parole sottovoce. I fogli si illuminarono e divennero di colore rosso scuro.
"Cosa stai facendo?" chiese Neja.
"Non sono un bravo mago, ma se c'è una cosa sulla quale sono infallibile sono i sigilli" disse Jonah porgendo a Neja uno dei due foglietti. "Questo piccolo sigillo cancellerà ogni segno di fatica e ci darà un equilibrio degno di un funambolo. Purtroppo durerà solo qualche ora, ma dovrebbe essere sufficiente per farci vincere la gara". Per la prima volta Jonah si sentì all'altezza della situazione e sorrise orgoglioso di fronte al suo sigillo. Neja prese il pezzo di carta e lo ripose nel tascapane insieme alla scatola col bastone. Una sensazione di tepore inebriò i loro corpi come una calda coperta. Ogni dolore dovuto alla stanchezza sparì all'istante. Erano pronti a combattere. Erano pronti a vincere.

Forti del sigillo, Jonah e Neja corsero come il vento tra i tronchi quasi spogli delle possenti querce. In breve raggiunsero il resto del gruppo. Scartavano velocemente tra radici e incantesimi come se fosse la cosa più banale del mondo. Ridevano di cuore divertiti da quella loro potenza. Imprecazioni si alzavano al loro passaggio e riempivano di orgoglio i due campioni.
Arrivarono in cima alla collina in un baleno. Si presero anche il tempo di rinfrescarsi in una piccola polla d'acqua nascosta in una radura. Erano pronti per rigettarsi nella gara. La discesa rendeva i loro passi più veloci ma non meno sicuri. Sentivano la vittoria tra le mani. Il vento aveva tolto loro il cappuccio e i capelli di Neja brillarono nell'ultimo sole autunnale. Jonah si sentiva felice e parte di qualcosa. Forse quel periodo buio della sua vita era finalmente finito. Il pensiero lo accompagnò per quasi tutto il percorso, finché un dolore lancinante al ginocchio gli mozzò il fiato in gola. L'odore di carne bruciata gli riempì le narici. Il rumore dell'esplosione che lo aveva colpito gli rimbombò nelle orecchie. Il suo sguardo terrorizzato incontrò quello preoccupato della ragazza. Un istante lungo un'eternità in cui Jonah vide lentamente il terreno venirgli incontro. Il dolore fu dappertutto. Intenso e insopportabile. Piccoli sassi si conficcarono nelle braccia raschiando via la pelle. Jonah scivolò a testa in giù con il volto coperto dalle braccia insanguinate per diversi metri. Il silenzio calò sui due interrotto solo dal rumore secco del legno che si spezzava. Avevano perso.
Due ragazzi li superarono ridendo tra di loro. Uno dei due si girò verso Jonah mimando una voce femminile "Ohh, scuuusa!" Scoppiarono a ridere e si inabissarono nel folto del bosco. Jonah cercò di alzarsi da terra ma le braccia facevano ancora troppo male. Neja si avvicinò per dargli supporto. Era arrabbiata. Furiosa. Fissava con astio il punto dove i due ragazzi erano spariti, poi si voltò verso Jonah e si sforzò di recuperare il sorriso "Non ti preoccupare, non è colpa tua! Siamo stati una coppia formidabile". Quello sguardo intenso lasciò di nuovo Jonah senza parole. Era sincera. Ci credeva davvero.
Altre coppie li raggiunsero e li superarono mentre Jonah cercava di rialzarsi. Tutti ridevano vedendoli in terra. Jonah infine riuscì a rimettersi in piedi, si scrollò la terra dalla tunica e iniziò a zoppicare lentamente verso valle. "Avresti dovuto scegliere qualcun altro".
"Scherzi? Non mi sono mai divertita tanto come oggi. E ormai sono tre anni che vivo qui ad Hangwick."
"Ma adesso ti toccano i lavori forzati."
"Beh, ne è valsa la pena. Ho finalmente trovato qualcuno come me in questo posto di opportunisti e ipocriti."
Erano passate diverse settimane da quel giorno. Durante tutto il periodo dei lavori forzati, Jonah non era riuscito ad incontrare Neja neanche una volta.
Dopo quella vicenda non solo veniva evitato dagli altri, ma anche deriso e vessato. Più di una volta si ritrovò a fissare in ginocchio il terreno con le lacrime agli occhi e un forte dolore allo stomaco. Tutti a turno lo avevano picchiato solo per il gusto di farlo. La gara aveva raggiunto il suo scopo. I novizi non erano mai stati tanto uniti come nelle occasioni in cui se la prendevano con Jonah. Infine venne la bufera che rapì la città ricoprendola sotto una pesante coltre di neve.
Erano giorni che non riusciva neanche ad uscire di casa e il vento tormentava le sue notti. Tutto sommato preferiva quella vacanza forzata al costante senso di inadeguatezza che lo tormentava durante gli allenamenti.
Cercò di raggranellare quanta più forza aveva nelle gambe e si alzò col suo pezzettino di carbone stretto nel pugno. Andò alla porta e tracciò con esso pochi segni. Pronunciò una formula magica e d'improvviso il rumore del vento cessò. Il freddo allentò la sua morsa e Jonah fu persino in grado di lasciar cadere la coperta in terra. Sua zia era ancora profondamente addormentata sulla sua sedia a dondolo. Forse era il caso di portarla a letto. Non fece in tempo a fare due passi nella sua direzione che sentì bussare. Il sigillo che aveva appena imposto doveva bloccare il vento, quindi c'era davvero qualcuno davanti alla sua porta. Corse ad aprirla per mettere al riparo il povero avventore che aveva osato sfidare quella bufera, ma davanti all'uscio non trovò nessuno.
Jonah si affrettò a richiudere la porta, ma nel farlo abbassò lo sguardo e notò qualcosa adagiato sulla neve. Un pacchetto. Lo raccolse e guardò intorno per cercare di individuare chi lo aveva lasciato, ma non vide nessuno. Richiuse la porta e si avvicinò al camino. Perplesso aprì il piccolo pacchetto e dentro vi trovò un bastoncino spezzato in due parti con uno spago a tenere insieme le due metà. Oltre a quello, solo un biglietto con tre semplici parole: "Non ti arrendere".
Jonah sorrise. Non si sarebbe arreso.


lunedì 25 ottobre 2010

Il Sigillo - Parte 2

I primi raggi di sole iniziarono a filtrare attraverso gli innumerevoli fori che le tarme avevano gentilmente ricamato sulle pesanti tende di velluto viola che coprivano le finestre. La luce disegnava un complesso arabesco di punti sulle varie superfici della stanza la quale un tempo aveva ospitato re e regine provenienti da tutto il mondo, ma che ormai era diventata poco più di un ripostiglio per pergamene, quelle meno importanti, gli almanacchi del vecchio mondo che nessuno ormai consultava più.
Il pesante tavolo di mogano che copriva la maggior parte del suolo calpestabile della Sala degli Almanacchi era un vero campo di battaglia, dove la polvere teneva sotto assedio le popolazioni indigene composte da libri, rotoli e lettere ammassate qua e la in ordine sparso. Torri di volumi rilegati in pelle si ergevano autoritarie all'interno di roccaforti di raccoglitori ormai svuotati, diventati la tana di qualche esule scarafaggio o di qualche scolopendra rinnegata.
L'assedio della polvere andava avanti da circa vent'anni, ovvero da quando si era deciso di epurare la Biblioteca del Consiglio da tutti quei libri che non fossero considerati utili, provvedendo a sostituirli con i ben più richiesti volumi di magia e di meccanica. Questi ultimi erano sicuramente più adatti alla formazione delle prossime generazioni di stregoni e cavalieri che avrebbero difeso il regno della Stirpe di Hoen. In guerra non era considerato molto importante saper cucinare un polpettone perfetto o sferruzzare i merletti all'uncinetto. Bisognava conoscere magie oscure, costruire marchingegni potenti da usare come armi. Non era poi così grave se a sera la minestra di legumi era troppo asciutta e poco speziata, l'importante era avere le nozioni utili ad arrivarci tutti interi all'ora di cena.
Così si era fatta una cernita e si era deciso di suddividere i libri considerati superflui in diverse categorie. Categorie senza nomi, ma con diversi gradi di inutilità. Quelli più inutili come le ballate e le filastrocche erano finite diritte al macero, così da poter essere riciclate per poter stampare nuovi libri 'utili', gli altri erano stati o regalati o inviati ad altre biblioteche del regno, dove sarebbero stati dimenticati su qualche scaffale troppo in alto per poter destare l'interesse di un qualsiasi visitatore di passaggio.
Solo gli almanacchi di storia, pur essendo considerati inadatti alla formazione di un guerriero, erano riusciti a salvarsi. Non tanto perché si ritenesse potessero in qualche modo tornare utili in futuro, ma perché ai grandi capi, che fossero consiglieri o generali, piaceva l'idea di poter ritrovare le proprie gesta archiviate da qualche parte, di poterle rileggere un giorno ai nipotini davanti al fuoco e ad una bella scodella fumante di zuppa di fagioli e ortiche.
La storia si era salvata per soddisfare il capriccio dei potenti.
Si era scelto di sacrificare la grande Sala dei Convegni perché in tempo di guerra non si aveva molto tempo per organizzare feste e riunioni, o meglio, il tempo lo si poteva anche trovare, il problema è che c'era veramente poco da festeggiare o peggio ancora da riunire. E così la Sala dei Convegni era stata ribattezzata in Sala degli Almanacchi, vi erano stati riposti i libri badando con molta attenzione a non rispettare alcun ordine logico di archiviazione e infine si era chiusa la porta a chiave nella consapevolezza che nessuno avrebbe più varcato quella soglia.
Pile e pile di carta erano state sottratte al macero per essere poi abbandonate a sé stesse in un'eterna battaglia contro l'usura del tempo.
Le ostilità si erano aperte immediatamente. Già perché, se nella Biblioteca del Consiglio c'erano maghi di alto rango preposti alla difesa delle preziose reliquie di carta dagli effetti dell'umidità, della polvere e delle tarme, nella prestigiosa Sala degli Almanacchi i libri erano costretti a imbracciare le armi per difendersi dagli invasori che giorno dopo giorno minavano la sopravvivenza delle memorie storiche di tutto il regno.

Un raggio di sole, dopo lungo vagare alla ricerca di qualcosa di interessante da leggere, decise di impegnare il suo tempo in maniera più costruttiva andandosi ad insinuare tra i lembi della tunica dell'unica persona che avesse mai osato disturbare la quiete di quella stanza dal momento in cui fu ribattezzata in Sala degli Almanacchi. Da sei mesi a questa parte Jonah passava tutte le sue giornate chino su quei testi dimenticati alla ricerca di una risposta. Ogni volta che credeva di averla trovata, nascevano nuove domande e pertanto nuovi cumuli di carta logorata e infestata dovevano essere smossi per poter risalire alla 'Risposta', quella vera, quella con la 'R' maiuscola, che non avrebbe dato adito ad altre domande, che sarebbe stata la causa di qualcosa ma non la conseguenza di qualcos'altro. Jonah da sei mesi cercava di scoprire l'origine della Guerra delle Stirpi. Non l'inizio, quello lo conoscono tutti, una guerra inizia quando uno stato sovrano muove battaglia ad un altro, e la Guerra delle Stirpi non era diversa da tutte le altre. Quando il re della Stirpe di Mana varcò il confine delle terre di Hoen ebbero inizio le ostilità che vanno avanti da più di un secolo. Quello però fu solo l'inizio, l'origine, quella è tutta un'altra cosa. L'origine è quell'evento che innesca una serie di altri eventi che a loro volta portano ad altri eventi che infine porteranno all'inizio della guerra.
Jonah era convinto che, se avesse trovato l'origine della Guerra delle Stirpi e questa fosse stata un'idea, un concetto o comunque qualcosa di abbastanza astratto da poter essere sigillato, forse avrebbe potuto porre termine alla carneficina che quotidianamente si compiva sui confini ormai risicati della sua terra.

Era un piano ambizioso il suo, e anche abbastanza stupido. Se il suo mentore aveva fatto in modo di ottenere per lui il permesso di accedere alla Sala degli Almanacchi era solo per poterlo tenere lontano dal fronte adducendo la scusa di un importante progetto segreto che richiedeva la completa attenzione e devozione del suo discepolo. Non tanto per mantenere Jonah al sicuro dalla prospettiva di una morte orribile sul fronte di guerra, quanto per tenere il fronte al sicuro da lui. L'unica cosa in cui il ragazzo eccelleva era la creazione e l'imposizione di sigilli, per il resto era un disastro, a tratti imbarazzante. Per non parlare delle sue notevoli capacità da armigero, che all'età di 14 anni quasi decapitavano la figlia di un signorotto locale. No, per la sua sicurezza e per quella di chi gli stava intorno, era meglio trovargli un'attività più adatta alle sue capacità, o incapacità, che dir si voglia.
Così iniziò la sua avventura, armato di pazienza e di barattoli di conserva di ciliege, scartabellando ogni foglio presente nella stanza, creando schemi, cercando collegamenti e avvicinandosi sempre di più all'origine di tutto quell'orrore. Man mano che le trame della storia si dipanavano sotto al suo naso, la consapevolezza di essere sulla strada giusta gli dava forza e coraggio. Leggere di tutte quelle battaglie concluse e di quella gente ammazzata non era per lui meno importante di combattere la guerra in prima linea.
Ormai conosceva a menadito ogni singola causa che aveva portato alla dichiarazione di guerra, ma non era sufficiente, doveva andare ancora più indietro, risalire il fiume della storia come un salmone fino ad arrivare alla sorgente del tutto. Il momento, l'evento, la situazione da cui tutto era partito.

Jonah si svegliò quasi di soprassalto, si era nuovamente addormentato su quella sedia nonostante il suo mentore glielo avesse vietato, e nonostante fosse così terribilmente scomoda. E aveva sbavato. Nessuno potrà più conoscere le gesta di Jorge il Conquistatore la cui impresa di liberare la torre di Elegar dai rinnegati si era dissolta in un piccolo lago di saliva. Cercò di asciugarsi la guancia e di sistemare gli occhiali su quel viso rubicondo dovuto alle troppe ciliege sotto zucchero. Si sistemò come meglio poteva quella folta selva di ricci così scuri che si ostinava a chiamare capelli. Doveva decisamente smetterla di passare le sue notti lì dentro, su quella sedia che stava lentamente distruggendo la sua schiena. Quella sedia così mal progettata aveva un tempo sicuramente ospitato un qualche regale che, insieme ad altri, in quella che fu la Sala dei Convegni, avevano deciso le sorti del mondo conosciuto. Jonah cominciò a chiedersi se non fosse quella sedia la causa della Guerra delle Stirpi.
No, senza dubbio non era quella, anzi, poteva tranquillamente stracciare i sui appunti. Ormai aveva capito.
La pulce gli era saltata all'orecchio pochi giorni prima, mentre passeggiava per i lunghi corridoi della reggia di Hoen. Ovviamente era una pulce figurata, ma comunque impiegò un po' di tempo prima di riuscirla a distinguere da tutte le pulci reali che infestavano quotidianamente la sua tunica da mago. Aveva carpito frammenti di una discussione tra un armigero e un nano non proprio contenti degli ultimi sviluppi provenienti dal fronte. "Stramaledettissimi bastardi, loro e la loro nuova arma bastarda" aveva detto il nano, non molto avvezzo all'etichetta che di solito si cerca di rispettare in quei luoghi. Quella frase continuò a riecheggiare nella sua testa per ore senza che riuscisse a spiegarsene il perché.
La folgorazione arrivò mentre leggeva le Cronache della Valle dei Lupi, un frammento di storia palesemente romanzato e di scarsa attinenza con la guerra in corso. Ormai aveva imparato ad escludere a priori le vicende nelle quali non si ricorreva alle armi. Armi. Le armi bastarde. Quella era la guerra delle armi bastarde. Non nel senso che facevano un male porco, ma nel senso che erano ibride. Complessi ingranaggi meccanici alimentati da diversi tipi di energia magica. La meccanica e la magia che si fondevano in unico strumento di morte.
Era quella la soluzione, l'origine, la causa di ogni male. Ci volle un po' a verificarlo, e fu difficile recuperare tutti i testi necessari, ma l'origine era proprio lì sotto i suoi occhi.
Era infatti da meno di due secoli che l'uomo aveva iniziato a ricorrere alla magia per attivare i macchinari più svariati. Si narra di un uomo che, per evitare la povertà in periodo di siccità, si rivolse ad un elfo che, con un incantesimo di vento, fece muovere le pale del proprio mulino. Ora neanche si usavano più le pale per far girare la macina dei granai, tutto si basava sulla magia. Giorno dopo giorno materia ed energia si amalgamavano per dare vita a nuovi congegni che, in tempo di pace, avevano portato all'età dell'oro delle varie Stirpi degli Uomini. Poi venne la guerra, cruda e selvaggia, e come ogni guerra ci fu la corsa agli armamenti. Tutti ritenevano che possedere armi sempre più potenti avrebbe portato ad una vittoria sicura. Niente di più sbagliato. Le grandi armi continuarono a fronteggiarsi quasi solitarie da una parte e dall'altra dei vari fronti senza mai portare ad un vincitore e ad un vinto. La Stirpe degli Edori, viste le sue terre sul punto di essere invase, decise di spostarle altrove. Tutte le terre. Da un giorno all'altro si sollevarono in aria e semplicemente se ne andarono. Un isola nel cielo che vagava libera con i suoi monti, i suoi pascoli, i suoi fiumi e i suoi laghi. Avevano persino un vulcano. Jonah non era sicuro di riuscire a capire cosa se ne sarebbero fatti gli Edori di un vulcano su un isola nel cielo, ma di sicuro non sarebbe stato quell'estremo gesto a porre fine alla guerra. La guerra poteva finire solo se qualcuno avesse avuto il coraggio di dire basta, e quel qualcuno poteva essere soltanto lui. Avrebbe portato la sua idea quello stesso giorno di fronte al Gran Consiglio dei Maghi, e non si sarebbe arreso finché non gli avessero dato retta.
Aveva già calcolato ogni sfumatura: ovviamente avrebbe risolto tutto con un sigillo, dopotutto era l'unica cosa che gli riuscisse bene, o quello, o facendo il cantastorie, ma ancora non aveva compreso bene come coniugare il suo amore per la narrativa con le tattiche di guerra. Decise di procedere con un sigillo. Avrebbe richiesto la forza di una decina di maghi, forse quindici se il Consiglio decideva di mandare i novizi. Da sempre i maghi più potenti, o venivano mandati al fronte, o messi a fare i bibliotecari, di certo non potevano essere sacrificati per la sua idea. No, sarebbero stati quindici novizi, non uno di meno, non uno di più. Si appuntò sulla manica di ricordare al proprio mentore che era ora di dargli una promozione, altrimenti il Consiglio avrebbe sacrificato anche lui, e Jonah preferiva l'idea di passare i suoi giorni a fare il bibliotecario.
Ad ogni buon conto aveva bisogno di capire come separare la magia dalla meccanica, e soprattutto come fornire al suo sigillo la via di fuga necessaria per renderlo indistruttibile. Le risposte furono entrambe semplici.
La magia di per sé era innocua, se ne sta per i fatti suoi, era l'uomo che la domava e la assoggettava al suo volere. La materia inanimata per definizione è inanimata, non gli capita spesso di avere grandi iniziative, è sempre l'uomo che la plasma per renderla utile al suo scopo. Erano gli uomini che andavano separati. Tutti gli uomini. Quelli con la propensione per le scienze da una parte, i maghi dall'altra, quelli che non capivano ne l'una ne l'altra materia potevano saltare fuori dove gli pareva. Ma non andavano semplicemente separati gli uni dagli altri, doveva essere assolutamente impossibile per loro coesistere, come se fossero intrappolati in due mondi paralleli, vicini ma irraggiungibili, uniti solo da un Portale che avrebbe reso possibile la comunicazione tra i due mondi solo una volta ogni, chessò, cento anni. E anche quando aperto, il Portale avrebbe permesso un solo attraversamento, per poi richiudersi per altri cento anni. Era perfetto, c'era tutto, era fattibile, il sigillo non era complesso e la condizione d'uscita era impeccabile. Doveva funzionare!

Passò la giornata a prepararsi il discorso. Il Consiglio aveva accettato di riceverlo. Ogni tanto farsi una risata fa bene all'umore e alla salute, e in quella sede i maghi più potenti del mondo non si aspettavano altro dal giovane Jonah. Alle prime ore del pomeriggio l'ombra era già calata sul cortile interno della reggia. La porta d'ingresso alla sala del consiglio era lì davanti. Due pesanti battenti di legno istoriato separavano il giovane novizio dal suo destino. Avrebbe dovuto dare il meglio di sé una volta varcata quella soglia, perché già era assurdo che uno come lui si presentasse al Consiglio, ma sarebbe stato un vero affronto se non si fosse dimostrato degno di quell'onore. La porta si aprì ed un giovane paggio fece segno a Jonah di entrare. Al centro della sala circolare si trovava un leggio, accanto al qualo lo attendeva il suo mentore, tutto serio e preoccupato. Di fronte a loro si ergeva una gradinata molto alta con diversi scranni in oro, su ognuno dei quali sedeva uno degli anziani del Consiglio.
Jonah passò in rassegna uno ad uno tutti i consiglieri: chi parlottava col vicino, chi era visibilmente appisolato, altri se ne stavano sbragati sul loro scranno a leggere un libro. Nessuno sembrava essersi accorto del suo ingresso. La sguardo di Jonah volò verso l'alto, verso l'enorme cupola in vetro che sovrastava la sala, e per un attimo pensò quanto sarebbe stato bello essere un fringuello e potersene volare via tra quelle nuvole lasciando tutta l'ansia che lo stava divorando lì davanti a quel leggio a cavarsela da sola. Ormai con quell'ansia ci conviveva da un po', e ci si era anche affezionato, non gli sembrava carino di abbandonarla da sola. Guardò il suo mentore negli occhi che, con un colpetto di tosse ridestò l'attenzione del Consiglio. Era il momento di fare l'eroe, o il cantastorie, a seconda delle circostanze.
Furono ascoltati entrambi per ore ed ore. La luce che filtrava dall'immensa cupola andava via via scemando. Non stava andando bene perché ogni intervento di Jonah sembrava sortire lo stesso effetto delle battute di un giullare. Le rabbia avvampò le sue guance rotonde, le lacrime iniziarono ad irrigare i suoi occhi, ma non si arrese e continuò con la sua teoria.
Presto le risate furono sostituite da sguardi seri e concentrati. Non risero nemmeno alla storia delle mucche che se ne vanno al pascolo col pastore che, diciamocelo, era il suo pezzo forte. Erano attenti. Tutti con lo sguardo fisso su di lui. D'altra parte il ragazzo sembrava stupido, e sicuramente lo era, ma c'era del vero in quel che diceva. Forse la sua proposta, per quanto assurda, era persino fattibile. Certo, non avrebbero preso parte loro in prima persona all'esperimento, ne avrebbero rischiato di mandare a morire una decina di maghi di alto rango come proponeva il ragazzo, ma magari quindici novizi li si poteva anche sacrificare, e Jonah, artefice di un piano di così grande levatura quanto di orribile stoltezza, li avrebbe guidati valorosamente nella loro ultima battaglia. Nell'ultima battaglia di quella guerra interminabile.
Forse le cose sarebbero andate per il verso giusto, il mondo si sarebbe spaccato separando quelle due realtà che mai si sarebbero dovute unire. Molti avrebbero perso i propri cari i quali sarebbero stati magicamente deportati in un'altra dimensione, ma le cose si sarebbero aggiustate. La guerra sarebbe finita, finita davvero, e non perché qualcuno aveva vinto e qualcuno aveva perso, ma perché, in maniera del tutto subdola, non ci sarebbero più stati i mezzi per muovere guerra. Armistizi sarebbero stati firmati, trattati sarebbero stati stesi, prigionieri sarebbero stati liberati.
Tutti avrebbero festeggiato e banchettato in suo nome. In nome di Jonah, colui che aveva posto fine alla guerra con l'astuzia e non con la spada.
Certo forse in quell'occasione avrebbe fatto comodo un cantastorie che potesse strimpellare qualche nota e raccontare a tutti come il mondo si fosse salvato, ma questo Jonah non lo seppe mai.


venerdì 22 ottobre 2010

Il Sigillo - Parte 1

I sigilli sono una cosa strana, magia antica, quasi superstizione.
Quello che fanno è tenere fuori le cose che non si vogliono fare entrare o tenere dentro le cose che non si vogliono far uscire. Niente di complicato.
In teoria puoi sigillare qualsiasi cosa, dalla magia più potente all'oggetto più banale. Quando a fine estate mia madre preparava la conserva delle ciliege, prima le lavava per bene, poi le controllava una ad una per assicurarsi che non fossero già il pasto di qualche allegro vermetto che, poveretto, con la fatica che aveva fatto per entrare li dentro, non sembrava carino farlo schiattare, infine le ricopriva con lo zucchero e chiudeva il barattolo. Lì avveniva la magia, anche se proprio magia non era: lo zucchero fermenta, nel farlo brucia l'ossigeno, si crea il vuoto e il tappo schiocca.
Quando ero bambino adoravo quel momento: mi mettevo a fissare tutti i barattoli al sole e aspettavo che si compisse il miracolo e iniziasse il concerto. Lo schiocco era il segnale che ti avvertiva che adesso le ciliege erano al sicuro, che durante l'inverno avrebbe comunque fatto un freddo porco, ma almeno ti potevi riscaldare un poco con quel nettare dolce.
Quello era a tutti gli effetti un sigillo, e lo faceva la mia mamma, che era una brava donna ma di magia non ne capiva un fico secco, o meglio, i fichi secchi li capiva benissimo, soprattutto col cacio, era la magia che proprio non gli entrava in testa.

Il problema principale da affrontare per creare un buon sigillo è capire come convincere l'oggetto da sigillare a non varcare quel limite o quantomeno a chiederci il permesso prima di farlo. Con le ciliege è facile, non sono particolarmente ostili all'idea di rimanere nel barattolo, anzi, fosse per loro non ne uscirebbero più. In genere il principio del barattolo funziona su tutte le cose tangibili, più la cosa tangibile è grossa e più devi fare un barattolo grosso. Basti pensare alle mura di cinta delle città, non saranno inviolabili, ma gli invasori il più delle volte ci si scoraggiano, soprattutto se di mezzo c'è anche un bel fossato. No, il problema è con le cose intangibili! Con quelle si fa una fatica del diavolo. Soprattutto con le idee, sigillare un'idea è un'arte contorta, ma anche in quel caso di magia ce n'è ben poca, basta un poco di filosofia spicciola, due bicchieri di rum, neanche di quello buono, va bene anche un po' di idromele, e soprattutto bisogna parlare, parlare tanto, finché l'altro, stremato, si scorda dell'idea che ha avuto e il giorno dopo si sveglia con un mal di testa di quelli che ti fanno dimenticare anche come ti chiami.

Alla fine un sigillo è una cosa semplice, non richiede mai un grande sforzo, o per lo meno ne richiede meno di quello che solitamente si può pensare. Il segreto sta nel lasciare una via d'uscita.
Sembra un controsenso, ma non è così: il sigillo ha a che fare con la privazione della libertà, una sorta di schiavitù, e uno la schiavitù la sopporta solo se ha la speranza di liberarsene prima o poi.
"Pensa alle mucche" diceva sempre il mio mentore, ed effettivamente aveva ragione. Quelle di solito le si confina tutte insieme dentro un recinto semplice, il più delle volte fatto con poche assi di legno, di quello scadente, troppo impegnato a difendersi dai tarli per far caso alle mucche. Quanto potrebbe resistere un sigillo del genere sotto il peso della carica di una mandria intera? Niente! Non se ne accorgono nemmeno di averlo sfondato lo steccato, sono già a fondo valle a farsi gli affari loro. Se rimangono lì dentro buone buone è solo perché il pastore al recinto ci ha aggiunto una bella porticina, e non l'ha aggiunta solo per permettergli di entrare, per quello basta passare tra una stecca e l'altra, l'ha aggiunta per permettere alle mucche di uscire, per poterle portare al pascolo, e non quello giallo e secco a fondo valle, ma quello che si trova al limitare del bosco, verde e rigoglioso, con le foglie larghe piegate sotto il peso della rugiada fresca e qualche dente di leone sparso qua e là a fare da contorno. E quindi poi loro a sera ci tornano nel recinto, perché sanno che l'indomani il pastore le porterà di nuovo a brucare le erbe migliori. Non gli conviene scappare, e così lo steccato può continuare a farsi gli affari suoi e condurre la sua eterna battaglia contro i tarli.

La magia è un po' più infida delle mucche, per non parlare delle ciliege. Se la sigilli, quella si studia il tuo incantesimo per anni, e prima o poi vedrai che la falla la trova: una parola pronunciata male o una condizione sottintesa, troppo sottintesa, ed ecco lì che lei se ne scappa fuori e torna a far danni e soprattutto a fartela pagare di averla sigillata. E' per questo che bisogna inserire tra le condizioni dell'incantesimo una scappatoia, qualcosa che dia l'illusione di una futura libertà, qualcosa che la faccia stare buona nei momenti di sconforto. Basta darle una condizione d'uscita e quella diventa una carcerata modello, di quelle che a sera ti lavano anche i panni e ti preparano il pranzo al sacco per il giorno dopo.
Ovviamente non è che vanno bene tutte le condizioni, deve essere una adatta al tipo di magia che si vuole legare. Non gli puoi dire ad una magia che ammazza i polli che potrà essere libera solo quando non ci saranno più polli da ammazzare, quella ci va in puzza, se non ci sono più polli da ammazzare si annoia. No, bisogna dare qualcosa di appetibile, o magari di astratto, che non si capisce, così magari non si accorge nemmeno quando viene liberata.

Il difficile sta tutto lì, trovare la condizione d'uscita ideale per il tipo di sigillo che si vuole creare.
Quando al consiglio dei maghi proposi la creazione di questo sigillo mi risero tutti dietro. Non poteva essere diversamente: come poteva un ragazzino di appena 15 anni avere la soluzione giusta per la piaga che affliggeva il mondo da più di 100 anni: la Guerra delle Stirpi! E per di più come si poteva fermare una guerra solo con uno stupido sigillo! Eppure ero lì davanti al gran consiglio con i miei barattoli di ciliege e le mie mucche a cercare di far capire a tutti che non era la guerra il problema, ma ciò che c'era alla base, ed era quello che andava sigillato, la guerra sarebbe finita di conseguenza. Io in realtà volevo solo tornarmene nel mio villaggio, o per lo meno in quel che ne restava. Lanciare un'idea, ecco cosa volevo fare, dare la mia opinione, tutto qui! Mai mi sarei aspettato che mi avrebbero dato retta, e soprattutto mai nella mia vita avrei voluto prendervi parte. Io ho solo delle idee, non si può mica andare a morire per un'idea; lo si può fare per un'ideale, ma non è la stessa cosa, un'idea è solo un'idea! E invece eccomi qui, pronto a schiattare per un'idea che forse neanche funzionerà, insieme ad altri 14 maghi che mi guardano come fossi il loro carnefice e, soprattutto, senza più barattoli di ciliege!

Forse era meglio se mi facevo i fatti miei...