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domenica 10 luglio 2011

La Via di Fuga

Holtz era da sempre considerato una giovane promessa, padroneggiò la tecnica di trasformazione ancora prima che qualcuno avesse il tempo di insegnargliela, primeggiava in ogni disciplina ed era il migliore del suo corso in accademia. Entrato nell' esercito, impiego pochi anni per diventare capo squadriglia, prendendo il posto di suo fratello maggiore Karl al comando del suo branco. Tutti si aspettavano grandi cose da lui e sapevano che prima o poi (più prima che poi) sarebbe persino entrato nel Consiglio Supremo.
Eppure c'era qualcosa in lui che non andava, sentiva di essere fuori luogo di vivere una vita che non gli calzava. Fuori dai confini di Hangwick c'era un mondo intero da vedere e da scoprire pieno di meraviglie e di magie che lui poteva solo immaginare. La mattina di fronte allo specchio, fissando la sua folta barba fulva, simbolo di maturità e di rispetto, pensava a come era la sua vita e a come sarebbe dovuta essere. Fantasticava sul mondo in superfice e viaggiamo con la mente verso paesi lontani e meravigliosi. La realtà però era diversa e quando alla fine si decideva a tornare coi piedi per terra, la sua barba era ancora lì a ricordargli chi era e cosa rappresentava per la gente che lo stimava e lo rispettava.
Lui faceva parte della guardia del Consiglio e il suo compito era di proteggerne i membri, da cosa di preciso non lo sapeva, visto che in 27 anni, il massimo dell'azione era stato scacciare via una mandria di bufali pontifici che avevano deciso di costruire il loro villaggio proprio davanti l'ingresso della grotta che conduceva alla città dei Nani.

Solo in un'altra occasione si rese utile alla sua gente. Dovette fare da scorta ad una delegazione del Consiglio in visita ad Asper, un viaggio breve, giusto un paio di giorni in superficie prima di raggiungere un'altra città sotterranea, ma per Holtz fu un esperienza unica, per la prima volta aveva abbandonato i morbidi pendii di Hangwick e aveva camminato su quelle strade baciate dal sole, un sole vero, non un cristallo appesa in cima ad una grotta. I raggi di luce caldi gli attraversavano la pelle e gli scaldavano il cuore. Profumi e colori mai visti lo inebriarono e lo fecero sentire come un bambino.
Al suo ritorno ad Hangwick era carico di emozioni e di sensazioni, ma ben presto tutto affogò nella routine quotidiana lasciandolo di nuovo solo e svuotato. Ogni mattina vide riflessi nello specchio i suoi occhi che si spegnevano lentamente lasciando il posto ad uno sguardo vitreo ed inespressivo. Quella mattina in particolare notò che dalla sua lunga chioma faceva capolino un capello bianco. Lungo e rigido si faceva strada tra la moltitudine di ricci bruni. Holtz cercò di isolarlo dagli altri prendendolo in mano e avvicinandolo allo specchio. Cercò di immaginarsi completamente canuto come il fratello e l'immagine lo terrorizzò. Si vide vecchio e scavato nel volte come se il suo corpo si fosse rassegnato e vivere per sempre e morire in quella grotta sconosciuta al mondo in superficie.
La rabbia gli montò dentro, afferrò l'intera ciocca di capelli e se la strappò via con forza. Sentì dolore alla cute ma la ignorò, continuò a fissare quella manciata di capelli che gli erano rimasti in mano. Alzò di nuovo lo sguardo quasi trionfante per quel gesto così rivoluzionario, ma un altro capello bianco saltò agli occhi, e un altro, e un altro ancora. Più scavava nella sua chioma, più capelli bianchi trovava. Il peso della sua morte interiore lo stava annientando e il suo corpo si era indebolito. Non aveva perso la forza, ma la voglia di vivere.
Con le lacrime agli occhi Holtz diede un pugno allo specchio rompendolo. La sua immagine spezzata continuò a fissarlo con cento occhi tutti uguali e tutti vuoti. Un rigolo di sangue scese lentamente dal suo pugno lungo le incrinature del vetro fino a gocciare nel lavandino sottostante. Portò la mano al petto quasi di istinto, fissò la ferita per qualche istante, poi quella iniziò a richiudersi lentamente lasciando una nuova cicatrice candida sul dorso della sua mano.

Holtz continuò a coccolare quasi meccanicamente il punto dove la ferita si era appena richiusa e sentiva che quel processo di rigenerazione aveva riportato a galla un po' del suo vero io. Quella strisca candida di pelle nuova era giovane e piena di vita. Per un attimo si chiese se scorticandosi completamente la pelle sarebbe stato ingrado di ritrovare se stesso, ma fortunatamente gli rimaneva ancora un barlume di ragione per impedirgli di fare una tale stupidagine. No, la sua doveva essere una metamorfosi simbolica che gli avrebbe dovuto restituire la luce negli occhi, la giovinezza sul volto, quindi prese il coltello che aveva attaccato alla cintola e, afferrando grosse ciocche di capelli se li tagliò corti. Non era un taglio preciso, ma avendo i capelli ricci non si notava molto la differenza, si sentiva come una pecora appena tosata.
Poi fu la volta della barba, questa volta si inumidì la pelle con degli oli da bagno per permettere alla lama di scorrere a filo sulla sua pelle e lentamente ridiede ossigeno al suo volto. Ad ogni passata della lama una nuova cicacrite veniva scoperta e un ricordo di vita vissuta gli tornava alla mente. Con calma minuziosa tagliò via ogni pelo ispido dal suo volto, ogni tanto si portava via per errore anche un po' di pelle, ma il suo volto si rigenerava in fretta. Alla fine si guardò di nuovo nello specchio e vide un centinaio di riflessi diversi nel vetro infranto, ma avavano tutti l'aria di essere dei ragazzi giovani e pieni di vita. Holtz sorrise finalmente di gusto e con una mano si accarezzò il volto liscio e rinato.

I dormitori della GradiaHangwick in poco tempo. Inoltre era situato sull'unico rialzamento presente all'interno della grotta, così da permettere una visuale dall'alto delle case sottostanti. I dormitori si estendevano in circolo intorno ad una seppur misera reggia che fungeva da sede del Consiglio.
Le stanze erano tutte uguali, composte da una sola stanza e da un piccolo tinello, tutte davano su lunghi corridoi che correvano all'interno della circonferenza e che davano sui giardini della reggia. Lì ogni mattina alle 5 in punto avvenivano le esercitazioni, alle 7 veniva servita la colazione nella mensa e poi si iniziava la giornata lavorativa dell'armigero medio. L'esercito, essendo in tempo di pace, si occupava principalmente della vicilanza della città, ma occasionalmente svolgeva lavori di manutenzione e di rinnovamento delle strutture interne alla grotta.
Avevano il compito di estinguere gli incendi e svolgere opera di assistenza presso l'ospedale locale. Insomma, erano un po' i tuttofare del regno.
Come ogni mattina, all'interno dei dormitori veniva suonata la sveglia e puntualmente tutti si presentavano sull'attenti di fronte al proprio alloggio avendo cura di aver rassettato la stanza e rifatto il letto. I capi squadriglia facevano l'appello e ispezionavano le dimore per accertarsi che tutto sia stato fatto secondo il regolamento. Come se tutta quella disciplina servisse davvero a qualcosa.
Quella fatidica mattina la sveglia suonò, tutti si presentarono all'appello, ma i commilitoni di Holtz si trovarono in una situazione quantomai imbazzante. Già, perché in passato era capitato che qualche soldato non si fosse presentato all'appello o si fosse presentato in “disordine”, il povero figliolo veniva punito con 10 frustate (pena simbolica per un Nano Lupo, visto che hanno una naturale resistenza al dolore e una grandissima capacità rigenerativa) e la cosa finiva lì, ma mai nella storia di Hangwick era successo che fosse proprio il capo squadriglia a non presentarsi.
Tutti rimasero lì immobili ad aspettare, ogni tanto osarono anche scambiarsi sguardi imbarazzati e perplessi, ma nessuno emise il benché minimo suono. Ogni tanto tutti, a turno, facevano cadere l'occhio sulla porta della stanza di Holtz chiedendosi cosa stesse accadendo. Una musica, forse una nenia, insomma, qualcosa di strano veniva da dentro quella stanza; ammettendo che una cosa tanto assurda fosse possibile, sembrava quasi che Holtz stesse canticchiando un motivetto allegro.

Dopo diversi minuti la porta dell'appartamento si spalancò e ne usci... beh, ne uscì un ragazzo che nessuno conosceva e nessuno aveva mai visto. Da bravi soldati, la squadriglia di Holtz saltò addosso al ragazzo e lo immobilizzò. Senza accorgersene si erano tutti trasformati in lupi e rischiavano di sbranarlo se non fosse per l'urlo che terrorizzò tutto l'esercito.
“FERMI!” urlò Karl, aggiustandosi la divisa prese un paio di lupi dal mucchio, li sollevò di peso e li scaraventò in giardino. “Non vedete che questo è il nostro comandante? E' Holtz!”
Poi rivolgendosi con sguardo severo al fratello intimò sotto voce “Che diamine ti sei messo in tenta brutto deficente!”
“Buongiorno anche a te Karl, ho pensato di curare un po' il mio aspetto fisico, come mi trovi?” disse Holtz.
“Oh benissimo, sembri un principino” rispose Karl con aria canzonatoria e poi aggiunse “Ti sei bevuto il cervello? Rischiavi di farti ammazzare da questi deficenti che non sanno ancora usare l'olfatto”. Non credo ci sia bisogno di precisarlo, ma queste ultime parole non furono pronunciate in tono particolarmente amichevole.
“Stai tranquillo fratello, so difendermi, ma ti ringrazio per essere intervenuto” riprese Holtz con il sorriso sulle labbra.
“Hai deciso di farti cacciare? Sai che la barba e i capelli lunghi sono un simbolo di potere all'interno dell'esercito?”
“Certo che lo so, ma lo sapevano anche pulci e zecche che non la finivano più di tormentarmi. Adesso mi sento molto più leggero.”
I due si guardano intensamente per alcuni minuti. Karl era visibilmente arrabbiato, mentre Holtz era visibilmente divertito. Alla fine Karl decise di rompere il silenzio sbuffando e allontanandosi: “Fai come ti pare, se ti cacciano tanto meglio per me”.

Il nuovo taglio di Holtz fu l'argomento principale di conversazione della colazione e ben presto la voce arrivò anche alle orecchie di Aperon, Capitano della Guardia nonché mentore di Holtz.
Al termine della colazione il Capitano si avvicinò ad Holtz e lo trasse in disparte: “Cos'è questa buffonata? Ti sei forse bevuto il cervello?” gli ringhiò contro, ma Holtz non si scompose e replicò sempre col sorriso sulle labbra: “L'ultima volta che ho letto il regolamento della caserma non mi sembrava di averci trovato nulla contro i capelli corti e la barba rasata.”
“Sai benissimo che le usanze sono importanti più dei regolamenti” replicò acido Aperon.
Holtz iniziava ad annoiarsi di tutte quelle critiche inutili. Stava vivendo un chiaro e semplice rifiuto dell'autorità, delle regole e delle abitudine. Una sorta di neo-adolescenza. Sostenne lo sguardo del Capitano e semplicemente rispose facendo spallucce.
Il sangue iniziò ad irrorare di furia gli occhi del Capitano che si limitò ad alzare lo sguardo e a voltarsi, mentre si allontanva aggiunse: “Oggi ci sono le fogne dell'ospedale da pulire, pare che quella Mya le abbia intasate con i rami del bosco. Te ne occuperai tu, tuo fratello Karl amministrerà la tua squadriglia in tua assenza”.
Holtz non poteva vederlo dalla sua posizione, ma era abbastanza sicuro che il Capitano stesse ghignando, al che si limitò a mettersi sugli attenti e, sempre con il sorriso sulle labbra e con un tono canzonatorio che non sapeva di saper usare rispose: “Agli ordini mio capitano!”
Aperon non si voltò, ma il suo ringhio sordo riecheggiò in tutta la mensa e Holtz poté andarsene con aria di trionfo nonostante fosse appena stato punito e degradato.

***

Il pomeriggio proseguì lento. Il lavoro era pesante perché nessuno era accorso ad aiutarlo e la piccola Mya si era data molto da fare per mettere su una splendida e resistentissima diga. Holtz non poté fare a meno di apprezzare il talento della cucciola, un po' perché la diga era costruita molto bene, con ottimi materiali reperiti chissà dove e persino in una posizione strategica molto efficace che rendeva quasi impossibile rimuoverla senza dover nuotare nel letame.
Si trovava da diverse ore nella galleria di scarico al di sotto dell'ospedale, ma era soltanto ruscito a rimuovere un quarto di tutti i rami. Mya continuava a trotterellargli intorno guardandosi bene dal non cadere nell'acqua fetida e sghignazzando alle spalle del povero Holtz. Ogni tanto, quando il soldato riusciva a buttare giù qualche ramo particolarmente grosso, la ragazzina scappava guaendo e, una volta giunta ad una abbondante distanza di sicurezza, iniziava ad abbaiara all'indirizzo di Holtz.
I due continuarono così fino a sera, quando Mya sparì per quasi un'ora. Holtz era esausto e puzzava di vomito e letame fin dentro alle ossa, non era sicuro che sarebbe mai riuscito a recuperare il suo odore, ma alla fine era contento di essersi allontanato dalla vita militare anche solo per un giorno e anche solo per un lavoro tanto schifoso.
Mya tornò che la luce del cristallo si era quasi del tutto affievolita. Stringeva in bocca un cestino con del pane, un po' di frutta e una bottiglia piena di acqua fresca e pulita. Holtz cercò di abbracciarla per ringraziarla ma lei si ritirò schifata e si mise in un angolo a lisciarsi il pelo. In questi casi sembrava quasi più un felino che un mezzo lupo, ciononostante Holtz le fu molto grato e mangiò con gusto quella cena improvvisata.
“Sai piccola Mya” disse ad un certo punto. “Sono giunto alla conclusione che questo non è il posto per me, è ora di andarsene” Mya scattò sull'attenti e imitando quello che sembrava un sorriso abbaiò soddisfatta. “Anche tu te ne vuoi andare, vero?” Mya non rispose, beh, non sapeva parlare, quindi per lei era difficile rispondere, ma il suo sguardo si velò di malinconia e iniziò a fissare l'uscita della galleria. “Sai cosa ti dico? Appena riuscirò ad andarmene, ti verrò a prendere e ti porterò via con me”. Mya iniziò a saltare sul posto agitata, sorrideva a si rotolava e alla fine saltò in braccio ad Holtz e iniziò a leccargli la faccia “Buona buona che sono tutto sporco” provò ad obiettare, ma con scarso successo. “Sai cosa ti dico? Per oggi abbiamo lavorato abbastanza e ho decisamente bisogno di un bagno, alla prossima piccola Mya” e dicendo ciò si alzò e iniziò ad incamminarsi verso casa. Mya continuò a trotterellargli dietro per un po' ma poi iniziò a ringhiare contro il nulla “Cosa ti succede?” provò a chiedere Holtz, ma prima che potesse accorgersene, Mya era già scomparsa tra i vicoli della città.

Era ancora sotto la doccia quando per l'intera grotta si spanse l'allarme. Contemporaneamente suonarono le sirene anti intruso e anti incendio. Doveva essere qualcosa di grosso e finalmente ci sarebbe stato un po' di movimento, indossò i primi stracci che trovò e iniziò a correre verso la grotta di ingresso. Senza quasi rendersene conto aveva assunto l'aspetto di un lupo, si chiese se il fatto di essersi tagliato barba e capelli si sarebbe riflesso nel suo manto e si preoccupò di avere da qualche parte delle chiazze vuote sul pelo.
La corsa era inebriante, sentiva tutti i muscoli tonici e guizzanti che scattavano al suo comando. L'aria passava attraverso il suo manto accarezzandolo. Si sentiva rinascere e non vedeva l'ora di catapultarsi in un'avventura.
Durante il tragitto incontrò altri soldati che lo informarono dell'accaduto. Pareva che la collina di Hangwick fosse stata aggredita e che un gruppo di ragazzi erano sulle tracce della città. Probabilmente era una bravata di un gruppo di maghi novizi, ma sempre meglio controllare. Mentre correva nel bosco l'odore acre del fumo quasi lo stordì e gli fece perdere i sensi, cambiò sentiero per evitare le fiamme ed arrivò nella radura dove suo fratello Karl con la sua squadriglia stavano braccando un gruppetto di ragazzi umani. Una di loro era su una barella in chiaro stato di incoscienza e gli altri sembravano terrorizzati, gli occhi di Holtz però si posarono sul volto di una splendida fanciulla dai capelli corvini, stringeva in mano un ciondolo a forma di chiave che brillava al buio.

Nell'addestramento militare, una delle prime cose che ti vengono insegnate è l'individuare le vie di fuga. Ora, sia ben chiaro che Holtz stava ragionando in maniera puramente filosofica, ma aveva trovato finalmente la sua via di fuga. Per qualche ragione sapeva che quella ragazza sarebbe stata il suo lasciapassare per il mondo esterno.
Una ragazza con un medaglione a forma di chiave splendente accompagnata da dei ragazzi con abiti surreali, proprio come nella Leggenda, quella con la 'L' maiuscola che i cantastorie narravano ad ogni festa tra i saltimbanco e le bancarelle. La conosceva a memoria da quando era un cucciolo e sognava ogni notte di poter combattere al fianco della principessa perduta e trasformare in realtà la Leggenda di Andalia.
Holtz si convinse che quella ragazza era la prescelta ancora prima di aver riportato alla memoria tutta la Leggenda e decise che l'avrebbe salvata. Per farlo non esitò ad avventarsi contro il fratello che le stava per saltare al collo e in poco tempo iniziò una scazzottata con ne faceva da anni. Il gusto del combattimento quasi gli fece dimenticare che stava affrontando suo fratello, sangue del suo sangue, ci volle l'intervento dei suoi uomini per riportare sia lui che Karl alla ragione, ma almeno aveva raggiunto il suo scopo, si era posto a difesa della fragile principessa e l'aveva salvata, ora non gli restava che trovare il modo di aiutarla a scappare e a farle da scorta.

Kaila, così si chiamava, e non era propriamente una principessa, ma faceva la birraia. Niente da ridire della birra e, se non aveva capito male, la birra prodotta dalla sua famiglia era famosa in tutte le terre di Hoen, ma questo non la rendeva più regale di lui. Però c'era il ciondolo, e c'erano i ragazzi strani al suo seguito, e definirli strani era decisamente riduttivo. Ingegnosi per essere degli umani, avevano costruito una perfetta lettiga e avevano curato la gamba rotta di una loro amica senza dover ricorrere alla magia. Piuttosto insolito per dei ragazzi, in special modo della loro razza, ma anche questo faceva parte della Leggenda. Pare infatti che anche gli uomini un tempo sapessero usare la tecnica e la meccanica prima di friggersi il cervello a causa di un mago visionario.
Si, dovevano essere loro i ragazzi di cui narravano le antiche scritture e avrebbe convinto l'intero Consiglio della sua idea, dopodiché si sarebbe fatto affidare la missione di proteggerli... Una perfetta via di fuga.


sabato 25 dicembre 2010

Christmas Special

Questo è il mio personale regalo di Natale per tutti quelli che finora mi hanno seguito e mi hanno sostenuto. Con questo capitolo vorrei inaugurare una serie di storie slegate dalla trama principale e che narrano vicende secondarie o comunque incentrate su personaggi minori. Prendendo spunto dagli speciali del Doctor Who spero di riuscire a regalarvi un capitolo speciale per ogni ricorrenza. Di volta in volta cercherò di trovare le storie che meglio si adattano alla festività di turno. Ovviamente questi capitoli non verranno inseriti nell'indice dei libri che man mano si alterneranno, però sono sicuro che troverete queste storie farcite di piccoli rimandi che di volta in volta approfondiranno alcuni aspetti del romanzo che stiamo leggendo. Per questo primo speciale ho scelto di dedicarlo ad uno dei personaggi più importanti della mia storia che però per forza di cose è ben lungi da essere un protagonista: Jonah!

Detto questo vi lascio alla lettura e vi auguro un Buon Natale. Non posso promettere nulla, ma se ce la faccio avrò modo di farvi anche gli auguri di Buon Anno ;-)


Un Regalo Inaspettato

La bufera imperversava e si insinuava in ogni crepa della porta di legno. I cardini erano allentati, quindi ogni raffica di vento la faceva sbattere come se qualcuno stesse cercando di buttarla giù con violenza. La fiamma nel focolare si faceva via via più debole e non c'erano più ciocchi per sfamare quel che rimaneva del fuoco. Jonah strinse a sé la pesante coperta di lana e si fece più vicino al camino. Se ne stava rannicchiato per terra a giocherellare con un pezzettino di carbone ormai privo di calore. Il freddo gli faceva battere i denti e stridere le ossa, sentiva il gelo intorpidirgli l'anima. Accanto a lui l'ultimo barattolo di ciliege sotto zucchero. Una ciliegia solitaria galleggiava in poche dita di sciroppo.
Jonah si era da poco trasferito ad Hangwick, la città dei maghi, dove tutti i novizi dovevano terminare il loro addestramento sul campo. Era appena uscito dalla scuola di magia, non con il massimo dei voti, ma se l'era cavata. La sua massima aspirazione era quella di passare le sue giornate a prendersi cura dei libri della biblioteca di Elengar, ma le sue capacità non arrivavano a quel livello. Il suo maestro e mentore l'aveva fatto entrare nel programma di addestramento per i maghi cerusici. Se tutto fosse andato per il meglio sarebbe finito in uno dei tanti fronti di quella guerra secolare a curare ferite e a rinsaldare ossa rotte.
Era arrivato nella città dei lupi sul finire dell'estate, mentre i corsi sarebbero iniziati con l'autunno. La casa in cui viveva era poco più di una topaia ed era appartenuta ad un ramo della sua famiglia che non aveva mai conosciuto. Era stato affidato ad una zia della cugina di terzo grado del nipote della sorella di sua madre. Una vecchina silenziosa e pigra che passava le sue giornate stravaccata sulla sedia a dondolo a dormire russando o, in rari casi, a dormire senza russare. Ad ogni fragile respiro della donna, la sedia emetteva un leggero cigolio e ondeggiava lenta sul pavimento. Quel rumore ritmico e sgraziato era una tortura per il povero apprendista che non ricordava più cosa si provasse a svegliarsi dopo un'intera notte di riposo.

Il freddo era arrivato di soppiatto. Si era intrufolato progressivamente da ogni porta della città e aveva agitato il vento per quelle strade senza alberi e senza ripari. Jonah pensava che, sopravvissuto ai gelidi inverni di Elengar, non avrebbe mai più affrontato la sensazione tremenda di quando il sangue non raggiunge più le estremità. Come se un centinaio di formiche carnivore della Valle di Assua avessero iniziato a banchettare sui palmi delle sue mani. Era contento di essere fuggito dalla vetta di quella montagna altissima con le sue ancor più alte torri, ma non poteva immaginare che, tutto sommato, potesse esserci di peggio.
Il peggio era il vento. Le alte mura di Elengar erano uno scudo efficientissimo contro le intemperie. Hangwick aveva delle basse mura, ma soprattutto si trovava al centro di una delle valli più ventose della regione, con solo una piccola collina ad est a proteggerli dalle correnti. E il vento spegne i focolari, frusta le case strappandogli via brandelli di tepore, neanche il sole riusciva a infrangere quella cortina di gelo che ammantava la città.
Il peggio era il ghiaccio. I pesanti stalattiti che trasformavano l'umidità e le intemperie in spade di ghiaccio minacciose. Le lisce e scivolose lastre che ricoprivano le strade ampie rendendole teatri di buffe cadute e goffi giochi di equilibrio. Jonah aveva ancora i postumi del suo ultimo che lo aveva visto scivolare davanti alla bottega del panettiere e arrivare dolorante fino alla piazzetta del fontanile che ovviamente era completamente ghiacciata e piena di gente pronta ad irriderlo.

Il freddo non era solo nell'aria, ma anche negli animi della gente. Jonah non poteva certo dire di essere stato accolto in pompa magna, anzi, difficilmente qualcuno si era accorto del suo arrivo. Era solo un'altra tunica col cappuccio calato fin davanti alla bocca che ogni giorno prendeva parte alle esercitazioni nel bosco. Nessuno si rivolgeva a lui. Nessuno si voleva esercitare con lui. Nessuno voleva avere a che fare con lui.
Un giorno di fine novembre, come tutte le mattine, si recò nella piazzetta del fontanile al centro della città. Di solito si riunivano lì tutti i novizi per poi raggiungere i campi di addestramento nel bosco sulla collina. Tutti stavano fermi e in silenzio, in piedi in file ordinate in attesa del Capo Mastro, ma non quella mattina. Gruppetti disordinati parlottavano agli angoli della piazza. Discutevano di tattiche e strategie, ridevano e scherzavano e, all'occasione, guardavano storto il povero Jonah. Ormai c'era abituato a quel tipo di accoglienza, quello a cui invece non sapeva dare una spiegazione era quell'insolito 'disordine'.
Il Capo Mastro arrivò con un discreto ritardo e portò con sé un cesto pieno di pacchetti. Salì lentamente sul podio posto di fronte alla piazza e iniziò a squadrare tutti i ragazzi presenti. Come per magia tutti i ranghi si serrarono nuovamente. Le file ordinate a cui Jonah era abituato si ricomposero. Il silenzio scese grave sulla piazza.
Qualche colpo di tosse sporadico rompeva lievemente la stasi di quel momento in cui il Capo Mastro continuava a fissare i suoi allievi. "Oggi, come ogni anno, si terrà la Corsa di Fine Autunno" disse l'uomo. "Formerete delle coppie, ognuna delle quali riceverà uno di questi pacchetti. All'interno c'è un bastoncino. Ogni coppia sarà legata tramite un sigillo al bastone. Se un membro della coppia si allontana per più di dieci passi dal compagno, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia cadrà a terra, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia urlerà, il bastone si spezzerà. La prima coppia che raggiungerà l'altro lato della collina con il bastone ancora intatto avrà vinto."
Il Capo Mastro aspettò qualche secondo prima di ricominciare a parlare. Fissò uno ad uno tutti i ragazzi soffermandosi con sguardo severo su quelli che ghignavano silenziosamente. Solo Jonah sembrava turbato dall'evento. Il numero di novizi era dispari, quindi lui sarebbe stato escluso, o peggio ancora avrebbe dovuto fare coppia con il Capo Mastro. La voce tonante riprese il suo discorso dal podio. "Quest'anno come premio per i vincitori ci sarà una sorpresa. Qualcosa che sono sicuro non vi aspettereste mai. Per tutti gli altri invece ci sarà una settimana di lavori forzati alla miniera di Shurbi."
Jonah era disperato. Odiava i lavori manuali, ma ancora di più odiava correre. Era goffo e impacciato nei movimenti. Difficilmente sarebbe arrivato sano al momento della punizione. Inoltre avrebbe dovuto affrontare il tutto da solo. "Ora formate le coppie, ognuno scelga il proprio compagno". Di male in peggio, oltre al danno anche la beffa e l'umiliazione di rimanere da solo senza un compagno. Nessuno lo avrebbe scelto. Jonah non osò alzare la testa, quando all'improvviso la sua perfetta visuale del pavimento lastricato della piazza fu coperta dal grigio rossastro di un'altra tunica. Due piedi esili spuntavano da sotto il mantello. Chiunque fosse se ne stava proprio piantato di fronte a lui. Alzò lentamente lo sguardo fino ad incontrare quello di una ragazza dagli occhi ambrati e i capelli lisci e chiarissimi, quasi dorati, che morbidamente le si adagiavano sulle spalle. "Mi chiamo Neja" disse la ragazza. "Ti andrebbe di fare coppia con me?" concluse la frase con un sorriso dolcissimo. Jonah ci mise un po' a riscuotersi. Continuò a perdersi in quegli occhi del colore del miele senza riuscire a proferire verbo. Muoveva la bocca come per articolare qualche suono ma nessuna parola ne veniva fuori. "Sono l'unica ragazza del gruppo, nessuno mi sceglierà perché mi considerano un peso. A quanto pare anche tu sembri essere lasciato in disparte, quindi perché non fare coppia?". Jonah rimase imbambolato per qualche secondo e alla fine riuscì a pronunciare un flebile ed incerto "V-va bene".

A turno le coppie passarono davanti al podio dove il Capo Mastro consegnò loro uno dei pacchetti sul quale impose il sigillo. Neja spiegò a Jonah che quella gara serviva a rinforzare il legame tra i maghi. Per natura gli stregoni sono schivi e solitari, ma in guerra devono sapersi amalgamare con l'esercito. La corsa aiuta a sviluppare la fiducia nel prossimo e lo spirito di squadra.
Quando fu la loro volta di ricevere il pacchetto, il Capo Mastro li squadrò per un attimo e poi sorrise scuotendo la testa. Non erano di certo la coppia meglio assortita, ma lo scopo del gioco non era vincere, bensì unire i maghi. Tutte le coppie con relativo pacchetto si ridisposero sulla piazza in file ordinate. Indossarono i cappucci per coprire i loro sguardi tesi. Jonah aveva in custodia il bastone e Neja stava in piedi al suo fianco. Il ragazzo fissava la scatolina con ansia pensando alla sua nuova amica. Ora si sentiva responsabile anche per lei. Frustrato. Sapeva perfettamente di non essere in grado di correre. Figuriamoci battere gli altri in una gara di velocità. Avrebbe condannato la sua compagna ad una settimana di lavori forzati. Si fermò un attimo a riflettere sul fatto che tutto sommato non sarebbe stato male rimanere da solo.
"Al suono delle campane la gara avrà inizio" tuonò il Capo Mastro che con un sorriso aggiunse "Vi auguro buona fortuna. Che vincano i migliori".

I rintocchi del campanile arrivarono puntuali e strazianti e tutti insieme scattarono verso le porte della città. Già dai primi passi, Neja e Jonah si ritrovarono in coda. Neja era agile abbastanza da tenere il passo con gli altri, ma Jonah era appesantito da qualche chilo di troppo e penalizzato dai lunghi anni di pigrizia e di poco movimento. Arrivati al cancello Jonah aveva già il fiato corto e la fronte imperlata di sudore.
La corsa si rivelò ad ogni passo più ostica. Ormai avevano imparato a conoscere i sentieri di quella collina, ma la distrazione e il manto di foglie dei colori dell'autunno che ricoprivano e nascondevano le radici degli alberi, rendevano la salita assai complicata. Jonah rischiò di cadere diverse volte, ma Neja si rivelò molto paziente e abile nel sorreggerlo.
Le difficoltà aumentarono quando il bosco si riempì di incantesimi che volavano da una parte all'altra. Tutti i partecipanti cercavano di far cadere gli avversari. Effettivamente l'uso della magia non era stato vietato dal Capo Mastro, ma Jonah non aveva neanche il fiato per pronunciare una qualsiasi formula. Neja aveva imposto uno scudo discretamente potente su di loro che li metteva al riparo da palle di fuoco e sferzate di vento. In breve tempo però non ci fu più nessuna magia dalla quale difendersi visto che tutti gli altri avevano letteralmente seminato i due.
"Non ti arrendere!" disse la ragazza. "Ce la puoi fare. Devi credere di più nella tua forza". La voce di Neja aveva il potere di scaldare l'anima di Jonah. Assunse uno sguardo deciso e risoluto. I due si fissarono e Neja gli sorrise di nuovo. Ce la poteva fare. Diede a Neja la scatola e prese un pezzo di carta dal suo tascapane. Lo tagliò in due e con una piuma d'oca riempì le due metà con una scrittura minuta e fitta. Come inchiostro aveva usato il suo stesso sangue. Quando ebbe finito piegò a metà i fogli e pronunciò alcune parole sottovoce. I fogli si illuminarono e divennero di colore rosso scuro.
"Cosa stai facendo?" chiese Neja.
"Non sono un bravo mago, ma se c'è una cosa sulla quale sono infallibile sono i sigilli" disse Jonah porgendo a Neja uno dei due foglietti. "Questo piccolo sigillo cancellerà ogni segno di fatica e ci darà un equilibrio degno di un funambolo. Purtroppo durerà solo qualche ora, ma dovrebbe essere sufficiente per farci vincere la gara". Per la prima volta Jonah si sentì all'altezza della situazione e sorrise orgoglioso di fronte al suo sigillo. Neja prese il pezzo di carta e lo ripose nel tascapane insieme alla scatola col bastone. Una sensazione di tepore inebriò i loro corpi come una calda coperta. Ogni dolore dovuto alla stanchezza sparì all'istante. Erano pronti a combattere. Erano pronti a vincere.

Forti del sigillo, Jonah e Neja corsero come il vento tra i tronchi quasi spogli delle possenti querce. In breve raggiunsero il resto del gruppo. Scartavano velocemente tra radici e incantesimi come se fosse la cosa più banale del mondo. Ridevano di cuore divertiti da quella loro potenza. Imprecazioni si alzavano al loro passaggio e riempivano di orgoglio i due campioni.
Arrivarono in cima alla collina in un baleno. Si presero anche il tempo di rinfrescarsi in una piccola polla d'acqua nascosta in una radura. Erano pronti per rigettarsi nella gara. La discesa rendeva i loro passi più veloci ma non meno sicuri. Sentivano la vittoria tra le mani. Il vento aveva tolto loro il cappuccio e i capelli di Neja brillarono nell'ultimo sole autunnale. Jonah si sentiva felice e parte di qualcosa. Forse quel periodo buio della sua vita era finalmente finito. Il pensiero lo accompagnò per quasi tutto il percorso, finché un dolore lancinante al ginocchio gli mozzò il fiato in gola. L'odore di carne bruciata gli riempì le narici. Il rumore dell'esplosione che lo aveva colpito gli rimbombò nelle orecchie. Il suo sguardo terrorizzato incontrò quello preoccupato della ragazza. Un istante lungo un'eternità in cui Jonah vide lentamente il terreno venirgli incontro. Il dolore fu dappertutto. Intenso e insopportabile. Piccoli sassi si conficcarono nelle braccia raschiando via la pelle. Jonah scivolò a testa in giù con il volto coperto dalle braccia insanguinate per diversi metri. Il silenzio calò sui due interrotto solo dal rumore secco del legno che si spezzava. Avevano perso.
Due ragazzi li superarono ridendo tra di loro. Uno dei due si girò verso Jonah mimando una voce femminile "Ohh, scuuusa!" Scoppiarono a ridere e si inabissarono nel folto del bosco. Jonah cercò di alzarsi da terra ma le braccia facevano ancora troppo male. Neja si avvicinò per dargli supporto. Era arrabbiata. Furiosa. Fissava con astio il punto dove i due ragazzi erano spariti, poi si voltò verso Jonah e si sforzò di recuperare il sorriso "Non ti preoccupare, non è colpa tua! Siamo stati una coppia formidabile". Quello sguardo intenso lasciò di nuovo Jonah senza parole. Era sincera. Ci credeva davvero.
Altre coppie li raggiunsero e li superarono mentre Jonah cercava di rialzarsi. Tutti ridevano vedendoli in terra. Jonah infine riuscì a rimettersi in piedi, si scrollò la terra dalla tunica e iniziò a zoppicare lentamente verso valle. "Avresti dovuto scegliere qualcun altro".
"Scherzi? Non mi sono mai divertita tanto come oggi. E ormai sono tre anni che vivo qui ad Hangwick."
"Ma adesso ti toccano i lavori forzati."
"Beh, ne è valsa la pena. Ho finalmente trovato qualcuno come me in questo posto di opportunisti e ipocriti."
Erano passate diverse settimane da quel giorno. Durante tutto il periodo dei lavori forzati, Jonah non era riuscito ad incontrare Neja neanche una volta.
Dopo quella vicenda non solo veniva evitato dagli altri, ma anche deriso e vessato. Più di una volta si ritrovò a fissare in ginocchio il terreno con le lacrime agli occhi e un forte dolore allo stomaco. Tutti a turno lo avevano picchiato solo per il gusto di farlo. La gara aveva raggiunto il suo scopo. I novizi non erano mai stati tanto uniti come nelle occasioni in cui se la prendevano con Jonah. Infine venne la bufera che rapì la città ricoprendola sotto una pesante coltre di neve.
Erano giorni che non riusciva neanche ad uscire di casa e il vento tormentava le sue notti. Tutto sommato preferiva quella vacanza forzata al costante senso di inadeguatezza che lo tormentava durante gli allenamenti.
Cercò di raggranellare quanta più forza aveva nelle gambe e si alzò col suo pezzettino di carbone stretto nel pugno. Andò alla porta e tracciò con esso pochi segni. Pronunciò una formula magica e d'improvviso il rumore del vento cessò. Il freddo allentò la sua morsa e Jonah fu persino in grado di lasciar cadere la coperta in terra. Sua zia era ancora profondamente addormentata sulla sua sedia a dondolo. Forse era il caso di portarla a letto. Non fece in tempo a fare due passi nella sua direzione che sentì bussare. Il sigillo che aveva appena imposto doveva bloccare il vento, quindi c'era davvero qualcuno davanti alla sua porta. Corse ad aprirla per mettere al riparo il povero avventore che aveva osato sfidare quella bufera, ma davanti all'uscio non trovò nessuno.
Jonah si affrettò a richiudere la porta, ma nel farlo abbassò lo sguardo e notò qualcosa adagiato sulla neve. Un pacchetto. Lo raccolse e guardò intorno per cercare di individuare chi lo aveva lasciato, ma non vide nessuno. Richiuse la porta e si avvicinò al camino. Perplesso aprì il piccolo pacchetto e dentro vi trovò un bastoncino spezzato in due parti con uno spago a tenere insieme le due metà. Oltre a quello, solo un biglietto con tre semplici parole: "Non ti arrendere".
Jonah sorrise. Non si sarebbe arreso.


lunedì 6 dicembre 2010

Un Incarico Scomodo

Il crepitio del fuoco andava lentamente scemando. Grossi pezzi di carbone perdevano rapidamente la loro sfumatura rossastra. Piccole fiammelle si agitavano agonizzanti su un letto di cenere cercando gli ultimi brandelli di legno di cui nutrirsi. Le ombre si amalgamarono col buio impietoso della notte. Un leggero alito portò via l'ultima parvenza di tepore rimasta, lasciando solo il freddo e il gelo a spartirsi l'aria. Nikolas non temeva le basse temperature. Nella sua terra aveva conosciuto il vero freddo, quello che ti gela le ossa. Era cresciuto sentendo il suo respiro condensarsi sulla pelle del suo viso. Quel mite venticello di fine novembre era come una calda vacanza estiva per il suo animo congelato.
Le terre della Stirpe di Mana erano considerate maledette. Il gelo sferzava quei luoghi come per punirli della colpa di cui si erano macchiati. Ormai erano passati più di duemila anni dal termine della Grande Guerra, eppure gli eredi di quella Stirpe venivano ancora additati come rinnegati. Nessuno si fidava di loro. Non ancora. Nikolas era il primo erede di quella gloriosa Stirpe a varcare i confini delle terre di Hoen dai tempi della fine della Guerra. Quando gli fu affidato l'incarico di andare a presidiare la capitale di quel regno da sempre considerato nemico, per un attimo si sentì mancare. Non era paura la sua, anzi, era fiero di quel compito. No, la sua era rabbia. La rabbia frustrata degli sconfitti. Una rabbia non sua, ma della sua gente, che tutta insieme si riversò nelle sue vene e nella sua anima lasciandolo sbigottito. Perché lui? Il Maestro sapeva delle sue origini. Era l'unico a saperlo. Nonostante ciò aveva deciso di mandare lui per quell'incarico. Non riusciva ad apprezzare la sottile ironia di un discendente dei Mana sul trono di Elengar.

Avevano avvistato la montagna sulla cui vetta si ergeva maestosa la capitale fin dal giorno del loro sbarco ad Yrida, la città frontiera. Il porto dal quale tutte le navi da e per il continente dovevano passare. L'unica città portuale sulla riva nord dello stretto. Il primo fronte di difesa delle terre di Hoen.
Avevano perso due giorni tra controlli e perquisizioni. Non si facevano sconti, neanche di fronte al sigillo regale. Il sigillo che Nikolas portava al collo. Un medaglione d'oro massiccio recante impresso lo stemma della Stirpe alla quale un tempo i suoi antenati avevano dichiarato guerra. Il peso di quell'ornamento era aggravato dal peso dell'ipocrisia che sentiva addosso mentre lo indossava. Eppure non l'aveva mai tolto, faceva parte del compito assegnatogli.
Il Maestro aveva una sola parola, e non era molto incline ad accettare obiezioni. Ma a Nikolas stava bene. Si trovava a suo agio ad eseguire gli ordini, di qualunque natura fossero. Aveva bisogno di una guida, di qualcuno che gli indicasse il cammino. Il Maestro aveva preso quel povero ragazzino mendicante che passava la sua esistenza ai margini della vita e lo aveva trasformato in un vero uomo. Un soldato eccellente. Il Capitano della guardia. Ora era stimato e temuto dai suoi uomini. Aveva un posto che poteva chiamare casa. Aveva trovato una ragione per vivere, per sopportare quel senso di inadeguatezza che il gelo delle sue terre aveva instillato fin dentro la sua anima.

Una volta oltrepassate le mura di Yrida, l'avevano vista. Alta e magnifica. Quasi irraggiungibile. La città di Elengar con le sue torri infinite era l'unica cosa che osasse interrompere la linea dell'orizzonte. Ogni giorno di cammino diventava sempre più imponente. Man mano che il drappello guidato da Nikolas si avvicinava alla montagna Hoen, la capitale diventava più nitida. Le sue torri perdevano quell'aspetto mistico di una mano ungulata che ghermisce il cielo. Iniziarono a distinguere le fattorie sul versante della montagna. Videro le piccole torrette di guardia che puntellavano le mura a ritmo regolare. Impararono a riconoscere gli ugelli che in tempo di guerra venivano usati per versare la pece e l'olio bollente sugli assedianti. Ci volle più di una settimana a cavallo perché potessero raggiungere le pendici di quella montagna solitaria.
Quella sarebbe stata la loro ultima notte all'addiaccio. All'alba Nikolas avrebbe svegliato i suoi uomini e avrebbero iniziato la scalata del versante meridionale. Se fossero riusciti a mantenere un buon passo avrebbero raggiunto la città nel primo pomeriggio. Finalmente un po' di riposo.
Stando a quanto gli era stato detto, la città imprendibile era stata presa. In realtà non era successo niente di grave: un ladruncolo si era introdotto all'interno della reggia e aveva sottratto alcuni oggetti di poco conto. Tra l'altro sembrava che il tizio per evitare la cattura si fosse suicidato. Caso chiuso. Il problema stava proprio nel fatto che qualcuno avesse trovato il modo di violare il ventre di quella che per il mondo intero era diventato il simbolo dell'impenetrabilità. Nella storia i figli del monte Hoen avevano radicato nel loro animo il senso della sicurezza. Da qui i controlli maniacali, le mura invalicabili intorno ad ogni città, le navi che pattugliavano le coste. Eppure qualcuno aveva trafitto quella sicurezza direttamente al cuore. Vista in quest'ottica quella che in principio sembrava una sciocchezza - quale reggia al mondo non è mai stata preda di furti - finì per diventare un caso politico. Il Maestro aveva giocato bene le sue carte e aveva convinto il re della Stirpe di Hoen a inviare un gruppo dei suoi fidati soldati per verificare le norme di sicurezza della città e, qualora ce ne fosse bisogno, rinforzarle.

Nikolas si sentiva come alla vigilia di un assalto. Il ché non era del tutto sbagliato visto chi era lui e dove si stava recando. Questa volta però non ci sarebbero state vittime. Ciononostante non riusciva a prendere sonno, erano giorni che non chiudeva occhio. Iniziò a sellare il cavallo per tenersi occupato. I suoi uomini erano rannicchiati nei loro giacigli di piume d'oca. Profondamente addormentati ma sempre con una mano sull'elsa della spada. Li conosceva bene ormai. Sarebbero scattati in piedi alla sua prima parola. Anni e anni di addestramenti serrati li avevano uniti. Ormai si intendevano alla perfezione. Era sufficiente uno sguardo per comunicare un ordine. Non potevano definirsi amici, no, il loro legame andava oltre, ognuno di loro avrebbe dato la vita per proteggere la squadra. Nessuno veniva mai lasciato indietro. O si avanzava uniti e compatti, o si moriva insieme nel tentativo.
Pilsk era il più giovane del gruppo. Lo avevano beccato a rubare nell'armeria dell'esercito pochi anni prima e per penitenza lo avevano arruolato. Il Maestro era scaltro: uno che riusciva ad aggirarsi indisturbato per i corridoi della caserma era sicuramente un valido elemento. Si beccò novecento frustate per quella bravata, poi però fu affidato alle 'amorevoli' cure del Capitano. Adesso se ne stava lì, accovacciato come un bambino vicino ai resti del fuoco e abbracciato ad una freccia. Ne teneva sempre una nel fodero della spada. Quel fodero avrebbe tenuto tranquillamente uno spadone a due mani, invece ospitava una freccia e uno stiletto. Quest'ultimo era completamente arrugginito, non era mai stato usato. Anche nel corpo a corpo Pilsk brandiva le sue frecce come fossero spade. Aveva una mira infallibile. Era in grado di colpire una noce da 500 iarde di distanza con vento a sfavore. Si diceva in giro che avesse discendenze elfiche, ma per il Capitano non era un problema. Nessuno meglio di lui conosceva l'amaro sapore della discriminazione.
Hector era il muro di difesa del gruppo. Aveva l'imponenza del tronco di una quercia secolare e tante cicatrici sulla pelle da farla sembrare la corteccia di un albero. Era alto più di due metri e combatteva con la grossa ascia che portava legata sulla schiena. Malgrado l'apparenza era di un'agilità incredibile. Entrò nell'Esercito Unificato ancor prima del Capitano. Nessuno conosceva la sua età ne la sua voce. Da quando fu affidato al comando di Nikolas non aveva mai proferito verbo. Le sue origini erano avvolte dal mistero come anche il perché si fosse unito spontaneamente all'esercito - di solito si veniva convocati, e nessuno era mai felice di questo onore.
Ariel era l'unico a non avere una spada. Non ne aveva bisogno. Il suo ruolo era quello del cerusico. Curava le ferite degli altri e si occupava di sfamarli. Un ottimo cuoco. Era riuscito a preparare un pasto decente anche mentre erano dispersi nelle paludi di Terahd. Sapeva produrre ogni tipo di antidoto e medicina. Lui ad Elengar c'era già stato. E si era diplomato a pieni voti alla scuola di magia. Il Maestro aveva voluto che ogni squadra fosse accompagnata da un mago. In battaglia Ariel sapeva attaccare bene quanto i suoi colleghi pur mantenendosi a debita distanza dal fronte. Era la retroguardia del gruppo. L'arma più preziosa nelle mani del Capitano.
Tak era Tak. Nikolas conosceva il suo segreto, ma una donna nell'esercito era qualcosa di anomalo. Il suo nome reale era Takalia. Nessuno però, fatta eccezione del Maestro e del Capitano, ne era a conoscenza. Tak era l'esperta di veleni e di mimetismo. Era stata per anni la spia personale del Maestro. Era riuscita ad ottenere tutte quelle informazioni che avevano permesso al loro capo di raggiungere le vette del potere. Ora che la posizione del Maestro era consolidata, era stata assegnata al Capitano. Da anni viveva come un uomo. Camuffava le sue forme grazie alla sua arte del travestimento. Prendeva ogni sera una mistura di sua invenzione che le abbassava il tono di voce. Portava i capelli sempre rasati, solo lo sguardo tradiva una femminilità dimenticata.
Quello era il suo gruppo. Il gruppo del Capitano Nikolas. Il più temuto di tutto l'Esercito Unificato. L'unico al quale il Maestro avrebbe affidato la sua stessa vita. L'unico che poteva accollarsi una missione tanto delicata.

Dalla vetta della montagna iniziò a scendere lenta una leggera nebbia che andò ad annegare la vallata. Il cielo iniziò a schiarirsi sotto una fitta coltre di nubi. L'ora del risveglio era arrivato. Il Capitano chiamò a raccolta i suoi uomini che, dopo pochi preparativi, erano pronti a partire. Montarono a cavallo e si incamminarono verso la loro meta. Verso il loro ultimo giorno di viaggio.
Si unirono alla lenta processione di fattori che portavano la loro merce in città. Raggiunsero il Grande Portone nel primo pomeriggio. Furono subito bloccati dalle guardie che mal tolleravano i forestieri. Solo il sigillo regale gli permise di avere accesso alla città. "Avrò bisogno di incontrare il vostro capitano. Ditegli che lo attendo tra un ora nella Sala del Trono." Nikolas si rivolse ad uno degli armigeri più giovani che subito scattò tra le vie del borgo per consegnare il messaggio.
Vagarono un po' senza meta tra i vicoli dell'alveare. A vederli sembravano sperduti, in realtà stavano studiando la città. Conoscere ogni via di fuga e ogni punto debole di una città era alla base di ogni strategia militare. Alla fine si fermarono alla stalla comunale dove smontarono i cavalli. Si separarono. Il Capitano si diresse verso la reggia mentre lasciò detto ai suoi di continuare l'ispezione della città a piedi.
La Sala del Trono era chiusa da diverse generazioni. Il paggio incaricato di accompagnare Nikolas fece fatica ad aprire le imponenti porte in rovere i cui cardini erano ormai profondamente arrugginiti. Era un luogo insolito per tenere una riunione militare. La scelta del Capitano era però studiata a fondo. Ricevendo qualcuno nella Sala del Trono indossando lo stemma regale avrebbe aiutato a definire facilmente il rapporto che si intende instaurare. Nikolas voleva imporsi sull'esercito locale facendo valere la sua autorità e oscurando quella del capitano di Elengar rendendolo un suo subalterno. Nessuno aveva ostacolato il suo cammino fin lì, addirittura alcuni cortigiani si erano inchinati al suo passaggio. Tutto quello spettacolo visto dagli occhi di un rinnegato aveva un ché di surreale. Andava contro l'ordine naturale delle cose. Eppure era lì, a farsi benedire dalle damigelle e omaggiare dai cavalieri. Un vinto sul trono dei vincitori.

Eric, il Capitano della Guardia di Elengar si presentò al cospetto di Nikolas senza farsi annunciare. Puntò dritto sull'avversario con una mano stretta a pugno su un fianco e l'altra saldamente aggrappata all'elsa della spada. Nikolas non si scompose. Si era comodamente adagiato sul trono e non azzardò nessuna reazione all'arrivo dell'altro. "Che ci fate voi qui? Nella mia città? Sul trono del mio sire?" Eric sembrava sul punto di esplodere.
"Ah, questa sediola è un trono? Non l'avrei mai detto! Sono qui per ordine del vostro sire" Nikolas fece segno al suo paggio che consegnò una pergamena al capitano Eric "Come potete leggere mi conferisce pieni poteri! I vostri poteri, per essere precisi. Da oggi sarete al mio servizio" concluse. "Cosa? E' uno scherzo!" Eric cercò di leggere la pergamena più in fretta possibile trattenendo a stento la nausea "Temo di no, mio caro amico! C'è stata garantita la vostra massima collaborazione! Siamo qui per il bene di Elengar!" Eric era furibondo, ma Nikolas intravvide nei suoi occhi un cenno di resa. Il suo furore doveva lasciare il posto al senso del dovere. Gli ordini del re andavano sempre onorati. "Non sono vostro amico, e nemmeno un vostro sottoposto..." Eric fissò intensamente il pavimento meditando su come terminare la frase, poi alzò gli occhi furenti e semplicemente se ne andò. Calcava su ogni passo come un elefante in una radura. Ora la città apparteneva al Capitano. Nikolas si prese un attimo per assaporare la sensazione.
Dopo aver oziato un po' nei suoi pensieri, raggiunse la sua squadra nell'alveare. Si incontrarono di fronte ad una taverna locale che il sole stava iniziando a tramontare. "Ehi Capo, come la vedi una bella mangiata? Ora qui ce la comandiamo, un po' di riposo ce lo siamo meritato". L'insolenza di Pilsk ormai faceva parte della quotidianità. Non avrebbe mai permesso a nessuno di rivolgerglisi in quella maniera. Ma Pilsk faceva parte della compagnia ed aveva dimostrato la sua lealtà in più di un'occasione, quindi Nikolas lasciava correre quelle sue esplosioni di gioventù. Abbozzò un sorriso e fece a tutti cenno di entrare.
Si diresse direttamente al bancone mentre gli altri prendevano posto intorno ad un tavolo. Voleva approfittarne per chiedere qualche informazione all'oste, ma fu preso in contropiede. Se c'era una cosa che a Nikolas proprio non riusciva, era di rivolgersi con disinvoltura alle donne. Ci riusciva con Tak solo perché l'aveva sempre vista prima come un compagno di squadra che come una vera donna. Inoltre lei faceva di tutto per nascondere la sua identità. Ma quella che gli si parò davanti era tutta un'altra cosa. Una ragazza bellissima. Folti capelli neri e ricci racchiudevano come un caschetto quei lineamenti delicati e quegli occhi del colore dell'ambra. Lei lo fissò con quel suo sguardo penetrante e per un attimo Nikolas perse il senso del tempo. Doveva essere molto giovane, decisamente più piccola di lui. Forse aveva quindici o sedici anni, ma aveva le fattezze di una donna. Il naso piccolo e le guance morbide, le labbra carnose e di un rosso vivo. Se ne stava lì a pulire in maniera eccessiva un unico boccale vuoto. Sembrava intimorita. Capitava spesso quando la gente lo guardava. Cercò di intavolare una discussione, ma capì subito di aver sbagliato tono, perché la ragazza si mise sulla difensiva e scappò alla prima occasione.
Era rimasto abbagliato da quella visione. Non gli era mai capitata una cosa del genere. Tutto sommato quella missione poteva avere qualche risvolto positivo. Andò a sedersi coi suoi commilitoni e finalmente si rilassò. Tra il vociare dei suoi uomini e gli sguardi rubati alla ragazza della birreria finalmente iniziò a sentirsi sciogliere un po' di quel gelo che lo attanagliava dentro.
Nikolas aveva ritrovato il sorriso.