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martedì 23 novembre 2010

Fallimenti

L'ultima volta che l'aveva vista, Claire stava uscendo da quella porta. Senza urlare. Senza entusiasmo. L'aveva aperta con delicatezza come quando si cerca di non svegliare qualcuno rientrando in casa. Solo che lei se ne stava andando, e sarebbe stato per sempre. Il suo sguardo continuava a vagare distrattamente per la stanza, come per dire addio a tutte quelle cianfrusaglie che col tempo aveva imparato ad amare. Una fuga calma, quasi al rallentatore. L'ultima occasione che inconsciamente stava concedendo a lui, Eric, di rincorrerla, di fermarla, di impedirle di fare quell'ultima sciocchezza. Eric se ne rimase seduto sulla sua poltrona con lo sguardo fisso a terra, la testa fra le mani a contemplare il suo ennesimo fallimento.
L'aveva conosciuta ad una festa. Una delle tante che ciclicamente infestavano la palestra della scuola. Una di quelle alla cui organizzazione partecipava per tenere la mente occupata. Per non pensare troppo. Lei era la nuova infermiera, assunta da poco più di una settimana. Avevano fatto anche una riunione in sala professori per presentarla, a cui però l'impegnatissimo professore di Scienze non aveva potuto prendere parte.
Claire si era offerta di aiutare nella preparazione dei festoni. Rose. Ecco cos'erano. Era la festa delle Rose. Quindi ad occhio e croce doveva essere la prima settimana di aprile. Lei si era appena trasferita in città. Era al suo primo incarico di lavoro e, come tutti quelli che iniziano una nuova avventura, vi aveva infuso ogni sua energia. Sarebbe esplosa entro breve se non si fosse data una calmata. Eppure c'era qualcosa di strano in lei, qualcosa di esotico.
La sua giovane età e la sua aria innocente la facevano sembrare più una studentessa che una professionista. Aveva uno splendido sorriso e sembrava divertirsi davvero mentre ritagliava il cartoncino rosso per creare delle decorazioni a forma di bocciolo di rosa. I suoi lunghi capelli biondi le coprivano il viso, aveva dei bellissimi occhi del colore dell'oceano. Eric iniziò ad avvicinarsi a lei senza quasi accorgersene. Facendo finta di controllare l'andamento dei lavori. Uno sguardo a destra, uno a sinistra e uno su Claire. Un passo, un altro passo.
Uno studente con un grosso cesto pieno di materiali lo intruppò da dietro, per un attimo perse l'equilibrio e andò ad appoggiarsi di peso sul banco sul quale l'infermierina stava lavorando. Lei alzò lo sguardo per vedere cosa accadeva e lui si affrettò a scusarsi: "Oh, mi scusi... non volevo... è che uno dei ragazzi..." lasciò cadere la frase cercando di trovare con lo sguardo lo studente che lo aveva colpito. Una scusa per evitare il suo sguardo diretto "Non si preoccupi, succede" rispose lei gioviale "Io ho le gambe piene di lividi" continuò mimando il gesto di massaggiarsi il polpaccio "Lei deve essere il professor Stevens! Non avevamo ancora avuto modo di conoscersi".
"Mi chiami pure Eric" si affrettò ad aggiungere. "Va bene Eric, io mi chiamo Claire" rispose lei allungando la mano per stringere quella del professore. Si erano conosciuti.

Da quel giorno ogni scusa era buona per stare insieme. Parlavano, ridevano, si punzecchiavano. La sera della festa lei venne ad invitarlo a ballare. Eric non era sicuro di ricordarsi come si faceva. Era abbastanza certo di averle pestato i piedi almeno un paio di volte, ma lei non lo aveva dato a vedere. Troppo persa nei suoi occhi per preoccuparsi del mondo circostante. Il classico colpo di fulmine. Non che Eric ci credesse, eppure non sapeva che altra spiegazione darsi.
La loro storia iniziò quel giorno. Fu intensa come un incendio. E con altrettanta velocità si spense. La colpa era sua, Eric ne era consapevole, ma non riusciva a farci niente. Non era in grado di impegnarsi. A dire il vero non era in grado di prendere alcun tipo di decisione. Claire era stata molto paziente con lui. Gli aveva lasciato i suoi tempi, i suoi spazi. Eric non aveva fatto altro che crearsi un muro intorno, fatto di tristezza ed autocommiserazione. Aveva commesso degli errori nella sua vita. Tanti errori. Ma questo non voleva dire essere perduti. Claire aveva cercato di farglielo capire, ma lui non era riuscito a lasciarsi andare. L'aveva chiusa fuori dal suo mondo, e lei se n'era andata. Per sempre. Non avevano neanche litigato. Erano semplicemente diventati due persone che non si capivano, che non si conoscevano.
Lei era uscita da quella porta e lui non l'aveva fermata e ora, dopo tre giorni, era ancora lì a chiedersi il perché della sua inettitudine. Seduto su quella stessa poltrona a fissare la porta della sua casa, Eric aspettava. Non sapeva cosa di preciso, ma ogni sera rimaneva ore seduto ad aspettare il momento in cui la sua vita sarebbe cambiata. D'altra parte era così che il professor Stevens viveva le sue giornate. Rimaneva immobile aspettando i cambiamenti, in balia degli eventi. Senza mai fare nulla per lasciare il segno, per cambiare le cose, per raccogliere le redini della sua esistenza.

Si alzò per riempirsi un bicchiere di scotch. Era un gesto meccanico, l'unico che avesse mai appreso da suo padre. Lui, il grande ricercatore. Lui, il docente universitario più stimato. Sempre in giro per tenere conferenze e simposi. Mai un momento da dedicare alla famiglia. Non si fece neanche vivo al funerale di sua madre. Non aveva mai avuto una parola di conforto per il figlio. Mai un incoraggiamento ne un apprezzamento. Neanche il giorno della sua laurea. Meccanica quantistica, la stessa di suo padre.
Probabilmente Eric avrebbe avuto un brillante futuro se avesse accettato di vivere all'ombra dell'uomo che lo aveva generato. Un giorno avrebbe anche potuto succedergli, e magari quel giorno avrebbe ricevuto anche la tanto agognata approvazione da parte del suo vecchio. Ma lui era un fallito, glielo aveva ripetuto sempre. Ogni volta che aveva avuto un dubbio, un'incertezza, dal padre non aveva ricevuto altro che quell'epiteto: Fallito. Ormai ci credeva, si era convinto che dalla vita non poteva ottenere di meglio. Decise pertanto di comportarsi di conseguenza. Di fuggire da quell'ombra che lo asfissiava e di andarsi a nascondere lontano. Fece richiesta per diventare insegnante e fu mandato al McFrancis. Da li non era più scappato.
Mentre si versava quell'ennesimo bicchiere, si guardò allo specchio. Quei profondi occhi marroni troppo scavati dall'amarezza. Quei capelli castani che aveva tagliato e riempito di gel per darsi un aspetto più giovanile, per stare al passo con Claire. Si era lasciato anche un accenno di basette, che però ora iniziavano a confondersi con la barba incolta. Gli zigomi, quelli li aveva ereditati dalla madre. Pieni e morbidi. Ogni volta che sorrideva la rivedeva, la ricordava. Aveva le guance un po' incavate, erano giorni che non mangiava, inoltre la barba accentuava le ombre sul suo volto dandogli un aspetto ancora più emaciato.
Si accarezzò la barba e sentì la ruvida peluria grattargli sul palmo della mano. Si sentiva stanco. Di se, della sua vita, del suo carattere. Tornò alla sua poltrona, col suo scotch, con la sua tristezza. Si rimise ad aspettare.

L'attesa terminò all'improvviso. Una raffica di colpi secchi si schiantò contro la sua porta. Chiunque fosse doveva avere fretta, perché dopo aver selvaggiamente picchiato la porta, si accanì contro il campanello. Eric si riscosse dal suo torpore e cercò di alzarsi, si sentiva un po' brillo e si accorse di avere un impellente necessità di andare in bagno. Si assicurò di essere completamente vestito. Pantaloni e camicia erano al loro posto, un po' sgualciti ma ancora presentabili, la cravatta era allentata ma ancora al suo collo. "Un attimo! Arrivo!" urlò al suo assalitore. Poggiò il bicchiere sul tavolo e si avviò alla porta con passo incerto. Il pavimento freddo gli ricordò che era scalzo, ma non se ne curò. Non gli andava di cercare le scarpe, e se avesse fatto aspettare ancora il suo ospite inatteso avrebbe rischiato di ritrovarsi senza più una porta da aprire.
Trovò più difficile del solito sbloccare il chiavistello. Forse avrebbe dovuto evitare gli ultimi due bicchieri di scotch. Quando alla fine riuscì ad aprire la porta, un ragazzino si proiettò letteralmente nel suo soggiorno. Era uno dei suoi studenti, non uno di quelli più brillanti, ricordava di averlo visto spesso in compagnia di Summer, il suo pupillo. Sembrava spaventato e accaldato. Da quel che ricordava doveva far parte della squadra di atletica, quindi tutto quell'affanno era un po' strano. Gli ci volle un po' per riuscire a riprendere fiato, soprattutto perché continuava ad articolare parole confuse e incomprensibili.
Eric cercò di farlo sedere ma lui non volle "Dobbiamo andare! Lei deve venire con me!" continuava a ripetere. "Andare dove? Che ti è successo". Il ragazzo rifletté un attimo prima di parlare di nuovo, come se stesse cercando una scusa valida. Ne approfittò anche per riprendere un po' di fiato. "Stavamo facendo... una passeggiata... si, stavamo passeggiando nel bosco di Plumdale quando si è aperta una voragine" mimò l'ampiezza del buco con le mani e si assicurò guardando le sue braccia di aver preso bene le misure. "Io mi sono salvato, ma Elliot, Mallory e Lara sono caduti dentro."

Si, certo, una passeggiata. Proprio vicino al casale nel quale gli aveva intimato di non andare quel pomeriggio nell'aula di punizione. Si massaggiò le tempie per decidere il da farsi. Questa volta era facile. Bastava chiamare un'ambulanza, se ne sarebbero occupati loro. "Si, si! Chiami l'ambulanza, ma non possiamo aspettare, Lara si è fatta male, bisogna tirarla fuori." Si picchiettò la testa e strizzò gli occhi. Cercava di recuperare un ricordo "Ah già, Mallory dice di portare una corda!"
Una corda? Cosa si aspettavano che facesse? Notò che il ragazzo, dovrebbe chiamarsi Peter, una volta consegnato il messaggio si era un po' calmato. I suoi occhi avevano iniziato a vagare per la stanza. Eric si sentì in imbarazzo per il disordine e per la trascuratezza che trasudavano dalle pareti di quella casa. Decise di accontentarlo non tanto perché lo desiderasse, quanto per evitare che quello sguardo curioso si trasformasse in uno sguardo di biasimo. Non sarebbe stato in grado di tollerarlo, non da un suo studente. Era più che sufficiente quello che ogni mattina vedeva riflesso nel suo specchio.
Corse in camera a recuperare le scarpe e la sua giacca di tweed. Mentre raggiungeva Peter si ricordò di non aver preso le chiavi della macchina. Fece per tornare indietro e passò davanti allo specchio. Si guardò, quasi di sfuggita, e non si riconobbe. Era contento di aver qualcosa da fare per non pensare ai suoi problemi, ma questo non giustificava ciò che lo specchio gli stava riflettendo. Sembrava felice. Col suo vestito indosso, con la sua cravatta annodata, coi suoi capelli dritti per via del gel. Un'altra persona rispetto al volto disfatto che aveva intravisto nello specchio solo pochi minuti prima. Si guardò ancora un attimo e si sorrise.

Disse al ragazzo dove poteva prendere una corda. Il garage era aperto e poteva tranquillamente servirsi da solo. Eric intanto spense le luci, rimise il tappo alla bottiglia di scotch e si avviò. Quando chiuse la porta provò una strana sensazione. Per un attimo appoggiò una mano sul quella solida superficie, probabilmente ciliegio. Sentì le venature del legno che correvano sotto la sua mano. Aveva costruito un muro intorno alla sua vita, e in quel momento sentiva di essersene chiuso fuori. Non sapeva perché, ma sentiva che non avrebbe mai più varcato quella soglia.
Una ventata d'aria lo riportò alla lucidità, si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e si diresse alla macchina. Peter era lì che sistemava la corda arrotolandola intorno al suo avambraccio. Salirono in macchina ed Eric mise in moto. "Dove dobbiamo andare di preciso" chiese "Lungo questa strada, a non più di tre chilometri, c'è una specie di incrocio... " Eric aveva capito, dopotutto quella strada la faceva tutti i giorni.
Decise di non chiedere nulla al ragazzo del perché si trovavano lì, lo sapeva già. Non aveva voglia di sgridarlo. Non lui che probabilmente in quella casa c'era stato solo trascinato da Elliot. In parte poi si sentiva responsabile. Quando era uscito dall'aula di punizione, quel pomeriggio, sapeva che i tre ragazzi non avrebbero dato peso alle sue parole. Ma come al solito non aveva saputo imporsi. Aveva preferito che fosse il preside a decidere cosa fare. Che razza di professore non è in grado di gestire una situazione così semplice? Eric si sorprese a pensare che dopotutto suo padre non aveva tutti i torti.

Durante tutto il tragitto provò a chiamare un'ambulanza ma sembrava che qualcosa disturbasse il segnale del suo telefonino. Arrivarono in pochi minuti sul luogo indicato da Peter. Lasciarono la macchina e si incamminarono nel folto del bosco. C'era un silenzio innaturale e da non molto lontano arrivava il riverbero di una fioca luce. Camminarono per diversi minuti lungo il pendio della collina. Peter sembrava riuscire ad individuare con facilità ogni ostacolo che si parava sulla via. Ogni tanto diceva ad Eric dove rischiava di inciampare su una radice di quercia o dove un sasso particolarmente grande rischiava di farlo scivolare.
Man mano che si avvicinavano al luogo dell'incidente il chiarore si faceva sempre più forte. "Da dove viene questa luce?" provò a chiedere all'altro "Dal buco" fu l'unica risposta che accennò il ragazzo. Probabilmente avevano delle torce ed erano finite nella voragine. Solo quando furono sul posto capì realmente il significato di quella risposta. La voragine si era aperta su una specie di camera sotterranea. Una cupola molto grande, con quattro archi molto ampi che si incrociavano al centro e sostenevano l'intera struttura. La cosa più incredibile era proprio quella luce. Sembrava che le pareti trasudassero una specie di nebbiolina dorata che illuminava tutta la camera. Uno spettacolo meraviglioso.
Quando li videro, Elliot e Mallory esultarono. Tirarono entrambi un grosso sospiro di sollievo e sorrisero. Se qualcuno gli avesse detto che quei due si erano picchiati quella mattina, probabilmente non ci avrebbe creduto. Avevano costruito una sorta di barella con rami secchi e radici di alberi che dovevano essere finiti nella cupola al momento del crollo. Lara era semi-cosciente, muoveva la testa e farfugliava parole incomprensibile. Almeno era viva. I due l'avevano bloccata sulla barella con le cinture dei loro pantaloni. Tutto sommato avevano fatto un buon lavoro perché la soluzione sembrava solida e stabile.
"Avete portato la corda?" chiese Mallory "Si" fece Peter mostrandogliela "Bene, legate un capo ad un albero e lanciateci l'altro." Qualcuno lì in mezzo sembrava perfettamente in grado di prendere decisioni, quindi Eric si rilassò ed eseguì l'ordine. Una volta calata la cima, Elliot la legò ai piedi della lettiga di Lara avendo cura di farne avanzare un bel po'. La fecero passare sotto i rami secchi e legarono anche l'altro lato della barella. Infine Mallory annodò l'ultimo pezzo di corda rimasto libero alla parte iniziale della stessa formando un triangolo. Una sorta di altalena che avrebbe permesso ad Eric e Peter di tirare su la ragazza.
Elliot e Mallory aiutarono i due sostenendo il peso della ragazza finché l'altezza glielo permise. Lo sforzo era enorme, ma i due sembravano essere in grado di sostenerlo. La corda faceva male sui palmi delle mani, ma resisterono e continuarono a tirare.
Tirarono.
Tirarono.
Tirarono.
Il terreno cedette. Di nuovo.


martedì 16 novembre 2010

La Festa

Nell'istituto superiore McFrancis fervevano i preparativi per l'imminente festa di Halloween. I ragazzi più popolari della scuola avevano costituito un Comitato di Organizzazione la cui missione era di evitare accuratamente ogni tipo di sforzo. Avrebbero elargito ordini e delegato compiti a tutti coloro che non facevano parte del comitato stesso. C'era chi si occupava di procurare le luci. Chi doveva organizzare il catering. Chi doveva scegliere le canzoni per il ballo. Chi doveva recuperare i fondi necessari per rendere tutto questo possibile.
Tra i più emarginati furono selezionati i ragazzi che avrebbero dovuto vestire i panni dei camerieri. Era un grande dono che il Comitato faceva a questi poveri compagni che in alternativa non avrebbero avuto l'onore di partecipare alla festa. Alcuni addirittura si offrirono volontari. Altri si dovettero accontentare di avere l'onore e l'onere di ripulire la palestra e di mantenerla pulita durante lo svolgersi della festa.
La palestra risplendeva come non mai durante il periodo delle celebrazioni. Pertanto il Preside non esitava mai a concederla ai suoi studenti per qualsiasi tipo di ricorrenza. Così si festeggiava la festa di Natale e quella di Capodanno. Si celebrava l'inizio di ogni stagione. La fine della scuola. L'inizio della scuola. L'inizio del nuovo semestre. Il compleanno e la scomparsa di John McFrancis, da cui la scuola prendeva il nome. Poi c'era la festa dei Papaveri, quella delle Primule, quella dei Castagni e quella dei Fagioli Borlotti. Melt Parson, Preside dell'Istituto superiore McFrancis, aveva trovato il modo di non spendere il becco di un quattrino per pagare le pulizie della Palestra.
Tutto procedeva come una macchina i cui ingranaggi sono ben oliati. Ognuno svolgeva il suo compito diligentemente. Ognuno si guardava bene dal creare il benché minimo problema. Ognuno voleva la sua fetta di gloria. Come ogni anno la festa sembrava organizzarsi da sola. Una invisibile catena di montaggio si occupava di assemblare ogni pezzo del puzzle. Tutto sarebbe stato pronto in tempo per la fine di ottobre.

Lara, come in occasione di ogni celebrazione, faceva di tutto per rendersi invisibile. Non che dovesse fare un grande sforzo. La cosa le riusciva abbastanza naturale. Persino la cuoca della mensa era più popolare di lei. La cosa le andava a genio e pertanto non aveva mai fatto nulla per migliorare la sua situazione.
Migliorare non è un termine corretto. Per migliorare qualcosa si deve assumere che la condizione attuale non sia buona. Lara adorava essere se stessa. Era orgogliosa del suo genio. Adorava i suoi vestiti così pratici. Era fiera dei suoi occhiali da intellettuale. Beh, forse quelli prima o poi li avrebbe cambiati. Le dava fastidio il modo con cui puntualmente le scendevano sul naso. Però sentiva che quel gesto semplice con cui se li sistemava prima di parlare, prima di attaccare, le dava una certa autorità. La inebriava quel senso di superiorità quando guardava tutti dall'alto verso il basso. Loro, poveri ignoranti. Loro, piccoli e infantili. Loro, il cui unico pensiero era festeggiare e divertirsi. Lei era superiore a tutto questo. Lei era il genio, quella intelligente. Lei avrebbe cambiato il mondo. Loro no!
Questa sua superiorità aveva un prezzo. La gente ignorante ride delle cose che non capisce. E di gente ignorante al McFrancis ce n'era tanta. E lei era veramente molto incompresa, perché i suoi compagni di scuola non si limitavano a schernirla. Più di una volta aveva trovato salamandre vive e rane morte - per gentile concessione del laboratorio di biologia - rinchiuse nel suo armadietto o nella sua borsa. Più di una volta, andando in bagno, aveva dovuto forzarne la serratura per riuscire ad uscire. Più di una volta il pranzo di qualche studente sbadato era andato a ravvivare la sua folta chioma castana. Più di una volta i suoi splendidi occhi verdi avevano dovuto osservare da vicino la ghiaia del parcheggio per via di qualche maldestra ragazza che aveva casualmente inciampato su di lei.

Lara aveva imparato ad ignorare questi comportamenti puerili perché sapeva che un giorno tutta quella gente si sarebbe dovuta inginocchiare ai suoi piedi. Quelli che oggi la buttavano a terra, domani le avrebbero portato le borse. Quelli che oggi le lanciavano il cibo addosso, domani sarebbero diventati i suoi camerieri personali. Doveva soltanto far fruttare la sua intelligenza superiore. Doveva dimostrare di essere la migliore. Doveva vincere ogni battaglia, ogni sfida che le si parava davanti.
La gara di scienze. Quello era il suo primo obiettivo.
A partire dall'inizio dell'anno scolastico, ogni settimana uno studente presentava un progetto di scienze. Il progetto veniva discusso in classe e valutato dal Professor Stevens.
Il Professor Stevens. L'unico barlume di luce in un mondo di oscurità. L'unica persona degna di guardarla da pari. L'unico essere intelligente in un istituto di decerebrati. L'unico da cui Lara accettasse critiche. L'unico che valorizzasse le sue capacità e il suo ingegno.
Passata la festa di Halloween sarebbe stata organizzata la festa della Scienza, in cui i progetti migliori tra tutte le classi sarebbero stati esposti ed una giuria imparziale e incapace avrebbe selezionato il lavoro migliore. Incapaci. Chi altro potrebbe aver scelto il lavoro di Elliot Summer durante la gara del primo anno. Uno strano ammasso di ingranaggi che... preparavano la colazione. Tè, spremuta, bacon e uova strapazzate. Cosa ci può essere di più stupido. E come poteva essere una cosa del genere migliore del suo progetto di depurazione dell'acqua sfruttando il metabolismo di batteri organici unicellulari.
"La gente vuole qualcosa che può capire, che può vedere, che può toccare. La giuria quasi mai premia il migliore. A volte il più ingegnoso, a volte il più divertente, a volte il più commovente. Mai il migliore in assoluto". Queste erano state le parole del Professor Stevens che la avevano aiutata a sopportare l'umiliazione. Che la avevano rasserenata. Che le avevano dato la forza di ricominciare da capo. Lei era la migliore. L'aveva detto il Professore. Doveva solo dimostrarlo a tutti. In special modo a quel sempliciotto di Elliot. Lo aveva già stroncato davanti a tutta l'aula per via della sua lacunosa esposizione. Ora era il suo turno e avrebbe preparato un progetto che difficilmente sarebbe stato dimenticato.

Da settimane Lara lavorava alla sua presentazione. Avrebbe mostrato a tutti un innovativo sistema anti-incendio basato su delle bolle di vuoto circoscritte all'area dove il fuoco divampava. Si era procurata un barattolo di cubetti di Sodio dal laboratorio di chimica e li avrebbe usati per generare delle piccole esplosioni che, spazzando via l'aria, avrebbero spento le fiamme. Era così orgogliosa del suo lavoro. Aveva costruito qualcosa di utile, che salvava la vita. Inoltre faceva scena, c'erano i piccoli scoppiettii del sodio lasciato all'aria che più volte avevano fatto sorridere sua madre. Quanto desiderava vedere quel sorriso sulle labbra del Professor Stevens.
A breve sarebbe iniziata l'ora di Scienze. Oggi toccava a lei. Doveva essere tutto perfetto. Si nascose in Palestra, sopra le gradinate, per fare le ultime prove. Per assicurarsi che tutto andasse bene.
Poggiò il suo modello sul gradino di legno. Posizionò i batuffoli di cotone imbevuti di alcool per simulare l'incendio. Accese un fiammifero e incendiò i batuffoli. Quando le fiamme furono opportunamente brillanti prese il grosso barattolo che conteneva il Sodio. O almeno ci provò. Nella sua borsa non c'era. Eppure doveva essere lì. Nella borsa che aveva appoggiato dietro di se. Nella borsa che non ricordava di aver lasciato aperta. E cos'era quel rimbombo? Quel rumore che la infastidiva. Come una palla che rimbalzava. Come un enorme barattolo pieno di Sodio che cade di gradino in gradino senza rompersi. Il vetro doveva essere bello spesso.
Lara sbiancò. Si alzò di scatto per rincorrere il barattolo, ma questo non fece altro che accelerarne l'avanzata. Gradino dopo gradino. Rimbalzo dopo rimbalzo.
Inciampò e finì in terra giusto in tempo per sentire il rumore del vetro che si infrangeva. Vide mille frammenti color ambra volare da tutte le parti. L'odore di cherosene saturò l'aria. Il liquido in cui il Sodio era conservato scivolò lentamente verso la canalina di scolo al centro della palestra portando con sé il prezioso metallo. Alcuni piccoli frammenti di Sodio le finirono sul maglione che iniziò a lanciare scintille. Sapeva cosa stava per accadere, ma il ginocchio le faceva troppo male per alzarsi e scappare.
Un tuono riempì la scuola. Il rumore di un esplosione che veniva dalla Palestra. Tutti accorsero per vedere cosa era successo.

Come sul luogo di un omicidio c'era chi piangeva e chi era arrabbiato. Quasi nessuno aveva notato Lara. l'enorme buco che si era creato al centro di quello che un tempo era un campo da Basket aveva catturato l'attenzione di tutti. La disperazione dipinta sul volto. Dove avrebbero organizzato la festa di Halloween?

Il Preside Parson rimase sconvolto da quello che era accaduto alla sua povera Palestra. Convocò i genitori di Lara per informarli di ciò che aveva combinato la loro adorata figlia. No, non si dovevano preoccupare per la sua salute. Si, era in infermeria. No, non era grave. Avrebbe dovuto scontare due settimane di punizione, ma stava bene. I genitori avrebbero dovuto ripagare il danno visto che l'assicurazione non lo copriva. Non che ci fosse un'assicurazione sulla Palestra, ma faceva scena dirlo. Infine, la cosa più tremenda. Sarebbe stato compito della ragazza trovare un nuovo luogo che potesse ospitare la festa.
Lara non familiarizzava molto con lo spirito di Halloween, ma da quel poco che sapeva doveva essere una feste lugubre, spettrale. Quale posto migliore della Palestra bruciacchiata con quel bel cratere al centro? No, la palestra non si toccava. Così diceva il Preside. Un uomo distrutto. Come se avesse appena perso un figlio. Forse a quella Palestra aveva anche dato un nome. E quando si da un nome ad una cosa, inevitabilmente ci si affeziona. Un vero idiota.

La punizione fu tremenda. Dover stare due ore chiusi in un aula a non fare nulla era già di per sé una tortura. Ma il fatto che il suo carceriere fosse proprio il Professor Stevens era intollerabile. Lui cercava di parlare di diversi argomenti. Voleva instaurare un dialogo. Ma Lara aveva notato quell'ombra di disapprovazione nei suoi occhi quando le si rivolgeva. Era come un pugnale piantato nel petto. Arroventato al punto giusto per andare più in profondità.
Ogni giorno il Professore le proponeva un luogo dove cercare di organizzare la festa. Lei faceva finta di interessarsi e puntualmente lasciava morire il discorso nel silenzio. La sua angoscia era palpabile e non capiva il perché di quell'inutile tortura.
Prima o poi avrebbe dovuto affrontare il problema della festa. Lei un posto l'avrebbe dovuto trovare, ma non le veniva in mente niente. Il solo pensarci la deprimeva. Non riusciva a ricordare neanche uno dei posti che il suo carceriere le aveva proposto o suggerito.

Il clamore per il disastro in Palestra andò stemperandosi il lunedì successivo. La notizia di una rissa esplosa nei corridoi del secondo piano aveva riempito la bocca dei pettegoli. Il bullo della scuola, un certo Mallory, era stato messo al tappeto. Tutti erano scioccati. Li aveva fermati il Professor Stevens. Questa era l'unica cosa che aveva attirato l'attenzione di Lara. Forse quel pomeriggio avrebbe avuto qualcosa di cui parlare e magari avrebbe detto addio all'angosciato mutismo dei giorni passati. Quando entrò nell'aula però rimase frustrata dalla sorpresa.
Due ragazzi si erano picchiati. Un professore li aveva beccati. Era naturale che finissero in punizione. Se lo sarebbe dovuto aspettare. Ciò nonostante la delusione fu grande quando capì di aver perso quel piccolo momento di intimità con il suo Professore. Aveva sprecato tempo ad angosciarsi e ora non sarebbero più stati soli. Avrebbe dovuto condividere quell'aula con quei due ragazzi. Forse per un solo giorno. Più probabilmente per una settimana.
Si erano seduti ai due capi opposti dell'aula, uno fissava il muro, l'altro fuori dalla finestra. Il primo, quello vicino al muro, aveva i capelli biondo cenere, lisci, lunghi fino alle spalle. Gli occhi castani e il naso a patata. Doveva essere molto alto a giudicare dalla misura dei piedi e dalla lunghezza delle gambe che sporgevano da sotto il banco. Aveva le spalle larghe, tipico dei giocatori di Basket. Doveva essere quel Mallory di cui parlavano tutti. Il bulletto della scuola. Lei non aveva mai avuto il piacere di conoscerlo. Si teneva una mano sulla guancia visibilmente gonfia. Qualcuno l'aveva veramente preso a pugni.
L'altro le dava le spalle, ma Lara lo avrebbe riconosciuto tra mille. Quei capelli neri, lisci, corti e con la riga in mezzo da perdente. Intravvedeva le stanghe nere della montatura di quegli occhiali così spessi che aveva imparato ad odiare. Quegli occhiali che nascondevano un paio di occhi verdi come i suoi, ma che non avevano quella stessa luce di genialità che invece era propria del suo sguardo. Era l'Idiota. Era Elliot. Quello che più di una volta l'aveva messa in ridicolo. Aveva steso il bullo della scuola. Ne sarebbe uscito come un eroe e lei sarebbe sembrata sempre più inferiore agli occhi degli altri. Al suo ingresso si girò a malapena a guardarla. Alzò gli occhi al cielo con un gesto di stizza e si rimise a fissare la finestra.

"Benvenuta Lara. Hai pensato a dove vuoi organizzare la festa di Halloween?" Le chiese il Professore mentre lei si accomodava al suo posto. Lei si limitò ad abbassare lo sguardo scuotendo la testa leggermente. "E da quando in qua gli sfigati organizzano le feste?". Mallory si era confermato per quello che sembrava. Un altro idiota. Non con la I maiuscola come Elliot, ma pur sempre un idiota. "Da quando gli sfigati fanno esplodere le palestre!" sottolineò Elliot. Odio. Odio. Odio. Persino Mallory aveva riso a quella battuta. Ma quei due non si erano picchiati? Dovrebbero odiarsi. "Smettetela voi due. Quando siete in punizione potete parlare solo se interrogati" li interruppe il Professore e poi, rivolgendosi a lei, "Hai pensato a Casa Madison? E' una vecchia villa in cima alla collina ad est di Plumdale. Ci sono strane legende che circolano su quel posto. Dovrebbe essere perfetta per una festa di Halloween."
"E' una casa privata, non possiamo entrare" rispose timidamente Lara.
"E' disabitata da molto a causa di alcuni fatti avvenuti in passato" la tranquillizzò il Professore.
"Puoi dirlo forte Prof. Lì c'hanno ammazzato la gente. Nessuno ci vuole andare. E poi ci sono i fantasmi. Lo sanno tutti. Nessuno ha il coraggio di andarci. Nessuno vorrà fare la festa lì" Rincarò Mallory.
"Sono tutte superstizioni. Possiamo andare a fare un sopralluogo così potremo sfatare il mito e la festa si potrà fare. Inoltre la legenda renderà speciale la festa e Lara ne uscirà un po' risollevata. Magari anche perdonata." Le ultime parole furono sottolineate dal Professore che la fissò con quel suo sguardo penetrante.
Lara si fece coraggio e si rivolse direttamente a Mallory. Così da poter evitare lo sguardo dell'uomo "Cos'è, hai paura? Peccato che non abbiamo le chiavi, altrimenti mi sarebbe piaciuto vederti scappare gridando come una femminuccia". Il suo cinismo era tornato in piena forma. Il piacere di vedere la rabbia montare negli occhi dell'altro fu inebriante. Decise di rincarare la dose "D'altra parte ti sei fatto mettere al tappeto da quello sfigato!"
"Questo è troppo!" sbottò Mallory "Io non ho paura di niente. Ci sarà un modo di entrare senza chiavi. Andiamo e ti faccio vedere con chi stai parlando!"
Il Professor Stevens, visibilmente divertito dalla scenetta, cercò di calmare gli animi "Ok, adesso state calmi. Cercherò di contattare l'agenzia che l'ha messa in vendita e organizzeremo una visita"
"Io ho le chiavi!" Elliot si ridestò dal suo torpore e si intromise nella discussione. "Mia madre ha l'incarico di vendere quella casa. Ci possiamo andare anche stasera."
Allora non è poi così inutile l'Idiota. "Non so, così mi sembra un po' affrettato. Dovrei discuterne coi vostri genitori e chiedere il permesso al Preside" cercò di stemperare il Professore. "Andiamo Prof! Che gusto c'è se non lo facciamo di nascosto" Gli rispose Mallory sghignazzando. "Assolutamente no! Non posso prendermi questa responsabilità! Andrò a parlare con il preside e organizzerò una visita per la prossima settimana" concluse il Professore.
Alla fine delle due ore di punizione Elliot e Mallory si avviarono alla porta. Lara li seguì a breve distanza. Mallory agguantò Elliot sotto il braccio e lo tirò dentro un'altra aula. "Io e te. Stasera. Porta le chiavi o domani ti faccio nero"
"Perché ci tieni tanto?" gli fece Elliot "Perché per colpa tua ho perso il rispetto della gente. Mi ci vuole qualcosa di grosso per recuperarlo"
"Se ci beccano ci ammazzano" obiettò l'Idiota "Allora cercheremo di non farci beccare".
Elliot sembrava ancora titubante "Scegli: o questo, o ti massacro di botte da qui fino al diploma" Questo sembrò convincerlo.
Quei due sarebbero andati e si sarebbero fatti beccare. Il Preside le avrebbe impedito di organizzare lì la festa e la sua unica occasione di redenzione sarebbe sfumata. Doveva andare con loro per tenerli d'occhio. "Non vi dispiace se mi aggiungo a voi, vero?" esordì Lara entrando nell'aula. "In realtà ci dispiacerebbe molto" fece Elliot "Non credo abbiate scelta, a meno che non vogliate che io vada a dirlo al Preside" replicò Lara.
Calò un attimo di silenzio in cui Mallory valutò se fosse il caso di picchiare una ragazza. Lara lo percepiva. Istintivamente trattenne il fiato un po' spaventata. Fissava con ansia il pugno serrato di Mallory. Il pugno si rilassò. Mallory sbuffò. Non l'avrebbe picchiata. Sarebbero andati tutti insieme a Casale Spavento.