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mercoledì 12 gennaio 2011

L'Ospedale

 La notte era trascorsa veloce e tranquilla. La stanchezza e l'agitazione degli ultimi giorni avevano fatto sprofondare Kaila in un lungo sonno ristoratore. Aveva dormito come una bambina lasciando un'abbondante chiazza di bava sul suo cuscino nuovo. Non ricordava di aver fatto sogni particolari, non come quelli che l'avevano perseguitata nelle ultime settimane. L'unica cosa che le era rimasta in mente era l'immagine di un volo. Aveva questa immagine sbiadita in mente di lei che volava come mai aveva fatto prima d'ora e, diciamocelo, Kaila di voli ne aveva fatti fin troppi. Questa volta era diverso. Vedeva delle grandi e possenti ali. Niente ansia ne paura, solo la splendida sensazione del vento tra i capelli, del vuoto che ti avvolge, della libertà che ti culla.
 La felicità di quel sogno l'aveva fatta svegliare di buon umore. Tutti le preoccupazioni erano quasi accantonate. Felz in pericolo? Ci avrebbero pensato i Nani. Lara ferita? Ci avrebbero pensato i Nani! Nikolas alle calcagna? Ci avrebbero pensato i Nani!! L'atmosfera che respirava era come quella che precedeva i giorni di festa, quando l'unica preoccupazione era scegliere il vestito più adatto per uscire -anche qui, Kaila di vestiti ne aveva fin troppi- Il suo preferito glielo aveva regalato il padre per il suo quattordicesimo compleanno. Uno splendido vestito bianco panna con un corpetto verde e la gonna lunghissima che quasi le faceva da strascico. Lo indossava solo in occasioni speciali e le sarebbe piaciuto moltissimo averlo lì con se in quel momento. Roth, il figlio del panettiere, non ne era molto entusiasta e questo gli aveva fatto perdere parecchi punti agli occhi di Kaila. La ragazza si sorprese a chiedersi se a Mallory sarebbe piaciuto e l'idea la fece arrossire.

 Cercò di guardare la sua immagine riflessa nel vetro della finestra. La cosa risultò più complessa del previsto, un po' perché la camera non era abbastanza illuminata, un po' perché la finestra non aveva vetri. Alla fine riempì d'acqua una bacinella dal fondo scuro che le avevano lasciato in camera e finalmente riuscì a specchiarsi. Le increspature dell'acqua deformavano il suo volto, ma anche così i segni della stanchezza erano più che evidenti. Profonde occhiaie solcavano il suo viso e le sue iridi erano irrorate di sangue. Si fissò per qualche minuto tirandosi le guance fino a farsi venire gli occhi a mandorla, la cosa la fece sorridere e così iniziò a giocare con la sua espressione modellando con le mani il suo volto fino a formare delle facce buffe. Non le importava se il suo aspetto non era perfetto, si sentiva comunque carina e la cosa la faceva sentire bene.
 Sul comodino accanto al letto aveva trovato degli abiti puliti. Un vestito marrone con dei laccetti sul corpetto per regolarne la larghezza. Aveva una gonna lunga, o per lo meno lunga per un Nano, e quindi a Kaila cadeva poco sotto il ginocchio. C'erano anche dei calzari, erano fatti con dei lacci di cuoio larghi un pollice che si intrecciavano sul piede fino ad arrivare a metà polpaccio. Kaila non aveva mai visto delle scarpe così, ma le trovò decisamente comode e fresche, forse solo un po' strette. Si sciacquò la faccia immergendola completamente nella bacinella. Assaporò il freddo intenso dell'acqua che le bagnava i capelli. Agitò la testa per riscuotersi e cancellare ogni traccia di sonno residuo. Indossò con cura il vestito che le avevano donato e si sistemò i suoi corti e umidi capelli ricci legandoli dietro la nuca con un fermaglio in legno che aveva nella sua sacca.

 In quella città era tutt'altro che semplice determinare l'ora del giorno. Kaila aveva capito che la luce emessa dalla grossa gemma ambrata che troneggiava al centro della cupola mutava di intensità col passare del tempo. Non si spegneva mai, quindi non c'era un momento in cui il buio regnava sovrano, un qualcosa che potesse essere chiamato Notte, però notò che in quel momento lo splendore del cristallo era molto più vivo rispetto a quando erano arrivati la sera prima. Di sicuro la luce non era accecante come quella del sole di mezzogiorno, ma consentiva una buona visibilità.
 Kaila iniziò a passeggiare per le vie della città con la meraviglia dipinta sul volto, ogni cosa che vedeva le sembrava magica e stupenda. Le case erano del tutto simili a quelle di Hangwick, quella di fuori, perché anche la città dei Nani si chiamava Hangwick. Le vie però erano più strette, vuoi perché lo spazio era limitato, vuoi perché non erano pensate per gli esseri umani. Probabilmente Kaila era la prima esponente della razza degli Uomini che calcava quelle vie. La cosa suscitava un certo interesse nei passanti che la incrociavano e subito abbassavano lo sguardo -non che Kaila sarebbe riuscita a fissarli negli occhi se avessero continuato a guardare diritto-.

 La ragazza era come un gigante in mezzo a quella gente e, doveva proprio ammetterlo, la sensazione le piaceva. Si diresse verso il mercato che ormai era nel pieno delle attività quotidiane. Voci e rumori rimbombavano tra i chioschi. Profumi nuovi e inconsueti riempivano l'aria. Stoffe e oggetti strani coloravano il paesaggio. Kaila avrebbe voluto comprare tutto, ma per fortuna non aveva soldi con se, o per lo meno, con somma gioia del suo borsello, non ne aveva di un conio accettato da quelle parti.
 Una bambina le si fece vicina e allungò un braccio per tirarle la gonna e attirare la sua attenzione. Aveva in mano una ciotolina da cui si alzava un buon odore di verdure e cipolle. "Colazione?" le chiese dolcemente contraendo le sue paffute guanciotte in un sorriso dolcissimo. "Grazie!" sorrise Kaila. Si inginocchiò per prendere l'offerta dalle mani della bimba la quale si riempì di felicità  e scappò via correndo e chiamando la madre. Una donna poco più alta di un metro e qualche spanna prese in braccio la bambina e le sorrise, poi si voltò verso Kaila e fece cenno di saluto con la mano. Kaila si alzò in piedi e fece un inchino per ringraziare, poi si voltò e riprese a camminare.
 Il contenuto di quel piatto era ancora caldo e fumante. Sotto uno strato di verdure grigliate giaceva un letto di un qualche cereale sconosciuto dai grani molto piccoli. Era molto speziato ed aveva un sapore quasi dolciastro e un po' piccante. Kaila mangiò di gusto con le mani, assaporò ogni granello e ogni verdura leccandosi anche le dita. Aveva fame, questo è vero, ma quel cibo così curioso era davvero buono.
 Continuò a vagare per un po' tra le bancarelle fermandosi di tanto in tanto ad ammirare i manufatti così particolari di quel popolo così sconosciuto. Kaila sapeva la storia dei Nani, come sapeva quella degli Elfi e della altre creature magiche. Le aveva imparate tramite i racconti dei cantastorie e le favole che il padre le narrava prima di metterla a dormire. La sua idea di quella gente si perdeva al confine tra il fantastico e il concreto. Eppure lì era tutto così reale e al contempo magico. Si sentiva come in un sogno, uno di quelli che non hanno per forza un significato. Un sogno come non ne faceva da molto tempo. Un sogno e basta. Nulla da capire, nulla da interpretare. Niente di spaventoso o di inquietante. Solo un sogno.

 A metà mattina -o almeno quella che sarebbe dovuta essere metà mattina, ancora non si regolava bene coi tempi- decise di lasciare il mercato e di esplorare il resto del borgo. Kaila era affascinata da quelle architetture così precise e armoniose. Non assomigliavano affatto a quel cumulo aggrovigliato di case che spuntavano sulle strade di Elengar. Una cosa che notò subito erano le mura delle abitazioni. Lisce. Non avrebbe saputo come altro definirle. Sembravano dei fogli di carta, di quella buona tra l'altro. Kaila non riusciva a distinguere un mattone dall'altro. Erano tutti così ordinati e ben amalgamati che sembravano un unico blocco compatto. Si chiese come fosse possibile una cosa del genere e si ritrovò più volte ad accarezzare stupita quelle superfici così levigate.
 Continuò ad aggirarsi per le vie ammirando ogni elemento architettonico e profondendosi in centinaia di inchini per salutare di volta in volta i paesani che incontrava. Alla fine arrivò in un grande piazzale -si parla sempre in proporzione, non sarà stato più grande della cantina di Ivan- che stava ai piedi di un grande edificio dal quale andavano e venivano molte persone. "Cos'è quello?" chiese ad uno dei passanti indicando il palazzo. "E l'ospedale... un posto dove curiamo la gente" rispose quello parlando al rallentatore, come se non fosse sicuro che la ragazza fosse in grado di capire. Kaila sapeva cosa fosse un ospedale, ma mai ne aveva visto uno. Pensò che probabilmente era lì che avevano portato Lara e decise di farle una visita.

 Lara era una figura astratta nella mente di Kaila. L'aveva sempre avuta al fianco, si era preoccupata per lei, ma non aveva mai neanche sentito la sua voce. Non conosceva il colore dei suoi occhi, ne sapeva cosa le fosse capitato, sapeva solo che i suoi amici avevano rischiato la vita pur di proteggerla e questo le dava la misura di quanto fosse importante. Kaila si sentiva un po' un estranea quando si trovava in compagnia di Elliot e Mallory e in un certo senso era curiosa di scoprire cosa legasse quello strano gruppo di ragazzi. 
 Varcato l'ingresso dell'ospedale, Kaila si ritrovò in una grande sala dove decine e decine di piccoli scranni erano disposti in file ordinate. Persone di ogni età se ne stavano sedute qua e la. Ognuno cercava di tenersi occupato in qualche maniera e di tanto in tanto un Nano con una lunga tunica chiara si avvicinava a qualcuno. I due scambiavano poche parole dopodiché uscivano insieme dalla sala.
 C'era solo una grande porta che dava verso l'interno. Da lì passavano tutti. Accanto alla porta c'era un grosso tavolo con un paio di persone sedute dietro intente a scrivere su dei grandi libri. Kaila si avvicinò circospetta senza sapere bene cosa doveva fare. Arrivò davanti ad uno dei due Nani seduti dietro il tavolo e la sua ombra coprì il libro vergato da una fine scrittura. Il Nano, un po' infastidito dall'improvvisa mancanza di luce, alzò lo sguardo verso la ragazza "Nome?" Kaila rimase un po' spiazzata da quella domanda, tutto si sarebbe aspettato tranne che le chiedessero il nome, e poi così a bruciapelo. "K-Kaila" rispose timidamente. "Motivo della visita?" inquisì l'altro. Aveva uno sguardo arcigno e sembrava anche un po' seccato. Sul libro aveva appena scritto il suo nome, o meglio, aveva scritto 'K-Kaila', che non era esattamente il suo nome, ma era l'unica cosa che era riuscita a farfugliare.

 "Dovrei vedere una mia... beh, è alta... cioè, insomma..." Kaila si sentiva profondamente in imbarazzo e non riusciva a mettere insieme una frase di senso compiuto. "Si si, ho capito, non capita spesso di avere pazienti della vostra... statura" disse il Nano squadrando Kaila dal basso verso l'alto. "Terzo piano, Corridoio 'A', quinta stanza a destra" disse infine indicando la porta che aveva alle spalle e abbassando nuovamente lo sguardo sul libro.
 Kaila si allontanò lentamente e si diresse verso la porta. Non aveva maniglia e non riusciva a capire come andasse aperta, poi all'improvviso quella si spalancò e due tizi ne uscirono accompagnando un terzo che camminava poggiando il peso su due bastoni di legno. Kaila colse al volo l'occasione e inforcò la porta prima che questa potesse richiudersi. L'ultima cosa che riuscì a sentire fu la voce del Nano che dal suo tavolo le urlava che bastava spingere per aprire la porta, poi fu il caos più totale.
 Persone che correvano da una parte all'altra, urla di dolore, pianti e un vociare incessante. Kaila non aveva mai visto tanta agitazione e non sapeva come muoversi. Intimorita cercò delle scale e iniziò a salire di corsa. Un paio di Nani in camice le urlarono di non correre, ma lei non li ascoltò finché non raggiunse il terzo piano. Lì la situazione era più tranquilla. Due corridoi partivano dal pianerottolo e correvano nelle due opposte direzioni, accanto a quello di sinistra c'era un cartello di legno con sopra impressa la lettera 'A', Kaila iniziò a percorrerlo con cautela.

 La quinta stanza a destra del corridoio 'A' del terzo piano aveva la porta spalancata. Al suo interno c'era solo un letto ed una cassapanca. Un vaso di fiori era appoggiato sul davanzale della finestra aperta che dava su un cortile interno. Si riuscivano a intravvedere degli strani alberi dalle foglie rosse e dai rami tozzi che lambivano immobili l'edificio. Kaila non aveva ancora incontrato della piante in quella città, ed effettivamente era impensabile che qualcosa potesse crescere lì sotto in assenza della luce del sole. Quelle dovevano essere piante particolari, forse magiche.
 Lara era sdraiata sul letto. Sembrava profondamente addormentata. Dalla coperta sporgeva la sua gamba sinistra. Era completamente avvolta in un bendaggio spesso e apparentemente rigido. Sicuramente una soluzione molto più complessa delle stecche utilizzate da Mallory, ma altrettanto più efficace. Kaila rimase impalata sull'uscio della stanza. Non voleva svegliare Lara e anche se lo avesse fatto non avrebbe saputo cosa dirle. Si rese conto che probabilmente Lara non sapeva neanche chi fosse. Rifletté a lungo e alla fine concluse che non aveva senso rimanere lì, era meglio andarsene e lasciare la ragazza al suo meritato riposo. Si soffermò a guardarla, aveva un aspetto così sereno che la fece sorridere. L'avevano salvata, avevano penato tanto ma alla fine l'avevano salvata. Kaila era felice. 

 "Perché non entri?" La voce arrivò da dietro e fece sussultare Kaila. Si voltò a cercarne la fonte e si ritrovò di fronte ad Holtz "Scusami, non volevo spaventarti, sei qui per Lara?".
 "No, cioè, sì, ero passata a vedere come stava. Sembra stia bene, quindi ora vado." rispose la ragazza.
 "Non scappare, ti stavo cercando" disse Holtz.
 "Oh, beh, mi hai trovata" Kaila cercò di tagliare corto e fece come per incamminarsi verso le scale ma Holtz la fermò.
 "La tua amica è stata fortunata, aveva la febbre alta, ma i nostri sciamani sono riusciti a curarla."
 "Beh, non siamo proprio amiche. In realtà credo che neanche sappia chi io sia."
 "Avremo cura di farle sapere che è merito tuo se si è salvata."
 "In realtà sono stati Mallory ed Elliot, io non ho fatto nulla" precisò Kaila abbassando lo sguardo imbarazzata.
 "Capisco, beh, adesso è al sicuro. Venendo a noi, ho notizie di tuo fratello."
 L'interesse di Kaila si accese improvvisamente. Sgranò gli occhi in un'espressione di assoluta preoccupazione, come se tutta la tranquillità che aveva avuto al mattino fosse svanita nel nulla in un solo istante.
 "Non ti preoccupare, sta bene. L'abbiamo raggiunto a Salingar. Ti manda a dire che è al sicuro e che andrà insieme ai nostri a prelevare tuo padre per condurlo a Fernorz, una delle nostre comunità a sud del paese. Quando vorrai potrai raggiungerlo."
 Il sorriso di Kaila si accese e fu quasi sul punto di abbracciare Holtz, quando dal nulla uno strano animale spuntò di corsa passando in mezzo ai due e speronandoli. Kaila riuscì a notare soltanto una lunga coda argentea che spuntava da sotto una leggera veste bianca. "Fermati, dove corri!" Una donna  con una tunica chiara cercava di inseguire -arrancando- il fuggiasco e quando fu davanti ai due si fermò un attimo a riprendere fiato. "Vi chiedo scusa, la nostra piccola Mya è scappata e non riusciamo più ad acchiapparla" senza attendere risposta si rimise a correre svoltando in uno dei corridoi laterali.
 Holtz seguì la scena con lo sguardo divertito e poi si rivolse di nuovo a Kaila "Tutto bene?"
 "S-si, mi ha presa di sorpresa."
 "Quella piccola peste farà impazzire le infermiere di questo posto."

 Kaila fece finta di sorridere ma non aveva ancora ben chiaro cosa fosse accaduto. "Stasera è stata convocata una riunione" riprese Holtz "Tu ed i tuoi amici dovrete presenziare. Vi passerò a prendere intorno alle 17". Si incamminò verso le scale ma questa volta fu Kaila a fermarlo.
 "Ehm..."
 "Qualche problema?" chiese il Nano.
 "Come si fa a capire quando sono le 17?" chiese Kaila imbarazzata. Holtz sorrise e tornò indietro verso la ragazza. Infilò una mano in tasca e ne estrasse un oggetto argenteo. Era sottile e circolare con un perno al quale era legata una catenella. Holtz premette sul perno e una specie di coperchio scattò rivelando una calotta di vetro con sotto un quadrante. 
 "E' un orologio!" esclamò Kaila meravigliata.
 "Si" confermò Holtz sorpreso da tanta eccitazione.
 "Scusa è che non ne avevo mai visto uno così piccolo. Addirittura lo si può mettere in tasca"
 "Già, voi Umani non ve la cavate molto bene con le cose tecnologiche, comunque suppongo tu sappia come funzioni."
 Kaila prese l'orologio e lo squadrò da ogni angolazione. Era bellissimo. Era grande esattamente quanto il palmo della sua mano e aveva degli splendidi decori sulla scocca metallica.
 "Beh, la lancetta corta indica le ore, mentre quella lunga i minuti" disse infine. Holtz le sorrise e la salutò lasciandola sola col suo nuovo oggetto delle meraviglie.
 La ragazza impiegò alcuni minuti prima di accorgersi di essere nuovamente sola. Era troppo presa dall'orologio. Quando si riscosse realizzò anche ciò che Holtz le aveva detto. Lei e gli altri avrebbero dovuto presenziare ad una qualche riunione. Improvvisamente ricordò tutto. La sera prima, quando aveva incontrato per la prima volta Holtz e suo fratello Karl, i due avevano parlato di una profezia che la riguardava. Un'altra. Come se il diario di sua madre non fosse sufficiente. Diario che si trovava di nuovo lontano, di nuovo in pericolo. Kaila pregò che il fratello si ricordasse di prenderlo uno volta a casa.


venerdì 24 dicembre 2010

Un Piccolo Regalo

Oggi ho ricevuto un regalo stupendo. La mia ragazza, oltre ad essere adorabile, è anche una fantastica illustratrice e blogger. Nell'ultimo mese sta portando avanti un'iniziativa sul suo blog Vita da Illustratore dove ogni giorno disegna un personaggio con abiti meravigliosi. Per l'occasione ha fatto questo splendido disegno di Kaila. Quando l'ho visto mi sono letteralmente commosso. E' riuscita a rendere reale uno dei miei personaggi esattamente come io lo immaginavo. Spero che vi piaccia tanto quanto piace a me!

Grazie!!! E' stato un regalo meraviglioso!

Tra poco però sarà la volta del mio regalo per voi! ;-)


mercoledì 15 dicembre 2010

Il Segreto dei Lupi

Ormai Kaila era certa che i suoi sogni non fossero solo immagini confuse rielaborate dalla sua mente, ma precise visioni del futuro. Dapprima aveva incontrato quel ragazzo. Mallory. Il ragazzo che da settimane le faceva compagnia ogni volta che si addormentava. Non sapeva di preciso che aspetto avesse ma ricordava alla perfezione quel suo sorriso gentile. Adesso era lì con lei e sembrava intenzionato ad aiutarla. Avrebbe potuto barattarla in cambio dei suoi amici catturati dagli sgherri di Nikolas, ma non l'aveva fatto. Forse aveva finalmente trovato quell'alleato di cui tanto aveva bisogno. Inoltre quel suo amico, Elliot, sembrava essere un mago molto potente. Li aveva messi a riparo dagli inseguitori creando un altissimo muro di fuoco.
Ora stava avendo la conferma di quel potere, ma nel peggior modo possibile. Un'altra delle sue visioni le aveva mostrato un branco di lupi inferociti che la ghermivano ed era esattamente quello che le si stava parando davanti. Avevano trovato rifugio in una piccola radura sulla cima della collina, ma a causa della sua fretta di allontanarsi il più possibile dagli uomini dell'esercito, erano finiti nella trappola di un branco di lupo. Li stavano aspettando. Era dalla sera precedente che li sentiva ululare. Pazienti e scaltri. Avevano atteso che lei e il suo nuovo gruppo si trovassero nel loro territorio e lì li avevano sorpresi. Erano circondati.
Kaila ne aveva contati quattordici, ma non era sicura di riuscire a vederli tutti. Inoltre la barella della ragazza con la gamba rotta li metteva in condizione di non potersi mettere schiena contro schiena. Non avevano modo di difendersi. Inoltre Elliot non sembrava in grado di replicare il miracolo del fuoco. Erano soli. Erano perduti.

I lupi si erano disposti a cerchio intorno ai ragazzi. Sguardo fisso sulle prede. Ringhiavano. Sbavavano. Aspettavano solo un gesto del capo branco. L'autorizzazione ad attaccare. Il permesso di ammazzare. Si avvicinavano lentamente. Un passo alla volta. Le nuvole coprirono la luna.
Gli occhi affamati e crudeli dei lupi scintillavano al buio. Uno di loro, il più grande, con il suo lucente pelo argentato, si avvicinò in direzione di Kaila. Era di sicuro lui il capo branco e aveva scelto la sua preda. Gli altri si sarebbero dovuti accontentare degli avanzi. Il respiro di Kaila si fece affannoso. Il terrore le immobilizzava i movimenti. Sentiva da dietro le voci dei suoi compagni che imprecavano. Elliot tentava in tutti i modi di lanciare un incantesimo ma non c'era verso. Forse nella paura la magia annegava. Eppure doveva esserci qualcosa. Un modo. Non poteva finire così.
Le venne da piangere. Non per paura, ma per rabbia. Frustrazione. Era quello il sentimento che annebbiava la mente di Kaila. Aveva tanti progetti, tante cose da fare. Voleva ritrovare le sue origini, l'isola perduta di Andalia. Probabilmente se avesse letto il diario della madre quando ne aveva avuto l'occasione adesso avrebbe saputo cosa fare. Forse avrebbe saputo del pericolo e avrebbe scelto una strada diversa. Magari avrebbe portato qualcosa. Qualche arma per tenere a bada i lupi. Forse avrebbe potuto nascondere la refurtiva altrove. Certo, in quel caso non avrebbe incontrato i suoi nuovi amici, ma almeno sarebbe sopravvissuta.

Il cuore le batteva all'impazzata. Lacrime silenziose le scesero lungo le guance e caddero nel vuoto. Volare via. Ecco cosa avrebbe voluto. Un salto da una torre o da un burrone, qualcosa di scenico ed emozionante. Qualcosa di gestibile. Qualcosa che potesse metterla in salvo. Strinse forte il pugno sulla piccola chiave che portava sempre appesa al collo. Strinse fino a sentire il freddo metallo penetrarle nelle carni. Una lieve goccia di sangue le inumidì il palmo della mano e scivolò lungo il braccio.
Il lupo argentato spiccò il balzo. Agile e veloce. Aveva una certa grazia in quel movimento così mortale. Le fauci spalancate puntarono verso la candida gola di Kaila. La ragazza strinse gli occhi con tutta la forza possibile come per fuggire da quell'orrore. Non vide il lupo azzannarla. Non lo sentì neanche. Senti solo una specie di ruggito e poi il guaire di un animale ferito. Un lamento riconducibile più ad un cane bastonato che ad un lupo feroce.
Aprì gli occhi e vide un altro lupo dal mantello bruno. Si era avventato sul capo e lo aveva morso alla gola. Non con forza. I denti del suo salvatore erano stretti abbastanza da tenere fermo il lupo argentato ma non abbastanza da lacerargli la cute. I due lupi si rotolarono nella terra come due ragazzini in una zuffa. Si alternavano l'uno sopra all'altro. Cercavano di mordersi a vicenda senza successo.
Quella specie di balletto andò avanti per qualche minuto. Kaila rimase per tutto il tempo con il fiato sospeso. Non capiva se il nuovo arrivato volesse salvarla o semplicemente reclamare il posto di capo branco. La lotta era rapida e feroce. I due animali erano veloci e forti. Sembravano equivalersi. Il lupo argentato cercò di addentare la zampa posteriore del suo avversario che scansò l'attacco allontanandosi di qualche passo. Il branco attendeva l'esito dello scontro senza muovere un pelo. Alcuni si erano messi seduti. Uno si stava grattando via qualche pulce con la zampa. Altri si erano sdraiati a terra e sembravano fermamente intenzionati ad appisolarsi.
I due contendenti si fissarono a lungo ringhiando e mostrando i denti. Il vincitore di quello scontro avrebbe deciso la loro sorte e Kaila in cuor suo stava facendo il tifo per il lupo bruno. Sorrideva ogni volta che questo assestava un colpo al lupo argentato. Si incupiva quando invece aveva la peggio. Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto di loro il suo paladino se avesse vinto, ma di sicuro sapeva quali erano le intenzioni dell'altro. Meglio puntare sulla speranza di salvezza che arrendersi all'inevitabilità della morte.
La situazione era in stallo. I due animali si fronteggiavano e si minacciavano ma nessuno sembrava voler sferrare l'ultimo attacco. Il lupo argentato alla fine si decise e puntò diritto al ventre dell'altro. Il colpo andò a segno. Il lupo bruno si girò di scatto con uno sguardo omicida e assestò un pugno sul muso dell'altro. Un pugno? I lupi possono dare pugni? Da quel che Kaila ricordava, per dare un pugno bisognava avere a disposizione almeno una mano. Meglio se di mani se ne hanno due, così con l'altra si può parare il contrattacco dell'avversario. Ma i lupi non avevano le mani, avevano le zampe. Eppure lei aveva chiaramente visto un pugno.
A guardare bene adesso quel lupo si reggeva con le gambe su due... piedi... aveva mani e piedi e non sembrava più tanto un lupo. Il muso era 'giusto', ma tutto il resto era sbagliato. Un lupo con braccia, gambe e dorso. O forse un uomo con il muso. Un uomo piccolo. Molto piccolo. Un metro o poco più. Guardando con più attenzione anche l'altro aveva sembianze umane. Il muso. Kaila se lo ricordava decisamente più lungo mentre le ringhiava e le puntava il collo con sguardo famelico.
Perplessa si girò e si guardò in torno. I lupi erano spariti. Al loro posto c'erano degli omuncoli seduti, sdraiati o accucciati. Tutti visibilmente annoiati. "Quando avete finito di litigare, voi due, potreste darci delle spiegazioni?" chiese una voce da dietro di loro. I lupi parlano anche?
"Karl! Holtz! Piantatela di fare i ragazzini" disse un'altra voce. Uno dei due contendenti -era difficile ormai distinguerli visto che non avevano più il manto ma della semplice e banale pelle- spinse l'altro contro il tronco di un albero e ce lo tenne bloccato premendogli con l'avambraccio sulla gola. "Lei no! Non è un pericolo! Possibile che tu non l'abbia riconosciuta?"
L'altro 'lupo' guardò in direzione di Kaila. La sua espressione si rilasso e i suoi movimenti si calmarono. "S-sei sicuro che sia lei? La ragazza dagli occhi dorati? Quella della profezia?"
"Già! E per poco tu non la sbranavi!"
"Non è colpa mia. Non è che abbia un cartello in fronte con scritto 'Ehi, guardatemi, sono la prescelta'. Tu come fai ad esserne sicuro?"
"Occhi dorati! Ciondolo a forma di chiave! Due ragazzi vestiti strani al suo seguito! Ti dice niente?"

Evidentemente gli diceva qualcosa, perché il nano immobilizzato abbassò lo sguardo e distese le braccia. Un chiaro gesto di resa. Avevano un vincitore! Kaila lo guardò con più attenzione e distinse i capelli corti e ricci. Erano bruni come il manto del lupo che le era venuto in soccorso. La luna fece capolino dalle nuvole e lo illuminò meglio. Aveva profondi occhi blu e un naso molto pronunciato. Il volto coperto da cicatrici che nascondevano la sua età, ma sembrava discretamente giovane. L'altro invece -ora Kaila lo vedeva bene- aveva capelli grigi ed occhi verdi. Il capo branco.
"Vi chiedo scusa per il comportamento di mio fratello!" disse il lupo bruno. "Mi chiamo Holtz e insieme ai qui presenti facciamo parte della comunità Hang-Wick, ovvero dei Nani Lupo".
Dalle sue spalle Kaila sentì alcune voci. Alcuni dicevano il loro nome, altri semplicemente accennarono un saluto con un gesto della mano. "Non volevamo spaventarvi! O meglio, volevamo! Ma solo perché temevamo che foste degli aggressori! C'era giunta voce di alcuni soldati che circolavano sulla nostra collina!"
Kaila era confusa. Ancora non riusciva bene ad inquadrare la situazione. Gli occhi avevano visto delle cose che la mente non riusciva ad interpretare. Rimase muta ed imbambolata. Guardò il suo ciondolo e si accorse che lo aveva lasciato e che era sporco di sangue. Non realizzò subito che quel sangue fosse il suo, pertanto lo afferrò spaventata come se volesse proteggerlo. Il nano Holtz doveva aver intuito i suoi pensieri. Si avvicinò e le sorrise. "Non avere più paura. Non ti faremo del male. C'è stato un malinteso, ma noi vi aspettavamo da tanto tempo ormai. Pensavamo foste dei soldati, per questo vi abbiamo attaccato". Soldati. Quella parola risvegliò qualcosa nella mente di Kaila. "I soldati. Ci stanno inseguendo!"
Urlò quasi con le lacrime agli occhi. Tutta la tensione, il nervosismo e la paura si sciolsero nelle sue lacrime. "Non ti preoccupare. Ora siete sotto la nostra protezione. Vi porteremo nel nostro villaggio".
"Ehm, Holtz, giusto?" si intromise Mallory "Non è per fare il guastafeste, ma quei soldati hanno catturato due nostri amici. Non è che potete aiutarci a salvarli? Sempre se non è di troppo disturbo" concluse con voce preoccupata.
"Come ti chiami ragazzo?" fece Holtz.
"Mallory, lui è Elliot e la ragazza nella barella è Lara. Ora che abbiamo fatto le presentazioni possiamo andare a salvare i nostri amici?"
Holtz guardò alle spalle dei ragazzi e fece un cenno con la testa. Otto nani si ritrasformarono in lupi e scattarono tra i tronchi degli alberi. I loro passi veloci erano quasi impercettibili e in breve furono lontani dalla vista. "I miei uomini si occuperanno dei soldati. Altri compagni stanno già setacciando la collina. Li troveremo. Intanto vorrei che mi seguiste. La vostra amica Lara sembra aver bisogno di cure e sono più che sicuro che il nostro capo villaggio sarà molto felice di vedervi".

Mallory non sembrava essere particolarmente d'accordo, ma Elliot riuscì a trovare il modo di farlo stare buono. Lara adesso era la priorità. Poi sarebbero potuti andare a cercare gli altri. A conti fatti, cosa mai avrebbero potuto fare due ragazzini soli contro due soldati esperti? Era il momento di ritirarsi e di curare le ferite. Lara era in quelle condizioni da quasi due giorni e il suo fisico si era molto indebolito. Ormai era priva di coscienza da ore, tremava e sudava freddo. Mallory guardò la ragazza per qualche istante e si arrese.
Holtz aveva osservato la scena in silenzio. Non sembrava voler imporre a nessuno il suo volere. Probabilmente se solo ne avessero espresso il desiderio, li avrebbe lasciati andare. Kaila cominciava lentamente a riprendersi. Più recuperava lucidità e più domande si affollavano nella sua mente. Ricostruì a mente il discorso fra Holtz e suo fratello. Prescelta. Profezia. Ciondolo. Parole che rimbombavano nella sua testa e alle quali lentamente cercava di dare un senso. La attendevano da tempo. Sapevano del suo arrivo come lei sapeva che sarebbe stata aggredita da loro.
Si maledì per l'ennesima volta per non aver ancora trovato il tempo di leggere il diario. Era sicura che lì avrebbe trovato tutte le risposte di cui aveva bisogno.
Si incamminarono lentamente verso valle. Mallory ed Elliot avevano stoicamente sostenuto il peso di Lara per tutto il tempo senza mai abbandonarla. Adesso però due nani del gruppo si erano offerti di dar loro il cambio e i ragazzi avevano accettato con titubanza. Ancora non si fidavano dei nuovi arrivati, ma materialmente erano troppo stanchi per rifiutare l'aiuto. Adesso i due ragazzi camminavano al fianco di Kaila come per proteggerla. Lei dal canto suo era tranquilla, non si sentiva più minacciata, ma le fece piacere quel semplice gesto di amicizia.

Seguirono Holtz ed i suoi uomini per quello che sembrò un tempo infinito. La luna era di nuovo coperta e facevano fatica a vedere la strada. I nani sembravano non aver alcun tipo di problemi, mentre Kaila continuava ad inciampare. Ogni volta che perdeva l'equilibrio Elliot e Mallory si litigavano il privilegio di poterla sorreggere e Kaila ne fu lusingata. Seguirono un percorso a tornanti che ricordò a Kaila l'inizio del viaggio col fratello. Felz. Se ne era quasi dimenticata. Anche il fratello poteva essere in pericolo e di sicuro lei non sarebbe riuscita a tornare indietro in tempo per il loro appuntamento. "Scusami, Holtz, mio fratello potrebbe essere in pericolo e mi chiedevo..." il nano non le lasciò il tempo di concludere la frase "Dove si trova adesso?"
"Stamattina è partito per Salingar, a quest'ora sarà arrivato".
"Non ti preoccupare, manderò qualcuno ad avvisarlo e in caso a soccorrerlo". Si voltò e indicò una direzione ad un paio di nani "Recuperate quelli del clan di Jeshua e recatevi a Salingar". In tutta risposta i due si trasformarono in lupi e sparirono tra le ombre bella foresta.
"Ma non dovreste aver bisogno della luna piena per trasformarvi?" chiese Mallory guardando stupito la scena. "Cosa intendi ragazzo?" Holtz sembrava incuriosito dalla domanda e anche Kaila non ne capiva il motivo. "Dalle nostre parti c'è una leggenda su degli uomini che con la luna piena si trasformano in lupi. Li chiamiamo Licantropi". Holtz sembrava ancora più perplesso e non sapeva che dire. "Noi non siamo... come li hai chiamati? Licontrapi? Noi siamo Mutaforma". Questa volta fu Karl a parlare mentre fu il turno di Mallory per assumere un'aria perplessa. Kaila conosceva diverse storie sui mutaforma. Suo fratello gliele raccontava da piccola per spaventarla. Non ne aveva mai visto uno dal vero ma conosceva i loro poteri. "I mutaforma, che siano uomini, nani od orchi, possono trasformarsi in quello che vogliono ma da piccoli scelgono una determinata forma e le rimangono fedeli per il resto della vita". Mallory sembrò quasi del tutto soddisfatto della spiegazione di Kaila. "Quindi potete assumere tutte le forme che volete ma vi trasformate sempre e comunque in lupi?". Holtz era divertito dal discorso. "Beh, meglio lupi che pipistrelli, no?" Mallory non capì subito la battuta, ma gli altri nani la trovarono molto divertente. "Uff, secoli e secoli di leggende da stracciare!" Sentenziò alla fine.

Arrivarono infine in una piccola radura circondata da querce secolari. Le alte ed imponenti chiome non permettevano la vista del cielo. Quel posto doveva essere molto buio anche in pieno giorno. Mallory estrasse una strano bastoncino di metallo dalla sua sacca, ne girò la punta e da quella scaturì una piccola luce. Kaila non aveva pensato che anche Mallory potesse saper usare la magia, ma dopotutto non doveva esserci nulla di strano visto quello che era in grado di fare Elliot. Il piccolo fascio di luce vagò sperduto nel buio della radura senza mai incontrare nulla se non i volti infastiditi dei nani. Kaila si guardava in giro ma non capiva perché si fossero fermati lì, eppure sentiva che qualcosa le stava sfuggendo.
Tutti gli astanti sghignazzavano divertiti all'indirizzo dei tre ragazzi perplessi. Holtz prese Kaila per le spalle e la girò lentamente verso la parete e fu allora che la vide. Una enorme apertura nella roccia. Una grotta gigantesca. Grande abbastanza da permettere il passaggio di un paio di troll uno sulle spalle dell'altro. Era lì davanti ai suoi occhi eppure non l'aveva notata. "E' un filtro di percezione" disse Holtz leggendo lo stupore nei suoi occhi. Anche Mallory ed Elliot rimasero sbigottiti nel vederla. "Una magia per renderla invisibile?" chiese Elliot. "Magia si, invisibile no! Su questa radura è stato imposto un sigillo che non ti fa venir voglia di guardare nella direzione dell'ingresso. Tu ci passi davanti e semplicemente non la noti. Per rendere una cosa invisibile serve un afflusso continuo di magia, mentre per un sigillo basta l'energia del momento dell'imposizione. E' decisamente più semplice e meno impegnativo" spiegò allegro Holtz davanti ai volti stupefatti dei ragazzi.
Il gruppo entrò nella grotta seguendo i passi esperti di Holtz. Uno dei nani si avvicinò alla parete, vi appoggiò sopra la mano e pronunciò poche incomprensibili parole. Fuochi e fuochi si accesero lungo le pareti della grotta. Le fiaccole presero vita e irradiarono la loro luce in tutta la galleria. Ormai Kaila non sapeva più come esprimere il suo stupore. La grotta aveva le pareti levigate, i porta-fiaccole erano situati a distanze regolari e il pavimento era perfettamente piatto e ricoperto di brecciolino. Quella non era opera di madre natura, bensì il frutto di un lavoro minuzioso. La temperatura si alzava man mano che avanzavano e il suo corpo intorpidito iniziò a recuperare sensibilità. Sentì uno ad uno tutti i lividi e i graffi che si era procurata in quell'interminabile giornata. Si sentì debole e affamata. Il pericolo adesso era veramente scampato e il peso della stanchezza le piombò addosso come un macigno.
La galleria si concluse con un'apertura che dava su un enorme balcone. Ai lati c'erano due sontuose scalinate che permettevano di scendere di una ventina di metri. Elliot e Mallory corsero al parapetto e urlarono il loro stupore. Si appoggiarono di peso sulla balaustra per sporgersi di più. Kaila si avvicinò lentamente e alla fine si intromise tra i due. Sotto di loro si estendeva una grande città di case in pietra e strade in terra battuta. I tetti rossi a fungo ricordavano quelli del borgo dal quale si era separata quella mattina. Mercati. Ville. Negozi. Luoghi di culto. In alto una sontuosa volta sorreggeva il peso della collina e al centro una specie di enorme gemma irradiava una luce calda su tutta la città.
Quella era Hangwick. La vera Hangwick. La città dei Nani Lupo.


giovedì 9 dicembre 2010

Hangwick



La pioggia può essere un'amichevole compagna di viaggio. Kaila iniziò ad apprezzare il ritmico sottofondo delle gocce che rimbalzavano sulla tettoia improvvisata costruita da Felz. Il loro viaggio era iniziato ormai da diverse ore, ma ancora non avevano raggiunto le pendici del monte Hoen. A vederlo dall'alto, quel mondo fatto di campi, foreste e corsi d'acqua sembrava così piccolo e irraggiungibile. Sul primo punto Kaila dovette ricredersi. Man mano che si avvicinavano cominciava ad avere l'idea delle immensità che le si paravano di fronte. Sul secondo punto, beh, dopo cinque ore di viaggio ancora non riuscivano a venire a capo di quegli interminabili tornanti, quindi sì, era decisamente irraggiungibile.
Le continue curve a gomito che si alternavano sotto le lente ruote del carro avevano iniziato a dare la nausea alla ragazza. Ad ogni tornante incontravano nuove fattorie, nuovi campi, nuovi profumi. Come la città di Elengar, anche l'intera montagna sembrava un immenso alveare dove le operose api procedevano nel loro incessante lavoro. La pioggia stava rendendo la strada impervia. Placidi rigoli d'acqua ghermivano la pigra terra battuta del sentiero trascinando a valle detriti e ciottoli. Ad ogni tornate piccole cascate si univano a formare quello che sembra un leggero torrente del colore del cioccolato. Quello allungato con il latte appena munto dalle mucche. Una prelibatezza che

nei giorni di festa
Ivan preparava per i figli sciogliendo in acqua calda quei pochi blocchi di cioccolato che riusciva a permettersi al mercato. Una bevanda tanto gustosa da rendere le fredde serate invernali più sopportabili.

Una leggera sensazione di fame colse Kaila all'improvviso. Non era esattamente fame. Qualcosa di più inusuale. Era golosità. Da giorni aveva come questa strana voglia di cose estremamente dolci. Ogni volta che il sorriso gentile tornava a far visita nei suoi sogni, al risveglio sentiva il richiamo della dispensa. Quella più in alto. Era lì che Ivan nascondeva le poche leccornie che entravano in casa. Le abitudini erano dure a morire, e il fatto che ormai sia Kaila che Felz fossero abbastanza alti da raggiungere quegli sportelli non aveva spinto l'uomo a trovare un nuovo nascondiglio per i dolciumi. Eppure non era il cioccolato ad attirarla. No, quello per tradizione si mangiava durante l'inverno con il latte caldo. Non avrebbe avuto lo stesso sapore preso così, senza tutto quel contorno familiare che rendeva le serate di festa tanto speciali. L'attenzione di Kaila veniva attratta dalle ciliege. Quelle sotto zucchero che lei e Felz preparavano in agosto, dopo la raccolta.

Era stata sua madre ad iniziare quella tradizione e Kaila trovava che il rito della preparazione delle ciliege fosse come un piccolo legame che la riportasse tra le braccia di quella donna da cui era stata separata troppo presto. E poi era troppo divertente stare lì ad aspettare il concerto di schiocchi che veniva dai tappi di latta una volta che il sole aveva sciolto tutto lo zucchero presente nel barattolo. Una volta Ivan le disse che quello era un vero e proprio sigillo. Come quelli che gli stregoni applicano alle magie per imporvi la loro volontà.

L'uso dei sigilli era una delle materie considerate più importanti tra quelle insegnate alla scuola di magia di Elengar. Kaila non riusciva a coglierne il fascino, pensava fossero solo una cosa buffa. Una superstizione. Eppure quel rito delle ciliege la mandava in estasi. Forse era quella la vera magia che si nascondeva dietro ai sigilli.



Aprì il suo grosso fagotto e ne trasse fuori un barattolo di ciliege. Era grande, ma era pieno solo a metà. Ultimamente il sogno del sorriso gentile si era ripetuto spesso. Allo sguardo perplesso di Felz, Kaila rispose con un sorriso imbarazzato. Si sentiva come quando da bambina veniva colta sul fatto mentre faceva qualche marachella. Il fratello però doveva trovare quello sguardo estremamente tenero, perché scoppiò a ridere e accarezzo la ragazza tra i capelli con affetto. Alla fine Kaila riuscì a vedere il mondo al di fuori dei confini del monte Hoen. Il barattolo no. L'ultimo tornante disse addio alle ultime ciliege pescate dai due affamati e golosi fratelli.

Il calore che quel succo provocava scendendo giù per la gola sciolse il ghiaccio che attanagliava l'animo della ragazza Evidentemente anche la lingua doveva essere in qualche modo congelata, perché man mano che le ciliege nel barattolo diminuivano, le chiacchiere tra i due aumentavano. Kaila iniziò a sentire la testa leggera, scevra da ogni tipo di preoccupazione. Un nuovo mondo si stava aprendo davanti ai suoi occhi e lei sentiva la necessita di assaporarne ogni singola goccia. Le domande si formavano da sole nella sua mente e lei non faceva nulla per trattenerle. Così iniziò a chiedere informazioni su ogni fattoria che incrociavano. Scoprì che in realtà non era necessario avere un bell'appezzamento di terra per poter coltivare in montagna. Molte fattorie infatti avevano grossi frutteti, altre invece si limitavano ad allevare animali. Quello che andava per la maggiore era l'ulivo. A quanto diceva Felz questo tipo di albero cresceva anche nelle condizioni più avverse e l'olio che se ne ricavava si vendeva molto bene e sul pane era un vero e proprio dono del cielo. Kaila rimase sorpresa del fatto che la loro fattoria fosse l'unica a coltivare il luppolo. A quanto pareva bisognava allontanarsi parecchio per trovare altri produttori di questa pianta così particolare. Questo aveva reso negli anni i loro affari molto prosperi.



La strada iniziò a stiracchiarsi abbandonando la monotonia dei tornanti. Il pendio si fece meno scosceso. Le fattorie diminuirono. Presto il percorso iniziò ad essere affiancato da grandi alberi con enormi chiome che formavano una sorta di galleria verde che forniva un minimo di riparo dalla pioggia. Il tamburellare incessante della pioggia divenne aritmico e il carro accelerò il passo. Erano finalmente giunti a valle. Felz identificò i grandi arbusti come castagni. Kaila adorava le castagne, ma non aveva mai visto da dove arrivassero. Si sporse dal carro per raccogliere un frutto da terra. "Ahi!" una piccola goccia di sangue si disegnò su uno dei polpastrelli della sua mano. "Quello è un riccio, fai attenzione perché punge. Se lo apri dentro dovresti trovare due o tre castagne" disse Felz. "Potevi dirmelo prima, ormai mi sono punta" rispose seccata Kaila mentre si succhiava la punta dell'indice. Felz scoppiò a ridere di cuore. Una risata contagiosa che alla fine riportò anche Kaila di buon umore. "Ho imparato qualcosa! D'ora in poi le castagne lascerò che sia tu a venirle a raccogliere" riprese la ragazza facendo la linguaccia al fratello.

Il viaggio continuò lieto e tranquillo verso est per tutto il pomeriggio. I due consumarono il pranzo a bordo del carro. Kaila aveva preparato il pane quella mattina e ne aveva portato con sé mezzo filone. Con un po' di cacio e qualche fico secco sconfissero la fame. Con un sorso di birra fecero strage della sete e della lucidità. Iniziarono a ridere per ogni sciocchezza. Kaila quasi cadde dal carro per le risate quando una farfalla si appoggiò tra i crespi capelli castani del fratello. Felz invece di scacciare l'insetto iniziò a schiaffeggiarsi la nuca. Era arrivato il momento di fermarsi, altrimenti sarebbero finiti dentro ad un fosso prima di riuscire a rendersene conto.

Col passare delle ore la pioggia si calmò. La luce iniziò a scemare. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Un gruppo di case comparve all'orizzonte. Non c'erano locande, le uniche coseche avevano era un recinto di animali ed una grande stalla. Chiesero ospitalità per la notte e gli furono concesse un paio di balle di fieno nella stalla da dividere con le avide mucche. Mentre Felz asciugava i cavalli, Kaila accese un piccolo fuocherello e iniziò a scaldare un po' d'acqua. Aveva con se fagioli secchi e cipolle. L'odore della zuppa si sparse per tutto il piccolo villaggio e in poco tempo i musi bavosi delle mucche furono sostituiti dai musi sbavanti degli abitanti. Kaila abbrustolì un po' di pane e qualcuno portò un po' di olio da versarci sopra. In breve fu allestito un piccolo banchetto. Felz aprì uno dei barili di birra che avevano sul carro e la festa ebbe inizio. Continuarono a cantare e a danzare fino a notte fonda. Il cielo si rischiarò e qualche stella fece capolino. Quello che dapprima era un fuocherello si trasformò in un falò e tutti intorno iniziarono a raccontare storie e aneddoti di vita vissuta.

Man mano che la birra si faceva strada nel loro sangue, le storie diventavano sempre più surreali. Quando Felz disse che erano diretti ad Hangwick tutti trasalirono e iniziarono a narrare storie di stregonerie e di mostri. Di fantasmi di luce e di lupi dalle sembianze umane. Kaila scoppiò a piangere a forti singhiozzi terrorizzata. L'alcol le faceva immaginare cose incredibili. Quando fuori dalla porta della stalla vide delle figure muoversi nell'ombra si rintanò tra le braccia del fratello. "Tranquilla, è solo il vento che muove gli alberi".

Alla fine tutti tornarono alle proprie case. Una coppia di anziani signori invitò i due giovani forestieri a dormire nella loro umile dimora. Dopotutto si sentivano un po' in colpa per aver spaventato la ragazza, e poi volevano sdebitarsi per la bella serata. Felz accettò l'invito e si caricò in braccio la sorella ormai pesantemente addormentata.



Il viaggio riprese al mattino di buon ora. La gentile coppia che li aveva ospitati offrì loro la colazione. Kaila però non riuscì a mangiare quasi nulla. Aveva un mal di testa lancinante. Sentiva di avere qualcosa in mente, ma non riusciva ad afferrarla. Come sigillata. Eppure doveva essere una cosa importante. Il sole era tornato l'unico proprietario del cielo. La luce forte ferì gli occhi sensibili della ragazza che dovette affondare il volto tra le mani per proteggersi. Le ci volle un po' per abituarsi. Alla fine però riuscì ad ammirare lo spettacolo. Una sterminata pianura. I grandi campi di grano ormai mietuto si estendevano a perdita d'occhio. Neanche un filo d'erba interrompeva il profilo piatto di quei campi. Solo la montagna di Hoen si ergeva ad infrangere quell'armonia. Kaila riuscì solo a pensare che le mancavano i castagni.

La marcia lenta del carro cullò la ragazza facendola sprofondare in ripetuti sogni agitati. Vedeva delle figure che si agitavano trasformarsi in lupi che poi la aggredivano. I sogni la spaventavano al punto che cercò di tenersi sveglia in ogni modo. Felz ad Hangwick c'era già stato, quindi si fece raccontare com'era. Aveva uno strano interesse per le locande, la ragazza voleva sapere quante ce n'erano e quanto costavano. Kaila non aveva mai dormito fuori casa e l'idea di pagare per un alloggio le faceva strano. D'altra parte però voleva organizzare una cosa simile all'interno della birreria, quindi cercò di capire cosa comportava e quanto ci potevano ricavare. Molte delle idee di successo che avevano messo in pratica nella taverna erano nate dalla mente di Kaila, quindi Felz non tralasciò nessun particolare. Le descrisse le vie dell'antico borgo, le raccontò dove avevano alloggiato e mangiato. C'era una buona birreria che faceva una particolarissima birra 'affumicata'. Era una birra chiara semplice al singolo malto. Di grano a giudicare dal retrogusto. Però al termine della fermentazioni mettevano le botti nelle stesse camere di affumicazione usate per produrre lo speck e il provolone. Una volta terminato il processo la birra risultava imbrunita e aveva un aroma molto particolare. Sapeva di inverno e di casa. Di focolare e di famiglia. Dava uno strano senso di nostalgia e di benessere. E inoltre faceva venire una voglia matta di salsicce.



Al calare del sole si trovarono nei pressi del fiume Koar. Da lì veniva la terra che aveva dato vita alla loro fattoria. L'inconfondibile odore di limo le fece venire nostalgia di casa. Felz decise di accamparsi sulla riva del corso d'acqua. "Domattina attraverseremo il ponte e devieremo verso nord. Se tutto va bene entro sera saremo ad Hangwick". Kaila era ansiosa di arrivare in quella che sarebbe stata la prima città oltre Elengar che avesse mai visto. Quell'aroma di terra bagnata però la rapì completamente e quasi andò a tuffarsi nelle gelide acque del fiume. "Dove corri, guarda che fa freddo!" Felz la guardava correre lungo la riva con dolcezza. Assaporava ogni singolo istante che passava con la sorellina. Kaila dovette accorgersene perché lo chiamò a gran voce "Dai, vieni a prendermi se ci riesci!" I due corsero a perdifiato lungo l'argine e alla fine si sdraiarono a terra esausti. Le prime stelle della sera iniziavano a penetrare l'azzurro del cielo.

"Pensi mai alla mamma?" Kaila interruppe il silenzio affannoso col suo sguardo malinconico. Felz si mise su un fianco per poter guardare la sorella negli occhi. Una falce di luna si rifletteva nei suoi occhi dorati. "Ogni sera" rispose dopo un po'. "Raccontamela" fece Kaila illuminandosi "Beh, hai visto il ritratto del papà. Era più o meno così" rispose confuso il ragazzo. "No, no. Voglio sapere com'era lei. Che tipo era." Felz si sdraiò di nuovo con aria pensosa. "Una volta, da bambino, scappai di casa perché avevo litigato col papà. Non ricordo il perché ma on feci molta strada, avevo 5 anni. Mi andai a nascondere nella cantina. Piansi tutta la notte e finii per addormentarmi. Quando mi svegliai la mattina seguente, accanto a me trovai un involto. C'erano dei biscotti alle mandorle freschi. Li aveva fatti quella notte" la voce si interruppe infrangendosi nella commozione. Gli occhi del ragazzo si inumidirono. Il verde delle sue iridi si fece più intenso. Felz riprese fiato e si voltò di nuovo verso la sorella. "Lei era così! Sapeva sempre capire di cosa avevi bisogno! Aveva un animo gentile e generoso. Riusciva sempre a trovare il modo di farti tornare il sorriso."

Tra i due tornò il silenzio. Tornarono a fissare le stelle che man mano diventavano più vivide. Un alito di vento si alzò ad agitare l'erba intorno al greto del fiume. "Dai, torniamo al carro, altrimenti ci prendiamo un malanno". I due accesero un fuoco e passarono la serata a raccontarsi vecchie storie. Kaila era avida di ricordi della madre. Felz le raccontò ogni evento che gli veniva in mente mentre lei rideva e piangeva al contempo. Era felice e nostalgica. Si addormentarono che il fuoco ancora non si era spento. L'uno accanto all'altra. Coperti dalla stessa enorme trapunta. I sogni di Kaila tornarono ad invaderle la mente. Rivide il sorriso gentile, ma stavolta un velo di preoccupazione incrinò quella luce. Trasalì e si svegliò.

Era già mattino e Felz stava arrostendo delle pannocchie sul fuoco. "Buongiorno dormigliona" Kaila era agitata, ma la vista del fratello la calmò. Mangiarono in fretta e si rimisero in marcia. C'era qualcosa che le sfuggiva, ma neanche in quel momento riuscì a capire cosa. Fu una giornata particolarmente silenziosa.



Hangwick era un piccolo borgo nato ai piedi di una piccola collina di querce. Si dice che un tempo fosse la dimora dei novizi del Consiglio. Qui i più giovani aspiranti maghi venivano ad allenarsi e a completare i loro studi. Le mura della città erano composte da enormi blocchi di pietra estratti da una delle tante cave che infestavano il monte Hoen. Le case piccole erano sovrastate da altissimi tetti coperti da tegole in terracotta rossa. Questo dava alle abitazioni un aspetto a fungo. Non un bel porcino succoso, più un ovino rinsecchito. Di quelli che rimangono un po' duri a mangiarli crudi. Le strade erano completamente lastricate in pietra. Strade larghe, non quella specie di cunicoli che si trovavano ad Elengar. Quelle di Hangwick si potevano chiamare 'strade' senza il timore di essere presi in giro. Grossi lastroni piatti ne ricoprivano il manto. Avevano giusto una leggera pendenza verso entrami i lati della strada, dove due canali di scolo permettevano alle acque piovane di defluire silenziosamente senza lasciare tracce.



Tutto era pietra e terracotta. Ne un aiuola, ne un fiore. Non c'era la benché minima traccia di natura in quel borgo che trasudava antichità.

Da quel che narra la leggenda pare che la città fosse stata costruita da una comunità di nani -da qui le dimensioni tisiche delle case- che poi un bel giorno sparirono come neve al sole. Alcuni sostenevano che si fossero rintanati nelle gallerie sotterranee che infestavano la collina -anch'essa chiamata Hangwick- per nascondere un terribile morbo che li aveva affetti. Sta di fatto che su alcuni dei lastroni di pietra, ormai consumati da secoli di carovane e cavalli, si vede ancora oggi raffigurato lo stemma di un'ascia che incrocia una piccozza. Il marchio della comunità dei nani.

Kaila e Felz arrivarono nel tardo pomeriggio. Il pigro sole autunnale aveva già ceduto il passo alla più arzilla Luna. Una falce luminosa mieteva un cielo coperto di stelle. I due avevano viaggiato in silenzio e ininterrottamente tutto il giorno. Volevano assolutamente arrivare a destinazione. Quando Kaila vide le deboli luci della città si riaccese e il fiume di parole riprese incontrollato. Voleva assolutamente assaggiare la birra affumicata, ma non c'era tempo. Era tardi ed erano stanchi, inoltre Felz si sarebbe dovuto alzare all'alba il giorno dopo se voleva raggiungere Salingar prima del tramonto.

Alloggiarono nella locanda del Lupo Armato. Una buffa sagoma a forma di lupo vestito da armigero li accolse. Il padrone era un amico di Ivan, lì avrebbero avuto pasti caldi e letti puliti a buon prezzo. C'era anche una stalla privata che permetteva di mantenere al sicuro sia i cavalli che il prezioso carico che trasportavano. Fratello e sorella alloggiarono in due camere differenti. Cenarono controvoglia. Erano stanchissimi e deboli. Prima che il vociare dei commensali si fosse acquietato i due si erano già ritirati nelle loro stanze.

Kaila sprofondò in un sonno agitato. Si vide ghermita da un branco di lupi inferociti. Uno si stava avventando sul suo collo quando Kaila si svegliò scattando in piedi. Ancora ansimante si asciugò il sudore dalla fronte. Guardò fuori dalla finestra e vide delle figure muoversi. Gli venne istintivamente da pensare agli alberi che tanto l'avevano spaventata durante la prima sera di viaggio. Si rilassò al pensiero del fratello che cercava di tranquillizzarla. Si avvicinò alla finestra per guardare meglio. Si trovava al secondo piano della locanda, praticamente nel sotto tetto. Dalla sua camera aveva una perfetta vista della collina di Hangwick. Cercò di distinguere nuovamente quelle forme quando all'improvviso un enorme bagliore accese la foresta di querce che ricopriva la collina. Una luce intensa. Come un fulmine, però in mezzo agli alberi anziché tra le nubi. Kaila indietreggiò spaventata e andò ad inciampare nella sedia. Finì col sedere in terra tirandosi dietro la sedia.

Il rumore aveva svegliato Felz che si precipitò nella camera della sorella. "Che succede?" Gli occhi di Kaila erano spalancati, sembrava non essere in grado di articolare le parole. "C-ci sono i fantasmi!" Fu l'unica cosa che riuscì a dire. Felz si mise sdraiato accanto a lei e la abbracciò. "Tranquilla, è stato solo un brutto sogno. Adesso ci sono io qui con te". Il cuore di Kaila rallentò e si calmò. Si rilasso. I due rimasero per terrà finché le ossa non iniziarono a protestare furentemente. Alla fine si alzarono e tornarono nei rispettivi giacigli. La ragazza però passò la notte a fissare il soffitto.



Il mattino arrivò lentamente, tanto che Felz riuscì a batterlo sul tempo. Il ragazzo si era svegliato che l'alba ancora non era arrivata. Iniziò a prepararsi e chiamò la sorella. Kaila però non era in camera. Felz la trovò sul carro che infilava alcuni oggetti -la refurtiva- in una sacca da spalla. I due si salutarono in fretta. "Stasera torna qui alla locanda, io cercherò di ritornare domani in serata. Al massimo dopodomani. Fai attenzione nel bosco". Subito fuori le porte della città Kaila scese dal carro in movimento e si diresse verso la collina.

Quando il sole sorse Kaila era già protetta dai fitti rami delle querce. Grosse radici fuoriuscivano dal terreno creando come un enorme scalinata che rendeva la scalata più semplice. Alcuni scoiattoli scappavano da una parte all'altra rubando dal terreno qualche ghianda solitaria. La ragazza si fermò solo quando sentì le gambe cedere. Usignoli levavano il loro dolce canto in giro per il bosco. La stanchezza aveva fermato il suo passo, ma era ancora presto per liberarsi della refurtiva. Prese dal tascapane un barattolo di ciliege e ne mangiò alcune. Consumò metà della sua scorta di acqua per rinfrescarsi e lavarsi via la fatica. Trasaliva ad ogni rumore nel sottobosco. Aveva la sensazione paranoica che hanno tutti i fuggiaschi di essere seguita. Si voltava in continuazione per intercettare qualche sagoma, forma o movimento che potesse tradire un probabile inseguitore. Scoiattoli ed uccelli erano le uniche parti mobili di una natura statica. Neanche il vento osava inoltrarsi tra quegli alberi.

Riprese a camminare di buona lena e scalò il versante della collina per circa un'ora. Arrivò in una radura dove il sole riusciva a fare breccia tra le fronde possenti degli alberi. Si voltò per cercare di vedere quanta strada aveva fatto. La radura era ampia e concedeva una visuale sulla città sottostante. Kaila colse i contorni di quella che era la sua locanda. Il Lupo Armato. Da una di quelle finestre aveva visto un lampo di luce esplodere nella foresta. Si trovava nei pressi dell'origine di quel fenomeno inspiegabile.
Voleva portare a termine la sua missione nel minor tempo possibile. Kaila iniziò a correre con quanta forza le rimaneva nelle gambe. Sentiva il peso della refurtiva sbattere sul suo dorso ad ogni passo. Voleva liberarsene. Doveva liberarsene. Con la coda dell'occhio vide un buco nel terreno. Era poco lontano dal sentiero, ma abbastanza lontano dalla luce del sole. Perfetto per nascondere quei pericolosi oggetti. Kaila deviò la sua corsa per raggiungere l'obiettivo. Si tolse la sacca dalle spalle mentre stava ancora correndo. Con un gesto veloce del braccio ne svuotò il contenuto in quella specie di pozzo. "Ahio!" Un lamento arrivò dal pozzo. Il cuore di Kaila perse un colpo. Rimase impietrita. Si era fatta scoprire.
Si affacciò lentamente e timorosa. "Chi c'è la?". Un ragazzo si stava massaggiando la tempia dove uno degli oggetti di Kaila lo aveva colpito. Si voltò a guardarla e le sorrise. "Ehi dolcezza, che ne dici di darci una mano?". Il sorriso gentile era alla fine arrivato.


martedì 30 novembre 2010

Il Piano

L'alba si presentò con calma. La fitta coltre di nubi che ammantava il cielo iniziò a tingersi d'azzurro via via sfumando verso il grigio. Le ombre iniziarono a stiracchiarsi e a gettarsi oblique sulla valle. Le sagome delle torri si dipinsero sui pascoli ormai quasi completamente aridi. Una morbida nebbia argentata iniziò ad irrigare i campi scivolando debolmente lungo il pendio della montagna.
Man mano che il sole riscaldava l'aria, una leggera brezza di vento iniziò a sferzare le chiome degli alberi da frutta. Le nuvole iniziarono a diradarsi lasciando solo una leggera patina lattiginosa a coprire l'azzurro del cielo. La rugiada iniziò ad asciugarsi. In lontananza un gallo levò il suo canto.
Kaila se ne stava seduta sul tetto della sua fattoria a fissare il giorno in divenire. Da alcune settimane era diventata un'abitudine. Faceva fatica a prendere sonno, pertanto passava la maggior parte della notte a rimuginare sui suoi pensieri.
La fattoria della sua famiglia si trovava sul versante oscuro della montagna, quello che veniva illuminato solo dal tiepido sole del pomeriggio. Il terrapieno sul quale era stata costruita fu ricavato da un'antica cava di argilla. Il trisavolo di Kaila l'aveva fatta riempire con la fertile terra proveniente dalle rive del fiume Koar. Il clima asciutto e fresco era l'ideale per la coltivazione del luppolo, per di più il freddo invernale di quella zona favoriva la fermentazione dei malti. Una sezione della piccola cava era stata adibita a cantina dove venivano raccolti i barili della birra. La casa invece era stata eretta sul punto più estremo del terrapieno, quello a ridosso del burrone, così da permettere al sole di abbracciarla coi suoi raggi il più a lungo possibile.
Dal tetto della casa era possibile vedere tutta la vallata. Kaila passava le prime ore del giorno a fissare le ombre della città di Elengar che lentamente si accorciavano. Al canto del gallo si ridestava dai suoi pensieri e si sforzava di iniziare la sua giornata. Aveva circa un paio d'ore di tempo per preparare la colazione, spicciare le faccende di casa ed infine recarsi in città per aprire la birreria. Era stanca di quella quotidianità. Aveva provato il brivido dell'avventura. La paura, L'ansia ed infine il sollievo. Mentre volteggiava al di fuori delle mura della città aveva sentito il suo cuore leggero. Ogni segno di preoccupazione era scomparso. Aveva provato la felicità allo stato puro. Il giorno dopo però la vita aveva ripreso il suo normale corso, in più su di lei pendeva il peso della colpa. L'ansia di tutte quelle cianfrusaglie trafugate dalla Sala dell'Archivio e ora nascoste nella cantina del padre non le faceva prendere sonno. Doveva sbarazzarsene.
Voleva far sì che fosse impossibile ritrovarle. Ricordava di aver sentito parlare di una collina, poco oltre il villaggio di Hangwick, che si diceva essere infestata da spiriti maligni. Per secoli nessuno aveva cercato di inoltrarsi nel folto del bosco di querce che la ricopriva. I pochi sventurati che avevano tentato l'impresa non avevano mai fatto ritorno. Almeno così diceva la leggenda. Un posto del genere sarebbe stato perfetto, anche se qualcuno avesse trovato lì la refurtiva non l'avrebbe di certo associata al furto avvenuto ad Elengar. Magari avrebbero pensato ad un tesoro nascosto e protetto dagli spiriti, pertanto nessuno avrebbe osato toccarlo.
Il problema principale era la distanza. Hangwick si trovava a più di una settimana di cammino. Anche a cavallo non si impiegavano meno di tre giorni ad arrivarci. Come avrebbe potuto giustificare con la sua famiglia un'assenza tanto lunga? Inoltre una donna giovane che viaggia da sola con un fagotto sospetto sulle spalle rischiava di attirare l'attenzione dei viandanti. Per non parlare del pericolo che una fanciulla sola può correre durante le notti incerte in cui la luna si nasconde e i briganti escono dalle loro tane.
Il mattino giunse puntuale a interrompere i ragionamenti della ragazza. Era ora di rigettarsi nella consuetudine.

La casa era fredda. Ormai non si poteva più tenere il camino spento, la stagione non lo permetteva. Il pian terreno dell'abitazione era composto da un unico grande ambiente. Da un lato si trovava la cucina con il forno e i piani cottura. Avevano persino un lavabo per le stoviglie, cosa assai rara vista la difficoltà con cui le varie fattorie venivano collegate all'acquedotto cittadino. Come ogni cava di argilla che si rispetti però, la casa di Kaila sorgeva su una falda acquifera sotterranea dalla quale era possibile attingere l'acqua direttamente. Suo nonno aveva pagato un mago perché imponesse un sortilegio sulle acque sotterranee permettendogli di sgorgare direttamente in alcuni punti chiave della fattoria: La cantina, la latrina, il recinto degli animali, il pozzo di irrigazione e, appunto, il lavabo.
Kaila si avvicinò al grande focolare situato sul lato opposto rispetto alla cucina. Aveva imparato da suo padre a preservare la brace nascondendola sotto la cenere, così accendere il camino al mattino era un compito assai più semplice. Si limitò a disporre i ciocchi di legna su un letto di rami secchi. Con l'attizzatoio spostò la cenere scoprendo le braci ancora calde. Infine dispose sotto i rami un piccolo quantitativo di paglia che si incendiò all'istante. In pochi minuti l'ambiente iniziò a riscldarsi e il fuoco a scoppiettare allegro.
Con la molla di ferro prese poi uno dei ciocchi infuocati per portarlo nel forno, così da poter cuocere il pane. Dispose l'impasto lievitato che aveva preparato la sera prima all'interno del forno e si mise a lavare le stoviglie sporche della cena.
In breve il profumo del pane fresco iniziò a farsi strada lungo il salone, salì la rampa di scale e andò ad incunearsi nelle tre stanze da letto che componevano il piano superiore. Ivan e Felz si svegliarono.
Felz arrivò quasi immediatamente, Ivan si attardò un po'. Erano un paio di giorni che stava poco bene. Kaila mise dell'acqua pulita in un paiolo e la dispose sul fuoco così da poter preparare al padre un decotto contro il male dell'inverno. Ormai Ivan cominciava ad essere in là con l'età e risentiva facilmente degli sbalzi di temperatura tipici della stagione fredda. Per diverso tempo si era discusso di acquistare una dimora umile in città, magari vicino alla birreria, per permettergli di passare la vecchiaia in luoghi più al riparo dalle intemperie invernali. Quando Felz avesse preso moglie e si fosse stabilito nella fattoria con la sua nuova famiglia, Ivan e Kaila si sarebbero trasferiti all'interno delle mura di Elengar.

La mattina proseguì leggera tra le varie faccende di casa. Kaila fece il bucato, rassettò le camere ed infine pulì il soggiorno. Era giunto il momento di uscire per andare ad aprire la taverna in città. Felz era riuscito a convincere il padre a rimanere a casa per riguardarsi. L'incrollabile senso del dovere di Ivan era principalmente dovuto al fatto che a casa si annoiava, ma doveva accettare il fatto che la sua tosse poteva incutere timore negli avventori. Optò per rimettersi a letto dopo aver bevuto un infuso di valeriana e camomilla che Kaila gli aveva preparato. Gliene aveva preparata una brocca intera, così se il primo boccale non fosse stato sufficiente a rispedirlo nel mondo dei sogni, ci sarebbe risucito senz'altro il secondo, o il terzo.
Felz fece uscire i due cavalli dalla stalla e li legò al carro, poi prelevò alcuni barili di birra dalla cantina e li caricò sul pianale. Quando tutto fu pronto, lui e Kaila salirono a bordo e lasciarono la fattoria. La distanza era breve, la loro fattoria si trovava piuttosto in alto, ciononostante il percorso in salita fatto di innumerevoli tornanti, rendeva il viaggio abbastanza lungo. Dopo circa quaranta minuti raggiunsero l'ingresso delle mura. Gli armigeri di guardia erano sempre distratti se non addirittura addormentati, ma Kaila per sicurezza si calava sul volto l'enorme cappuccio del suo mantello. Meglio non rischiare di essere riconosciuta, anche se a conti fatti non era stato diramato nessun mandato di cattura nei confronti del ladro. Per quanto ne sapevano in città, quello era morto spiaccicato ai piedi della montagna. Quando suo fratello gli chiedeva il perché del cappuccio lei si limitava ad imprecare contro il freddo.
Smontarono il carro una volta raggiunto il retrobottega della taverna. Scaricarono i barili e portarono i cavalli nella stalla comunale. Il sole era ormai alto, anche se ancora coperto da una leggera coltre di nubi. Era giunto il momento di aprire al pubblico la birreria.

Mentre il periodo estivo portava clienti solo a sera, durante l'inverno si potevano trovare avventori ad ogni ora del giorno. Il freddo rendeva la birra molto più appetibile. Inoltre avevano fatto costruire una piccola cucina e avevano iniziato a servire anche la zuppa con le cotiche, lo stinco di maiale con le patate e altre prelibatezze prettamente invernali. Non dovevano neanche preoccuparsi di acquistare le carni dal macellaio, noto per i suoi prezzi esagerati, in quanto negli ultimi anni erano riusciti a tirare su un consistente allevamento di maiali e bovini all'interno della fattoria.
Questo aveva reso la birreria di Ivan uno dei locali più frequentati di tutta Elengar. Luogo di ritrovo di alcolizzati ed armigeri fuori servizio. Alcuni rimanevano persino a passare la notte distesi sulle lunghe panche di legno allestite nel locale. Al mattino Kaila offriva loro un boccale di tisana ai mirtilli mentre Felz ripuliva il bancone, così se ne andavano contenti pronti per tornare nuovamente una volta calata la notte. A breve avrebbero reso anche quel servizio a pagamento, così si sarebbero trasformati da semplice birreria a locanda vera e propria. Gli affari andavano sempre a gonfie vele con l'arrivo dell'inverno.
Quel mattino non vi fu un grande afflusso di gente, giusto i soliti due clienti fissi. Il Guercio se ne stava accasciato sul bancone col suo boccale tra le mani. Da quando era rimasto ferito durante un'esercitazione militare, il regno aveva iniziato a pagargli un piccolo vitalizio che gli permetteva di mantenersi senza lavorare, in più era stato congedato dall'esercito con tutti gli onori del caso. Da allora passava ogni giorno nella birreria a sperperare quella sua ricchezza e a piangersi addosso per la sua vita inutile. Uno dei clienti migliori.
Seduto ad uno dei tavoli invece se ne stava Drei il maniscalco. Da quando sua moglie era scappata con uno dei tappezzieri in visita da Salingar, non riusciva ad iniziare le sue giornate senza un'adeguata dose di alcohol nelle vene.
A Kaila piaceva quel lavoro. Dietro ogni persona, sotto ogni espressione, si nascondeva una storia. Lei se ne stava spesso dietro al bancone a dare ascolto agli avventori che dopo il secondo boccale di birra alle castagne iniziavano a raccontargli tutti i fatti più intimi. Sapeva ogni evento che accadeva nel regno quasi in tempo reale, ma nessuno gli aveva ancora accennato al drappello di soldati che stava per fare visita alla città.

Arrivarono nel primo pomeriggio. Lasciarono i cavalli alle scarse cure dello stalliere della città ed iniziarono a girare per le strade dell'alveare. Entrarono nella birreria quando erano da poco suonate le 4 del pomeriggio. Erano in cinque. Avevano un equipaggiamento leggero, da viaggio. Sopra una cotta di maglia indossavano una casacca nera con uno stemma che Kaila non aveva mai visto. Una croce bianca circondata da quattro cerchi argentati. Tutti portavano una lunga spada al fianco destro. Roba buona. Fatta con un buon acciaio. Non come le spade di ferro arrugginito degli armigeri di Elengar. Uno di loro portava al collo un grosso ciondolo che raffigurava lo stemma della stirpe di Hoen. Il lasciapassare regale. Il soldato che lo indossava doveva essere il Capitano del drappello ed era stato mandato dal re in persona. Aveva lunghi capelli neri che arrivavano fin sotto le spalle. Li teneva legati in una coda. Non dovevano essere molto comodi in battaglia, ma d'altra parte erano in tempo di pace, pertanto non era più obbligatorio per i militari rasarsi i capelli. Aveva gli occhi di un azzurro così chiaro da sembrare argento. Quando si avvicinò al bancone Kaila notò che il suo volto era ricoperto da lentiggini molto chiare, a malapena si distinguevano dalla sua pelle d'avorio. Era molto alto, più di suo fratello Felz e anche seduto era comunque più alto di Kaila.
Mentre gli altri quattro componenti si accomodarono ad uno dei tavoli, il capo si sistemò al bancone. "Stiamo cercando informazioni" ruppe il silenzio col suo accento particolare, sembrava si sforzasse per rendere la sua calata meno riconoscibile, ma doveva venire dal continente al di là dello stretto, probabilmente dalle terre dell'est. "Che genere di informazioni?" chiese Kaila cercando di simulare disinteresse. "Il vostro Re vuole scoprire come sia stato possibile che qualcuno si introducesse nel suo palazzo". Kaila iniziò a pulire nervosamente un boccale cercando di evitare lo sguardo di ghiaccio del Capitano. "Ho sentito che il ladro è morto, si è buttato dalle mura" cercò di tagliare corto la ragazza.
"Non è quello che vogliamo sapere. Il vostro Re vuole capire come abbia fatto. Elengar dovrebbe essere la città impenetrabile, invece un tizio qualunque è entrato all'interno delle mura, ha superato la vigilanza e si è introdotto a palazzo" calcava quasi con disgusto sulle parole 'vostro Re', evidentemente non era un'autorità che riconosceva. Per qualche ragione si sentiva superiore. "Siamo stati inviati per rendere questa città nuovamente sicura" concluse sottolineando con un ghigno di compiacimento le ultime parole. Kaila sentì un brivido di paura. Si prospettavano tempi duri per la città. Doveva assolutamente disfarsi della refurtiva. "Non ho il genere di informazioni che vi servono, ma posso servirvi dell'ottima birra" rispose con la voce più amabile che la sua ansia le permettesse. "Non beviamo mai quando siamo in servizio, ma i miei uomini hanno fame" Kaila colse al volo la scusa per dileguarsi in cucina.

Era palese che in poco tempo la pigra monotonia che regnava nella città arroccata avrebbe subito un bello scossone. I nuovi arrivati non sembravano intenzionati ad andarsene. Si erano stabiliti a palazzo e da subito avevano iniziato a dare ordini in nome del Re. Furono costituite squadre di vigilanti per controllare le strade della città. Il numero di guardie alle porte e sulle mura di cinta fu aumentato. Anche durante il giorno armigeri in servizio pattugliavano le strade e stazionavano severi di fronte alle locande. Non sarebbe passato molto tempo prima dell'istituzione del coprifuoco. I forestieri dovevano già abbandonare la città prima del decimo rintocco della sera, ora in cui le grandi porte venivano chiuse. Già dopo una settimana il flusso di avventori calò drasticamente nella taverna di Ivan. Inoltre Nikolas, il Capitano, veniva personalmente ogni sera a presidiare il loro bancone. Non beveva mai e di rado lo si sentiva parlare. Se ne stava lì ad incutere timore e a far scappare la clientela.
La situazione era diventata ingestibile e Kaila sentiva la necessità di liberarsi di tutti quegli oggetti che aveva nascosto tra i fusti di birra. Una sera si decise ad agire, ma non poteva farlo da sola. Mentre Felz sistemava dei nuovi barili di birra in fermentazione in cantina, Kaila gli si avvicinò "Ti devo parlare" gli disse quasi sussurrando. "Perché parli piano? L'esercito non ci può sentire da qui" disse scherzando Felz, ma quando vide la sorella trasalire si fece serio "Che succede?" chiese. In tutta risposta Kaila gli fece segno di seguirla e lo condusse nella zona più buia della cantina, dove aveva nascosto la refurtiva.
Avvicinò una fiaccola agli oggetti e li mostrò al fratello. "Da dove viene questa roba?" chiese il ragazzo terrorizzato. "Hai presente il furto all'Archivio?" disse la ragazza fingendo divertimento "Sei stata tu? Oh dei del cielo! Ti impiccheranno per questo" Kaila fece segno di abbassare la voce e il fratello si zittì. Felz era visibilmente in angoscia "Ho preso questa roba solo perché non capissero cosa volevo veramente" cercò di giustificarsi Kaila "Il diario della mamma!" commentò Felz che aveva già capito tutto. Kaila si limitò ad abbassare lo sguardo come un cane bastonato.
"Dobbiamo liberarcene" fece il ragazzo. "Lo so, volevo portarli sulla collina di Hangwick. Quel posto si dice sia stregato, nessuno li andrebbe a cercare in quel bosco. Però non so come arrivarci". Kaila vide il fratello concentrarsi su un pensiero. Fissava distrattamente gli oggetti e si accarezzava il mento. Forse stava elaborando quel piano che lei non era riuscita a formulare. "Un modo ci sarebbe. Col papà pensavamo di andare a Salingar a vendere della birra. Se qui mettono il coprifuoco ce ne rimarrà parecchia invenduta. Possiamo convincerlo a far venire te al suo posto. Hangwick è sulla strada. Potremmo riempire un barile con gli oggetti, così mentre io proseguo per Salingar tu vai a nascondere la refurtiva."
Il piano sembrava perfetto. Sarebbe stato difficile convincere Ivan a rimanere a casa, ma le sue condizioni di salute avrebbero giocato a loro favore. Avrebbero chiamato una badante per prendersi cura del vecchio durante la loro assenza. Col fratello dalla sua parte finalmente Kaila riuscì a tranquillizzarsi. Avrebbero buttato via quella roba e tutto sarebbe tornato alla normalità. La ragazza corse in casa, entrò in camera sua e si chiuse la porta alle spalle. Si appoggiò allo stipite e lasciò che l'ansia le scivolasse via di dosso. Andò alla cassettiera e nascosto tra i vestiti ritrovò il diario che tanta pena le stava dando. Sentì la chiave sul petto scaldarsi della sua luce argentea mentre prendeva in mano il prezioso quaderno. Dal giorno del furto ancora non aveva avuto il coraggio di aprirlo, ma una volta sistemata quella faccenda si ripromise di trovare il tempo di leggere le ultime parole che la madre le aveva lasciato in eredità.
Si sdraiò sul letto e finalmente riuscì a prendere sonno. Il piano l'aveva trovato, ora doveva solo metterlo in pratica.