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venerdì 31 dicembre 2010

La Missione

Il buio cupo della notte era addolcito da un leggero riverbero. In lontananza il crepitio delle fiamme. L'odore acre del fumo stava riempiendo la valle e rendendo l'aria irrespirabile. Peter continuò a correre a lungo. Sentiva il fumo penetrargli nelle narici e poi giù nei polmoni. Tratteneva la tosse con tutta la sua forza per evitare di segnalare la sua presenza, di indicare ai loro inseguitori dove si trovasse e come raggiungerlo. Gli occhi iniziarono a lacrimargli per lo sforzo e la testa iniziò a girargli. Il mondo si confuse tra nebbia e vertigini. I rami degli alberi sembravano danzare per lui in quella notte infernale. Ombre spettrali si agitavano ovunque.
I primi segni di sfinimento iniziarono a colpire le sue gambe. Dolore e stanchezza si impossessarono dei suoi muscoli. La vista sempre più appannata. Continuò a correre ancora e ancora e ancora. Non voleva fermarsi. Aveva paura. Paura di morire. Paura di aver causato la morte del suo professore. L'aveva abbandonato. Il professor Stevens l'aveva seguito solo per salvarlo e lui l'aveva lasciato in balia dei loro aggressori. Non si dava pace per questo.
All'inizio gli era parsa una buona idea. Dividersi per confondere il nemico poteva portare tutti alla salvezza, ma non aveva previsto di inciampare proprio in quel ragazzo. Aveva preso un piccolo sentiero per allontanarsi dal gruppo. Sentiva il sibilo delle frecce in lontananza e voleva cercare di aggirare l'arciere per aggredirlo alle spalle, ma all'improvviso si era trovato di fronte un secondo soldato. Se ne stava acquattato nell'ombra pronto ad attaccare di sorpresa. Peter gli era letteralmente crollato addosso e lo aveva schiacciato in terra. Avevano iniziato a lottare quando all'improvviso spuntò anche il professore. Era arrivato per aiutarlo. Era arrivato per salvarlo. E invece era finito a terra.
L'intento di Peter era quello di distrarre l'arciere per permettere agli altri di scappare, e tecnicamente ci era anche riuscito, infatti il soldato era arrivato in soccorso del suo collega e aveva colpito il professore. Una lunga freccia conficcata nel polpaccio. Doveva fare un male cane. Il coraggio del ragazzo si infranse in quel momento. Si rese conto del pericolo e della sua idiozia. Quello non era un gioco e quei soldati non erano certo lì per giocare a nascondino. Peter si sentì paralizzato dal terrore e non riuscì a muovere un dito. Anche quando l'arciere si allontanò e il professore riuscì ad atterrare l'altro soldato, Peter non si mosse. Si ripeteva che non voleva lasciare da solo il suo salvatore, ma la realtà è che era terrorizzato. Ci mise un po' a decidersi a scappare. Con le mani legate dietro la schiena e con il fumo negli occhi iniziò a correre come un pazzo. Tutta la sua tecnica di atleta sparì nei meandri della sua paura. Corse finché le gambe glielo permisero. Corse finché i polmoni non gli fecero male. Corse finché i suoi occhi riuscirono a vedere. Corse finché non inciampò nella radice di un albero rovinando bruscamente a terra. Tutto si fece scuro. Il silenzio calò.

La mente di Peter vagò per ore mentre era privo di conoscenza ai piedi di un albero. Aveva battuto la testa e probabilmente perdeva sangue, ma si sentiva tranquillo. Protetto. Lasciò che la paura scivolasse via dal suo corpo, che la fatica abbandonasse le sue membra, che il dolore sparisse tra i suoi ricordi. Sprofondò in un lungo sonno senza sogni. Era stanco e devastato da quella lunga giornata. Il freddo pungente del bosco smise di aggredirlo e una familiare sensazione di tepore lo avvolse. Il respiro divenne regolare. Dormì per ore come un bambino. Tossiva ogni tanto per cacciare via quel fumo che gli si era accumulato nel petto. Le larghe foglie cadute dagli alberi gli fecero da giaciglio.
Iniziò a riprendere coscienza di sé solo quando il cielo iniziò a schiarirsi. L'aurora arrivò a strappargli via brandelli di sonno dagli occhi riportandolo alla realtà. Sentiva ancora il crepitio del fuoco, ma più leggero, soave. L'odore pungente del fumo era sparito e al suo posto l'aria era invasa da un profumo ammaliante. Qualcosa che risvegliò i suoi sensi. Cibo. Si rese conto di avere fame come mai prima d'ora. Lo stomaco ruggiva come un leone nella savana e la bocca era impastata dalla troppa salivazione. Quel profumo sembrava meraviglioso e invitante. Si sforzò di aprire gli occhi. Doveva capire. Doveva mangiare.
Si rese conto di essere al caldo. Protetto da una pesante coperta di lana. Cercò di tirarsi su, ma i dolori assopiti durante la notte tornarono a fargli visita. Le ossa erano pesanti e anchilosate. I muscoli infiammati e irrigiditi. Provò a fare forza su un braccio per alzarsi ma ricadde sdraiato. Non aveva più i polsi legati. Al posto delle corde c'erano profondi solchi escoriati con piccoli grumi di sangue rappreso.
"Non ti sforzare, cerca di riposarti" disse una voce. Peter non se lo fece ripetere e sprofondò nuovamente nell'incoscienza. L'impellente bisogno di mangiare si affievolì un po' ma non si arrese del tutto rendendo il sonno del ragazzo agitato e scomposto.

Si svegliò quasi di soprassalto scattando a sedere come se si fosse ricordato improvvisamente di qualcosa. Non aveva realizzato, non ci aveva neanche provato, ma adesso era chiaro come il sole. C'era qualcuno. Qualcuno che si era preso cura di lui e lo aveva protetto durante quella notte. Si guardò intorno ma gli occhi ancora non rispondevano bene. Annebbiati dal sonno e dalle lacrime. Vide la coperta che aveva addosso. Era lana buona e conservava ancora il suo tepore. Vide il fuocherello che scoppiettava allegro sopra dei rami secchi. Scaldava una grossa pentola di rame da dove fuoriusciva un profumo di fagioli e carne. Vide il ragazzo, il suo custode. Aveva un grosso mantello che lo avvolgeva completamente e un largo cappuccio che gli calava sul volto. Ricordava molto quello indossato da Kaila. Kaila. Come poteva averla dimenticata? Un fiume in piena di ricordi lo investì riportandogli alla mente tutti gli eventi del giorno precedente. Un groviglio di pensieri confusi e sconclusionati. Eventi strani e inspiegabili che potevano solo essere frutto di un sogno.
"Dove mi trovo? Cos'è successo? Dove sono i miei amici? Che fine anno fatto quei soldati?" Peter sentì le domande accavallarsi in fretta e furia sulla sua lingua come se sentissero il bisogno di fuggire e dovessero farlo nel più breve tempo possibile.
"Troppe domande amico mio, e non ho molto tempo per risponderti" la voce arrivò da sotto il cappuccio ma Peter non vide nessuna bocca muoversi. Aveva già visto una cosa simile. Quel ragazzo lo aveva già incontrato. Stava mescolando con un bastone il contenuto della pentola come se nulla fosse accaduto. Il profumo della carne stufata aggredì le narici di Peter e la fame ritornò più forte che mai. Aveva bisogno di mangiare. I suoi occhi si persero ad ammirare le volute di fumo che fuoriuscivano dal paiolo. La sua bocca era aperta e carica di saliva. Non avrebbe resistito oltre.
"Questa roba è tutta per te, stai tranquillo, ma adesso dobbiamo parlare" disse la voce sotto il mantello.
"Chi sei tu?" chiese Peter riscuotendosi dal richiamo ipnotico del cibo.
"Un amico" rispose l'altro.
"Non mi basta, voglio sapere chi sei! Sei lo stesso dell'altra sera, quello che mi ha indicato la via per la casa del professore?"
"Si, sono io, e per il momento dovrai accontentarti di questo. Non ho il tempo di darti altre spiegazione. Devo affidarti una missione."
"Una missione? Ma di che parli? Devo tornare dai miei amici, devo dirgli dove stanno portando Stevens. Dobbiamo andare a salvarlo."
"Non ti preoccupare dell'uomo. I tuoi amici sono al sicuro adesso e presto avranno modo di soccorrerlo, ma tu dovrai rinunciare a rivederli per un po'."
"Come fai a sapere che stanno bene?"
"Sono anni che proteggo Elliot. Di me puoi fidarti!"
Elliot. Conosceva il nome del suo migliore amico. Diceva di proteggerlo, ma non l'aveva mai visto prima di quegli eventi. Da anni poi, era impossibile. Però conosceva il suo nome. E conosceva anche quello di Stevens. Sapeva fin troppe cose e ne condivideva troppo poche. Peter iniziò a spazientirsi. Eppure sentiva che di quella persona poteva fidarsi. La stessa sensazione che aveva provato la sera del crollo della grotta, quando gli aveva indicato la strada per la casa del professore e poi era sparito. In quel momento non si era chiesto il perché di quell'aiuto o se potesse trattarsi di un inganno. Anche adesso lentamente si rendeva conto che di quella voce che si nascondeva sotto quel mantello aveva una fiducia cieca.

"Quale sarebbe la missione?" chiese con timidezza Peter. Fissava la coperta che ancora teneva sulle gambe indolenzite. Non voleva far vedere che si era arreso a quella fiducia incondizionata. Quella fiducia che progressivamente lo stava rasserenando. I suoi amici stavano bene e sarebbero andati a salvare il professore. Sarebbe voluto andare anche lui, aveva un debito di gratitudine con Stevens e voleva saldarlo. Si augurò con tutto se stesso che Elliot e Mallory riuscissero nell'impresa.
"Devi trovare un drago" esordì la voce quasi all'improvviso.
"Cosa? Un drago? Hai voglia di scherzare?" Peter si sentì spiazzato. Semplicemente pensò di aver capito male.
"Vedi Peter -si, so anche il tuo nome- l'altra sera voi tutti avete fatto un viaggio incredibile. Il luogo in cui ti trovi è lo stesso che conosci, ma al contempo è completamente diverso. Sei nel mondo della Magia adesso" spiegò il ragazzo.
"Mondo della Magia?" Peter era sempre più confuso. Si limitava a ripetere stupito le ultime parole che sentiva venire da sotto quel cappuccio.
"Beh, non è che abbia un nome vero e proprio, ma è sicuramente il modo migliore per spiegartelo. Riassumendo, tanto tempo fa Magia e Scienza convivevano in questo mondo. Una guerra enorme però rischiava di sterminare la vita sul pianeta, così fu imposto un sigillo che separò le due realtà creando due mondi paralleli che si sono evoluti indipendentemente. Tu vieni dal mondo della scienza e adesso sei finito in quello della magia. Tutto chiaro?"
"Cristallino" rispose ironico Peter. "Mi chiedo come abbia fatto a non capirlo subito!"
"Lo so che questa storia ti sembra incredibile, ma tutto ti diverrà chiaro con il tempo. Dopo che il sigillo fu imposto la guerra finì. Beh, non immediatamente, ci vollero anni, ma una profezia ne paventò il ritorno. La guerra avrebbe nuovamente imperversato su queste terre. E' per questo che ti sto affidando questa missione."
"In che modo un drago -ammesso che esista e che io lo trovi- potrebbe salvare il mondo dalla guerra di cui parli" chiese scettico Peter, ma il ragazzo che aveva di fronte si limitò a sollevare il capo nella sua direzione. Peter riuscì a vedere parte del suo volto. La sua bocca si era deformata in una specie di mezzo sorriso. "Lo capirai al momento giusto" si limitò a dire e Peter ebbe la conferma che il ragazzo non muovesse le labbra per parlare. Quella voce arrivava direttamente dentro la sua testa.
"Per me è ora tempo di andare, nella sacca al tuo fianco ci sono alcune cose: dei vestiti, un po' di cibo per il viaggio e anche qualche soldo -non è stato facile procurarmeli- troverai anche una cartina e una bussola. A due giorni di cammino in direzione nord troverai un villaggio di nome Tamal. Lì vive una donna di nome Ezra che saprà aiutarti. Dalle il ciondolo che trovi nella tasca anteriore della sacca e lei capirà."
"Tu non vieni con me?" chiese Peter preoccupato.
Il ragazzo si alzò in piedi e si voltò a guardare il lento incedere del sole nel cielo. Era ormai l'alba. Fissò la luce aumentare per qualche istante e poi si rivoltò verso Peter. "Vorrei, ma non mi è possibile, dovrai cavartela da solo. Ho piena fiducia in te" e con queste parole semplicemente scomparve. Si volatilizzò nel nulla. Sfumò nello sfondo come la nebbia che si dissolve sotto i caldi raggi del sole. Sparito.

Peter continuò a fissare per qualche minuto il punto dove il mantello era svanito nel nulla. Il sole gli ferì gli occhi e lo costrinse a distogliere lo sguardo. Si ricordò della pentola in cui bollivano fagioli e carne e la fame divampò di nuovo come un incendio. Si avventò sul contenuto e cercò di mangiarlo con il mestolo che il suo amico aveva usato per mescolare. Si ustionò la lingua, ma la cosa non lo fermò. Continuò a mangiare e a mangiare finché non fu sazio.
Con la pancia piena si distese nuovamente a terra a fissare le nuvole che correvano nel cielo tra le fronde degli alberi. Quei rami ormai quasi del tutto spogli che la sera prima lo avevano ghermito e spaventato. Il giorno maturava lentamente e la luce aumentava rendendo il bosco un posto meno spettrale. In lontananza vide alcuni solitari sbuffi di fumo alzarsi dal folto del bosco dove la sera prima era divampato l'incendio. Qualcuno era riuscito a domarlo e a spegnerlo.
Si prese il tempo di rischiararsi le idee e poi si rimise a sedere. Si guardò intorno per cercare la sacca di cui aveva parlato il ragazzo e la trovò appoggiata al tronco dell'albero che aveva accanto. Lo trasse a sé e ne ispezionò il contenuto. Era fatta in tela morbida ma resistente. Era molto grande, poteva essere tranquillamente uno zaino da campeggiatore. Si chiese come avrebbe fatto a portarlo in giro. Doveva essere molto pesante.
Prese gli abiti e li indossò. Dovette farlo sotto la calda coperta di lana perché fuori faceva troppo freddo. Un paio di pantaloni imbottiti di lana di pecora, una pesante casacca di stoffa e una giacca di fustagno. Vestito in quella maniera si sentiva ridicolo -non osava neanche immaginare come lo avrebbero preso in giro a scuola- ma dovette ammettere che non avrebbe più sofferto il freddo.
Ripose i suoi vecchi vestiti nella sacca e altrettanto fece con la coperta di lana. Prese la cartina e la bussola e si andò a sedere vicino al fuoco. Passò la mattinata mangiando ed esaminando la grande pergamena. La conformazione del luogo gli era familiare. Come aveva detto il ragazzo misterioso, quel posto era in tutto e per tutto uguale alla collina che conosceva. Aveva identificato la sua posizione e aveva trovato il villaggio Tamal che avrebbe dovuto raggiungere. Tracciò a mente il percorso per cercare di capire che strada avrebbe dovuto fare e si rese conto che la cartina era estremamente dettagliata. Sembrava fatta a mano da qualche scrivano. La carta era vergata con un leggerissimo e preciso solco di inchiostro scuro, ma non era meno precisa di quelle digitali di un navigatore satellitare. Cercò di esaminare il resto della zona per cercare di capire quanto fosse diversa, quando alla fine si accorse che ogni suo dubbio o perplessità sulla storia che gli era stata raccontata era completamente sparito. Ormai il fatto di essere in un mondo alieno impregnato di magia non gli sembrava più tanto strano. Anzi, sembra perfino la spiegazione più logica per gli eventi dei giorni passati. I fantasmi di nebbia, la luce nella grotta, i modi strani di Kaila. Tutto poteva essere spiegato con la storia dei due mondi.
Avrebbe cercato un drago. Anzi, avrebbe trovato un drago. Realizzò quanto fosse magnifica la cosa e si riempì di gioia. Era finito in un gioco di ruolo e lui ne era il protagonista. Si immaginò la faccia di Elliot quando lo avrebbe visto in sella ad un enorme e possente drago. Quella sì che sarebbe stata una bella soddisfazione. Chissà se Mallory avrebbe fatto ancora il prepotente una volta che Peter si fosse presentato col suo nuovo cucciolo. Avrebbe dovuto dargli un nome? Avrebbe potuto dialogarci? Peter era ansioso di gettarsi a capofitto in quel viaggio magico.
Finì in un sol boccone i pochi avanzi di carne e scattò in piedi. Prese in spalla lo zaino e si accorse che era estremamente leggero. Se lo tolse e lo guardò con attenzione. Lo lanciò in aria e lo riprese al volo. Pesava quanto un pallone da calcio. Non gli sembrava vero e non capiva come fosse possibile, ma dopotutto si trovava nel mondo della magia. Quante cose avrebbe visto che lo avrebbero lasciato senza parole. Quante persone avrebbe incontrato che lo avrebbero affascinato coi loro poteri. Era in un mondo nuovo e fantastico. Il paese delle meraviglie.
Spense il fuoco e si incamminò.


giovedì 18 novembre 2010

"Corri!"

Il vento aveva smesso di soffiare. Un tiepido sole autunnale irradiava i suoi tenui raggi di metà pomeriggio. La tensione era palpabile. Anche le poche persone accorse a vedere la gara avevano smesso di parlottare tra di loro. Un silenzio innaturale spezzato solo dal rumore lento e pacato del battito cardiaco. Quello che si sente pulsare sul timpano quando l'emozione raggiunge l'apice. Tump. Peter era abituato a quel tipo di emozione. Sapeva come controllare l'ansia e la paura che puntualmente si presentano all'inizio di una competizione. Tump. Lunghi respiri profondi che inebriavano la mente. Sempre più lunghi. Tratteneva l'aria nei polmoni finché l'esigenza di espellerla non diventava una necessità. Tump. La mente si sgombrava e il cuore si calmava. Rallentava. Come un guerriero alla vigilia di una battaglia. La quiete prima della tempesta. Tump. Una goccia di sudore scese dalla sua fronte. Il rumore del mondo si annichilì. I contorni si sfocarono. C'era solo una lunga striscia rossa davanti a lui, con il suo odore di terra battuta, erba e sudore. Due linee bianche delimitavano tutto il suo mondo. Quello che accadeva al di fuori di quei confini sfumava nel nulla. Tump. Con gli occhi chiusi cercò di sentire tutto il suo corpo. Ogni sua fibra. Ogni suo nervo. Tump. Sapeva che il giudice di gara stava alzando la mano per dare lo start, ma rimase con gli occhi sbarrati. Tump. Nella sua mente si formò l'immagine del percorso. Tump. Visualizzò la vittoria. Tump. Il suo battito accelerò. Bang.
I piedi scattarono uno davanti all'altro come in una danza armonica. Passo, battito, passo, altro battito. Peter aprì gli occhi e la luce che lo investì gli riempì l'anima. Sulla sua iride dorata si riflesse il disegno del traguardo. Passo, battito, passo, altro battito. La corsa era l'unica cosa che gli dava gioia. Sentire l'adrenalina che si infondeva in ogni suo muscolo. I pori della pelle che si dilatavano. Il respiro regolare ma intenso. Passo, battito, passo, altro battito. Il vento premeva sul suo volto color ebano, scivolava sulla sua cute rasata e lo abbandonava come un sussurro. Passo, battito, passo, altro battito. La velocità era tutto, ogni singolo movimento era perfettamente sincronizzato. Quello che accadeva al di fuori della sua corsia continuava a sfumare, ma Peter sapeva di aver già distanziato i suoi avversari di almeno tre passi. Lo sentiva nelle vibrazioni del terreno. Sapeva dove ognuno di loro si trovava: tutti saldamente dietro di lui. Passo, battito, passo, altro battito. Aveva imparato a correre da bambino. Non l'aveva mai fatto per scappare, ne per giocare. Sapeva sempre dove voleva arrivare e faceva di tutto per arrivarci nel minor tempo possibile. La forza che gli si sprigionava dentro era la sua droga. Sentire i suoi limiti che si infrangevano come ostacoli di carta lo inebriava di energia. Passo, battito, salto. Il rumore del nastro di carta che si strappava al suo passaggio segnava la fine dei suoi sforzi. Il mondo riacquistò le sue sembianze. Suoni, forme e colori ripresero ad esistere al di fuori della sua corsia. Peter aveva trovato nella gara dei 100 metri la sua ragion d'essere. Non aveva mai perso, neanche questa volta.

Come ogni volta, al termine della gara, l'allenatore della sua squadra gli corse incontro per festeggiarlo. Altrettanto fecero i suoi compagni. Tutti legati da una comune anima sportiva che li rendeva uniti come una famiglia. Nelle gare non esiste un 'Io', esisto solo il 'Noi'. Anche questo rendeva l'agonismo più piacevole. Il senso di appartenenza a qualcosa di più grande dava a Peter la carica per affrontare il mondo. Sempre a testa alta, sempre con l'orgoglio nel cuore. Solo una cosa rendeva quella festa particolarmente atipica. Non realizzò subito cosa c'era di strano in quel che vedeva. Dovette strizzare gli occhi per mettere a fuoco l'immagine che correva verso di lui. Elliot sembrava avere un diavolo per capello e il fuoco sotto le scarpe. Non l'aveva mai visto correre così in fretta. A dire il vero non lo aveva mai visto correre. Neanche quando si trovava davanti al bulletto della scuola. Lui era quello che il pericolo lo affrontava di petto, mai di spalle. Una politica che Peter non aveva mai condiviso. Non c'è vergogna nella fuga.
Vedere l'amico correre in quella maniera gli mise l'ansia. Come se sapesse che stava per accadere qualcosa di importante. Qualcosa che probabilmente avrebbe preferito evitare. Il fiato corto lo costrinse a piegarsi e appoggiare le mani sulle ginocchia. La prima regola era di respirare sempre con il naso, mai con la bocca. Lunghe inspirazioni, veloci espirazioni. Con un solo colpo si buttava fuori tutta l'aria. Elliot gli arrivò davanti e quasi lo investì. Evidentemente ignorava la prima regola, perché cercava di ingoiare con la bocca spalancata quanta più aria possibile. Tra un affanno e l'altro cercava di sputare fuori qualche parola incomprensibile. Aveva la faccia completamente rossa, gli occhi iniettati di sangue e la fronte madida di sudore. In quelle condizioni sarebbe svenuto da un momento all'altro se non si fosse calmato.
Peter appoggiò una mano sulla spalla di Elliot e con l'altra gli fece segno di calmarsi. Gli offrì la sua borraccia "Bevi, altrimenti ti verrà un infarto. Respira con calma". Gli ci vollero alcuni secondi per calmarsi. Lo fece accomodare su una delle gradinate ai lati della corsia per farlo riprendere. "Che ti è successo, non ti ho mai visto correre in quella maniera" osservo con un sorriso e aggiunse "Avresti potuto battere persino me!"
Peter ed Elliot si erano conosciuti ai tempi delle medie, frequentavano la stessa classe. Peter era l'unico ragazzo di colore della scuola, Elliot era l'unico a cui la cosa non importasse. Tra i due si era instaurato col tempo un rapporto di fratellanza. Dove c'era l'uno c'era l'altro. Sempre insieme. Avevano condiviso giochi e punizioni. Avevano creato il loro mondo di amicizia e di lealtà. Elliot era il suo migliore amico e sembrava aver bisogno di lui come mai prima d'ora. Un brivido corse sulla schiena di Peter. Percepì di nuovo il pericolo di cui l'amico era portatore.
"Stasera... Mallory... Casale Spavento... Dobbiamo andarci" Ogni parola era affogata in un affanno, grandi respiri frammentavano il suo discorso. "Dov'è che dovremmo andare? Ma soprattutto, cosa c'entra quell'idiota di Mallory?".
Elliot cercò di calmare il respiro. Bevve un sorso d'acqua ed inspirò lentamente. Lo fece con la bocca anziché col naso, ma Peter apprezzò lo sforzo dell'amico. "E' successo durante l'ora di punizione. C'era anche quella scema di Lara. Il prof le ha proposto di organizzare la festa di Halloween a Casale Spavento e Mallory si è fatto una risata" prese di nuovo fiato, sempre con la bocca "Lara ha preso in giro Mallory che si è offeso e adesso vuole andare a fare l'eroe per far vedere quanto è forte e coraggioso" Le ultime parole Elliot le pronunciò imitando la vocetta di una ragazza. Mallory non avrebbe apprezzato.
"Un momento, ma allora è vero che l'hai steso" Elliot non rispose, ma il suo sorriso e lo sguardo illuminato urlavano il suo trionfo ai quattro venti. "Prima si fa stendere da te, poi si fa mettere in punizione ed infine viene preso in giro da una ragazza. Brutta giornata per il nostro Mallory" canzonò Peter. Era comprensibile l'urgenza di ristabilire il suo potere, ma Casale Spavento era troppo persino per il bulletto della scuola. Lì c'erano i fantasmi.
"E tu che c'entri con la storia di Casale Spavento? Non sarà una scusa per darti una lezione insieme a Coso e Cosetto?" Elliot rimase interdetto. Non aveva pensato alla possibilità "Mi è scappato detto che mia madre ha le chiavi della villa e ora mi tocca andare, altrimenti mi rifà i connotati". La stima che Peter nutriva per l'arguzia di Elliot vacillò per un istante. In realtà per qualche minuto. Ma poi si riprese e si rese conto che l'amico aveva le chiavi di Casale Spavento e non gliel'aveva ancora detto "Hai le chiavi e non me l'hai detto? Ti ricordi quel discorso che facemmo qualche anno fa sul rispetto e sui segreti? Il primo doveva essere incrollabile, i secondi non dovevano esistere." Peter era seccato, ma il rimorso nello sguardo di Elliot lo fece pentire di aver parlato "E' che non so, ci sono questi sogni... e c'era qualcosa che mi faceva sentire strano a proposito di quelle chiavi" cercò di scusarsi Elliot. Sogni? Di cosa stava parlando? Altri segreti evidentemente. "A Mallory invece potevi dirlo? Ok, ok... non fare quella faccia. Non fa niente, poi io e te facciamo un bel discorsetto, però ora abbiamo un problema da risolvere. Verrò anch'io stasera a rompere l'idillio tra te e Mallory". Il volto di Elliot si illuminò ed un bel sorriso si dipinse sul suo volto. "Viene anche Lara" aggiunse Elliot alzandosi. Perfetto, la banda di Idioti era al completo. Peter avrebbe dovuto rivedere il suo concetto di lealtà nei confronti dell'amico, ma per il momento aveva dato la sua parola. Sarebbe andato.

I due si diedero appuntamento all'ingresso di Cherrydale intorno alle nove di sera. L'appuntamento con Mallory era alle dieci, ma la strada da fare per arrivare a Plumdale era lunga. Peter si presentò puntuale. Elliot no. Come al solito. A quanto pareva ogni membro della sua famiglia aveva avuto qualcosa da dirgli di estremamente importante e questo gli aveva fatto perdere tempo. Famiglia strana quella di Elliot.
Si incamminarono lungo la statale 17. Montarono le bici solo quando furono lontani dal traffico cittadino. Nonostante l'autunno fosse piuttosto avanzato, il clima si era mantenuto mite. Un leggero venticello agitava le fronde degli alberi. La strada era completamente buia, l'unica cosa che illuminava il cammino dei due ragazzi era la Luna. Una splendida notte di Luna piena. Perfetta per raccontarsi storie di fantasmi e licantropi. Non troppo adatta per viverle in prima persona.
Arrivarono ai piedi della collina sulla quale si ergeva Casa Madison con qualche minuto di ritardo. Mallory e Lara erano lì che aspettavano in silenzio. Sembrava facessero di tutto per evitare di incrociare i loro sguardi. Quando Elliot e Peter gli furono davanti, non ci foruno saluti, tanto meno baci e abbracci. L'unica cosa che teneva unito quel bizzarro gruppetto improvvisato era l'astio. "Hai portato la chiave?" Mallory ruppe il silenzio. Elliot non rispose, si limitò a tirare fuori dalla tasca del giubbotto un mazzo di chiavi con un portachiavi a forma di spirale.
I quattro si incamminarono silenziosamente lungo la salita che li separava dal Casale. Una strada stretta costeggiata da enormi querce secolari che con le grandi chiome coprivano completamente il cielo stellato. Neanche un lampione ad addolcire il percorso. Il buio rimase sovrano per tutta la scarpinata.
Una civetta saltò da un ramo e spiccando il volo intonò il suo canto lugubre. Il cuore di Lara perse un colpo. D'istinto si aggrappo ad un lembo della manica di Mallory il quale si girò verso di lei comunicandole con lo sguardo tutta la sua disapprovazione. Lara lasciò immediatamente la presa e si schiarì la gola "Allora? Che facciamo una volta arrivati?" Non le interessava veramente saperlo, voleva solo interrompere quel pesantissimo silenzio "Cerchiamo di non farci ammazzare" rispose Elliot che finora sembrava quello più rilassato. Il suo migliore amico era con lui. Questo gli dava sicurezza.
Peter non era altrettanto tranquillo. La sensazione di qualcosa di strano non lo aveva abbandonato per tutta la sera. Il suo cane pianse quando lo vide uscire. Il suo cuore era indomabile. Non c'era verso di calmare i battiti, neanche con l'iperventilazione.
Quando arrivarono in vista dell'enorme cancello d'ingresso gli alberi iniziarono a diradarsi formando un piazzale coperto di ghiaia. Neanche la gramigna sembrava volersi avvicinare alla casa. Peter si chiese se fosse l'unico a sentire nell'aria qualcosa di sbagliato, ma decise di tenersi l'osservazione per sé. Lo stress era palpabile. Il vento si placò, civette e gufi smisero di muoversi e di cantare. Una nuvola coprì la Luna.
Elliot prese il mazzo di chiavi ed iniziò a provarle una ad una per trovare quella giusta. Mallory era visibilmente impaziente ma non disse nulla. Quando finalmente la serratura iniziò a girare l'euforia strappò a tutti un mezzo sorriso. Il cigolio del cancello che si apriva smorzò subito l'entusiasmo del gruppo. Erano dentro.

Casa Madison era una grande villa in stile coloniale. La costruzione fu commissionata circa un secolo addietro da un magnate del petrolio americano. I lavori furono spesso rallentati da misteriosi incidenti che avevano fatto guadagnare alla villa il nomignolo di Casale Spavento. La casa fu ultimata il giorno stesso in cui il proprietario, Richard Madison, fu trovato morto nel suo albergo in città. Il mistero avvolse il caso e nessuno venne mai a conoscenza delle cause della morte del magnate. Da allora la casa rimase sigillata e disabitata. Negli ultimi anni un paio di famiglie avevano tentato l'acquisto fiutando l'affare, ma inspiegabilmente nessuno riuscì ad entrare in possesso delle chiavi. Tutti morirono prima di riuscire a poggiare un mobile o uno scatolone di libri sul pavimento interno della villa. La maledizione di Casale Spavento non faceva prigionieri.
Il giardino interno sembrava pulito e ordinato come se qualcuno continuasse a prendersene cura. Elliot aveva detto che la madre era stata incaricata di vendere la casa, quindi probabilmente aveva anche fatto sistemare gli esterni per renderla più appetibile agli eventuali compratori.
La casa era molto bella. Era costruita su due livelli. La facciata era completamente ricoperta di marmo, interrotto a intervalli regolari da due file di enormi finestre che davano sui saloni interni. Ad ogni finestra corrispondeva un balconcino sui quali erano state disposte delle grandi fioriere in terracotta dal quale facevano capolino migliaia di fiori dai colori più disparati. La madre di Elliot aveva pensato proprio a tutto.
Davanti ai ragazzi si presentò una bassa scalinata che portava all'ingresso principale. Dal parapetto si alzavano enormi colonne che andavano a sorreggere il frontone della villa. Si avviarono verso l'ingresso accompagnati solo dal silenzio e dal buio. Questa volta fu ancora più difficile trovare la chiave giusta. La totale assenza di luce rendeva l'impresa ardua anche agli occhi più allenati. Mallory estrasse una torcia dallo zaino, la accese e la puntò verso il mazzo di chiavi. Anche Lara prese la sua torcia e l'accese. Peter si maledisse per non averci pensato.

L'interno della casa era innaturalmente freddo. Tutto quel marmo faceva molta scena, ma impediva al tiepido sole autunnale di scaldare l'interno della villa. Peter sentì chiaramente Lara battere i denti. Senza pensarci si tolse la giacca e gliela porse. Lei rifiutò l'offerta quasi schifata. Che tipino adorabile.
Il salone centrale si estendeva per circa un centinaio di metri quadri e si innalzava per una trentina di metri per poi concludersi con una volta a botte. La parte centrale era incorniciata da due enormi scaloni semicircolari che conducevano al piano superiore. Ognuna delle loro case sarebbe entrata comodamente in tutto quello spazio. Sarebbe avanzato anche qualche metro quadro da adibire a giardino. Ottimizzando bene gli spazi ci si poteva costruire anche una piscina. Non una di quelle olimpioniche, ma comunque una bella piscina con cui sollazzarsi e rinfrescarsi in estate. Un tale spreco di spazio era quasi imbarazzante.
Mallory e Lara, gli unici provvisti di torce, si incamminarono verso la sala laterale. Elliot e Peter li seguirono. "Senti, io la mia parte l'ho fatta. La casa te l'ho aperta. Domani tutti sapranno quanto sei coraggioso. Non è che ti offendi se me ne vado?" disse Elliot "Si, mi offendo moltissimo. Tu rimani con noi!" La frase era perentoria, ma non il tono con cui era stata detta. C'era quasi una sfumatura di supplica nella voce del bulletto. Evidentemente non era poi così coraggioso.

Un brivido percorse la schiena di Peter che si girò di scatto. Il suo sguardo vagò nel buio del salone senza trovare nulla. All'improvviso un'ombra si spostò. Era stato come un battito d'ali. Una figura si era mossa al secondo piano, vicino lo scalone di destra. Era schizzata nel corridoio dell'ala ovest. Senza voltarsi cercò di attirare l'attenzione del gruppo "Ehi, ho visto qualcosa". Il sussurro gli morì in gola. Nessuno lo sentì. Si rese conto di trovarsi di fronte allo scalone di sinistra. Gli altri erano già andati nell'altra stanza e a malapena riusciva ad intravvedere la luce delle torce. Iniziò a salire i grandi gradini di marmo senza quasi accorgersene. Il suo corpo si muoveva da solo. La mente era svuotata da ogni pensiero razionale. Era la paura a farla da padrona. In condizioni normali avrebbe inforcato la porta di ingresso e sarebbe scappato urlando come una femminuccia, invece era rimasto lì e non riusciva a fermarsi. Saliva lentamente, soppesando ogni passo. Forse quando la paura supera una certa soglia il corpo inizia a muoversi da solo. Peter era arrivato al secondo piano.
Dal corridoio dell'ala ovest proveniva un tenue bagliore. Come un piccolo segnale che indicava la strada da seguire. I passi degli altri erano ormai impercettibili. Troppo lontani. Peter si incamminò verso la luce. Ad ogni passo il suo cuore accelerava. Sentiva il battito pulsargli nei timpani. Un rumore di tamburi che lo accompagnava verso l'ignoto.
La luce proveniva da una delle stanze laterali. La porta era accostata e lasciava filtrare un po' della luce con cui la Luna inondava la stanza. La finestra della camera era spalancata e una leggera brezza di vento aveva spazzato ogni nuvola dal cielo. SBAM. Una corrente d'aria aveva fatto sbattere la porta richiudendola. Il cuore di Peter si fermò per un istante che sembrò eterno. Gli vennero le vertigini e dovette piegarsi sulle ginocchia per con cadere in terra. Il cuore ricominciò a battere, ma con più calma. Si sentì stupido per quella reazione così infantile e si avviò verso la finestra per chiuderla. Guardò oltre il parapetto e tra la moltitudine di fiori che la madre di Elliot aveva fatto disporre con cura, notò un leggero chiarore. Veniva dal bosco di querce. Era debolissimo e quasi si annullava nella luce imponente della Luna, ma c'era. Si appoggiò al parapetto per sporgersi di più e la sua mano incontrò una superficie ruvida e tonda. Un piccolo disco di pietra appoggiato sul davanzale. Peter lo prese e cercò di guardarlo meglio approfittando della luce della Luna. C'erano delle strane incisioni sopra, una sorta di caratteri scolpiti nella pietra senza un senso particolare.
Un urlo strozzato arrivò dal piano inferiore. Era una voce femminile. Doveva essere Lara. Più probabilmente Elliot. Peter infilò il disco in tasca e schizzò fuori dalla porta. Corse fino alla balaustra dello scalone. Arrivò in tempo per vedere i suoi amici correre a perdifiato verso la porta d'ingresso seguiti a breve distanza da una sorta di enorme banco di nebbia. Una nebbiolina fitta e luminosa. Completamente d'oro. I fantasmi c'erano davvero.
Peter corse con quanta forza aveva nelle gambe. Scese le scale a grandi balzi e si fiondò all'inseguimento degli altri. Il fantasma gli si fece dietro. Era veloce il bastardo.
Elliot e gli altri erano già in giardino. Peter li aveva quasi raggiunti. Un altro fantasma si parò davanti al cancello e iniziò a muoversi verso di loro. Mallory cambiò velocemente direzione e si diresse verso il bosco di querce ad ovest della villa. Tutti gli altri lo imitarono e iniziarono a correre compatti lungo il pendio della collina in mezzo alle forti radici degli alberi.
Correre. In quella corsa non c'era nulla dell'eleganza dei passi che si susseguono con un ritmo preciso e serrato tipico dell'atletica. Correre. Il fiato si mozzava in gola. La coordinazione dei movimenti veniva a mancare. Correre. Qualcuno provò a chiedere cosa diavolo fossero quelle luci, ma nessuno rispose. Correre. Si erano aggiunti altri fantasmi all'inseguimento. Correre. Altre luci cominciavano ad affiancarli lungo il tragitto. Correre. All'inizio la paura li aveva messi tutti sullo stesso piano, ma a lungo andare la stanchezza degli altri e l'allenamento di Peter avevano fatto in modo di portare quest'ultimo in testa al gruppo. Correre. Il terreno era morbido sotto i piedi. I passi erano completamente attutiti ed ovattati. Correre. Lo sguardo allenato di Peter lo avvertiva di ogni radice che si parava sul suo cammino. Correre. Imprecazioni venivano dalle sue spalle. Gli altri continuavano ad inciampare e a rialzarsi. Correre. La distanza tra Peter e i suoi compagi andava via via accentuandosi, ma nessuno demordeva. Correre. Correre. Correre.
Il bosco era un enorme concentrato di luci che confluivano verso di loro. Senza che potessero accorgersene ormai la nebbia era ovunque. Compatta. Era sui loro vestiti, sul loro corpo, tra i loro capelli, era nell'aria che inspiravano con foga. Tutto era luce. Nessuno rallentò il passo, ma ormai non c'era più nulla da cui scappare.
Peter sentì la terra ammorbidirsi sotto i suoi piedi. Il terreno stava cedendo sotto il loro peso e lui non poteva impedirlo. Spiccò un salto per allontanarsi il più possibile dal luogo in cui la terra si stava inabissando. Atterrò sulle radici di un albero e si voltò di scatto per avvisare gli altri. Troppo tardi. Fece in tempo a vedere il braccio di Elliot alzato che spariva ingoiato dal suolo. La nebbia confluì tutta verso la voragine che si era aperta, come l'acqua che scola in una vasca da bagno quando si toglie il tappo. Peter si ritrovò investito da un turbinio di luce intenso, terribile, bellissimo. Il buio tornò sovrano.

Il buco era largo quanto una macchina. Un riverbero di luce proveniva dal suo interno. Peter alzò lo sguardo e vide la villa. L'ala ovest, dove c'era il parapetto dal quale si era sporto. Era una trappola. Le luci, i fantasmi o quel che erano, venivano da quel bagliore che lui aveva intravisto. Li avevano tranquillamente condotti nel luogo dal quale provenivano.
Si morse il labbro per tornare alla realtà. I suoi amici erano caduti nel buco. Si sporse dal bordo per vedere come stavano. Sotto di lui si apriva una camera enorme. Una sorta di cupola di pietra. Le pareti sembravano emanare luce. Elliot era in ginocchio e tra tutti sembrava essere quello più in salute. Mallory e il suo giaccone in piume d'oca gli avevano attutito la caduta. Il bulletto si stava rialzando. Aveva una brutta ferita sulla fronte e si teneva dolorante la spalla destra. Ammaccato ma vivo. L'unica che non dava segni di reazione era Lara, la prima ed essere finita nel buco. Aveva una evidente frattura alla gamba sinistra ed era priva di conoscenza. "Come state?" gli urlò Peter "In un brodo di giuggiole!" rispose sarcastico Mallory. "Vai a cercare aiuto!" lo supplicò Elliot. "Lara..." iniziò a dire ma Mallory lo interruppe "Di lei ci occupiamo noi! Tu va a cercare qualcuno, chiamate un'ambulanza e tornate con una corda robusta. Corri!"
Peter fece per alzarsi quando sentì di nuovo la voce di Mallory "Ah, già che ci sei portami un cheeseburger". Non perse tempo a rispondergli. Si voltò ed iniziò a correre verso valle. Era quasi arrivato sulla strada quando intravide una figura. Un ombra. La stessa ombra che aveva visto nella villa. O almeno una che le assomigliava molto. Era una persona con un mantello nero. Il cappuccio gli copriva interamente il volto ma Peter riuscì ad intravvedere un sorriso a mezza bocca. Continuò a correre verso l'ombra. Più si avvicinava, più sentiva il suo sguardo su di sé. Un sussurro. Una voce. Qualcosa di non detto. Qualcosa nella sua testa. "Quello che tu chiami Stevens abita al termine di questa strada". L'ombra si spostò dietro un albero poco prima che Peter la raggiungesse. Girò intorno al tronco ma non c'era nessuno. Come volatilizzato.
Era sicuro di non aver sentito niente, eppure quell'ombra gli aveva parlato. Gli aveva indicato il modo di aiutare i suoi amici. Almeno così la interpretò Peter. Il professor Stevens avrebbe saputo cosa fare. Li avrebbe messi in punizione fino al giorno del diploma, ma almeno li avrebbe aiutati.
Arrivato sulla strada Peter si voltò indietro a guardare il bosco. Lì da qualche parte Lara era in pericolo e il suo migliore amico era intrappolato. Mallory poteva anche rimanere lì, ma gli altri avevano bisogno di lui. Li avrebbe salvati!


lunedì 8 novembre 2010

Il Furto

Elengar era conosciuta in tutto il mondo come la città del vento. Le sue alte torri si inseguivano l'un l'altra nella loro corsa verso le nuvole come per cercare di graffiare il cielo.
All'origine dei tempi era la sede del Supremo Consiglio dei Maghi delle terre di Hoen, ma adesso, di quell'antico fasto, restavano solo le torri. La città in realtà era poco più di una fortezza arroccata sul monte Hoen, da cui prese il nome la Stirpe che vi abitava. Da principio ospitava solo la reggia del sovrano, le sale del Consiglio e la Grande Biblioteca. Quest'ultima era famosa in tutte le terre note come la depositaria di tutto il sapere del mondo. Nel tempo la Biblioteca aveva accolto studiosi provenienti da ogni terra e aveva dato lavoro a moltissimi maghi che si occupavano della salvaguardia e della manutenzione dei preziosi plichi. Visto il gran via vai di gente, presto iniziarono ad essere concessi permessi per edificare case, casette e casupole all'interno delle mura fortificate e all'ombra delle possenti torri. Lo spazio piuttosto risicato messo a disposizione fu completamente tappezzato da abitazioni di ogni genere. Questo non scoraggiò il flusso di immigranti che iniziarono a erigere un nuovo strato di case sopra il precedente. E poi un altro. E poi un altro ancora. Alla fine Elengar divenne una sorta di alveare umano, ognuno col suo spazietto risicato e sempre all'ombra delle possenti torri. Gli stretti vicoli e i consunti ponticelli che univano l'alveare si riempirono di umidità e di aria viziata. In breve tutto fu invaso da muschi e piante rampicanti che conferivano un aspetto magico allo squallore di quei luoghi. Meno magiche, ma più in linea con lo squallore, furone le orde di ratti, furetti e malattie che flagellarono la città fortificata. Il Consiglio fu costretto a bloccare i permessi di edificazione e a schierare un esercito di maghi guaritori per le vie della città.
Non potendo più costruire all'interno delle mura, le case iniziarono a spuntare qua e là su entrambi i versanti della montagna. Grosse porzioni di roccia furono scavate per permettere la costruzione di orti, fattorie e pascoli. Alla fine fu esteso il protettorato del Consiglio a tutta la montagna e nuove mura furono costruite a valle per proteggere la nuova Elengar.
Durante la Grande Guerra, la Guerra delle Stirpi, la vallata ai piedi del monte Hoen non fu mai avvicinata. Non tanto per via dell'enorme potere del Consiglio. Quando mai quelli si sono schiodati dai loro scranni. No, fu grazie a quelle torri assurdamente alte costruite su una città assurdamente alta. Nessuno poteva sbarcare sulle spiagge delle terre protette dal Consiglio senza che l'esercito di Elengar lo venisse a sapere.
Adesso le cose erano parecchio cambiate. Nella Grande Biblioteca erano tenuti solo libri di storia, annali, cronache e almanacchi. Il Grande Consiglio dei Maghi al termine della Grande Guerra perse il suo potere politico. Fu costituito un Consiglio dei Sovrani con sede al di la del mare, al centro delle Terre di Nessuno, dove, in maniera imparziale e senza l'uso di magia, venivano dipanate le questioni diplomatiche tra i vari regni. Il Consiglio, privo di una qualsiasi utilità, decise di dedicarsi ad altro. Fu così istituita una scuola di magia all'interno di quella che era la reggia di Hoen, anche se di reggia non si poteva più parlare visto che il Re ormai viveva altrove. Le abitazioni-alveare all'interno delle mura furono riservate agli aspiranti stregoni. Solo la Sala del Consiglio mantenne un qualche potere istituzionale, trasformandosi in Sala del Giudizio. Una sorta di foro dove veniva amministrata la giustizia della regione. Le segrete della fortezza divennero un luogo di detenzione mentre la vecchia Sala degli Almanacchi fu rinominata in Sala dell'Archivio e vi furono stipati tutti quegli oggetti requisiti ai detenuti o ai condannati a morte.
Quello era l'obiettivo di Kaila.

Fin da bambina Kaila non aveva mai avuto paura delle altezze. Ogni occasione era buona per arrampicarsi da qualche parte. Ivan, il padre, la rincorreva su tetti, alberi, cornicioni, spuntoni di roccia. Lui sempre terrorizzato, lei sempre divertita. Per quanto questa attività preoccupasse Ivan, Kaila non era mai caduta. Mai neanche un graffio, figuriamoci un braccio rotto. No, i suoi piedi non finivano mai in fallo. Anche ad occhi chiusi lei sapeva che i suoi passi non l'avrebbero mai tradita. Kaila non era in grado di spiegare questa sua capacità, ma era come se l'aria le parlasse. Le diceva come muoversi, dove appoggiarsi, a quale ramo aggrapparsi. Sapeva perfino distinguere quali erano gli appoggi sicuri e quali quelli che sarebbero franati sotto il suo peso. Forse un'eredità della sua Stirpe. Non c'era crepaccio, ponte o torre che la spaventasse. Non c'era salto, volo o caduta che la preoccupasse. Kaila era la ragazza equilibrista. Avrebbe avuto un radioso futuro nel circo, ma difficilmente Ivan glielo avrebbe permesso. E poi lei aveva paura degli orsi.
Per introdursi nella cittadella fortificata di Elengar aveva scelto la via del cielo, come sua abitudine. Al mattino presto si era recata all'ingresso della cittadella. Aveva indossato gli abiti da mercante del fratello e un grosso mantello nero il cui cappuccio le cadeva sul volto nascondendone l'identità. Si era presentata davanti agli armigeri semi addormentati di guardia al Grande Portone. Dopo aver ricevuto una forma di pane e mezza caciotta, l'avevano fatta passare senza fare domande. Era pur sempre l'ora di colazione e non si poteva certo cominciare la giornata a stomaco vuoto.
La torre di nord-est era quella più vicina alla Sala del Giudizio. Da lì sopra avrebbe avuto una visuale perfetta sul cortile interno e sull'ingresso delle segrete. Inoltre la torre era completamente abbandonata in quanto l'edera selvatica aveva fatto crollare buona parte delle scale interne. Un problema non da poco per gli armigeri della città. Un simpatico diversivo per la ragazza equilibrista. Una volta in cima alla torre Kaila si accucciò a terra, tirò fuori la sua sacca da sotto il mantello e prese qualcosa da mangiare. Voleva agire col favore delle tenebre. Inoltre quella era la prima notte di Luna nuova. Decise quindi di bivaccare sulla torre fino allo scoccare della mezzanotte. Al primo rintocco si sarebbe mossa, non prima.

L'attesa fu lunga. Il vento batté contro la torre incessantemente per tutto il giorno. Il freddo iniziò a poco a poco a minare la convinzione della ragazza. Ogni volta che era sul punto di rinunciare prendeva tra le mani il ciondolo-chiave. Le bastava fissare quel tenue bagliore per recuperare tutte le energie. Ripeteva tra sé e sé il piano come un mantra. Allo scoccare della mezzanotte il cortile interno veniva sigillato e quindi non ci sarebbero stati guardiani. Da li si poteva accedere alle segrete attraverso una grata che dava su una scala interna. Avrebbe dovuto forzare la serratura, ma avrebbe avuto accesso al dedalo di gallerie che si muovevano sotto la reggia di Hoen. Aveva con sé una piccola mappa che aveva disegnato di suo pugno basandosi sulle informazioni che aveva trovato sui libri di storia conservati nella Grande Biblioteca. Negli ultimi mesi non aveva fatto altro se non leggere cataste monumentali di pergamene dalle quali estrapolare qualche informazione sulla struttura interna della reggia. A volte le informazioni che trovava erano incongruenti, in certi casi anche contraddittorie. Quindi doveva continuare a cercare conferme su altri libri o facendo qualche domanda distratta agli armigeri ubriachi che venivano a poltrire nella birreria del padre. Alla fine aveva tracciato il percorso che l'avrebbe portata sotto la Sala dell'Archivio. Da lì, un montacarichi di servizio le avrebbe permesso di salire al piano superiore entrando direttamente nella sala senza essere vista.
Una volta trafugato il diario di sua madre avrebbe preso alcuni oggetti a caso per far si di smistare i sospetti. Se qualcuno si fosse accorto del furto, avrebbe pensato ad un ladruncolo che aveva arrabattato le prime cose che gli sembravano di valore. Non certo ad un colpo mirato a rubare il diario, e quindi presumibilmente nessuno l'avrebbe collegata al furto. Si sarebbe preoccupata in seguito di liberarsi della refurtiva in eccesso, per non rischiare che gliela trovassero in casa. Per uscire avrebbe usato la finestra che dava sulla Piazzetta, il centro della cittadella. Una volta scesa doveva tornare sulla torre di nord-est, recuperare il suo sacco e riscendere fino all'altezza delle mura, da li sarebbe scesa verso il lato esterno dove sarebbe stata libera.

C'erano tre falle potenziali nel suo piano, e avevano tutte a che fare con l'altezza. Per arrivare nel cortile interno della reggia avrebbe dovuto saltarci dentro. Per rallentare la caduta avrebbe dovuto utilizzare i pali conficcati orizzontali nel muro con gli stendardi del Consiglio. Il problema è che c'erano diverse centinaia di braccia a separare lei dagli stendardi. Cadere da quell'altezza non è esattamente come cadere dal tetto di una fattoria. In quel caso male che va ti rompi un braccio, o una gamba, o entrambe, ma si sopravvive. Kaila non era sicura di cavarsela altrettanto bene se avesse mancato anche solo uno di quei pali.
Per scendere dalla finestra della Sala dell'Archivio, la distanza era minore, ma gli appigli per rallentare la caduta erano molto più esili: grondaie, edera, ganci per tenere aperte le finestre. Infine calarsi dalle mura era la parte più difficile, perché lì di appigli non ce ne sarebbero stati. Solo qualche rientranza nel muro. Al massimo qualche blocco di pietra sporgente.
Kaila faceva molto affidamento sulle sue capacità, ma più si avvicinava la notte più si sentiva agitata. Iniziò a fare avanti e indietro tra le guglie della torre nella speranza di calmarsi, ma con scarsi risultati. Ogni tanto guardava giù per convincersi che ce l'avrebbe fatta ma vedeva solo le lanterne per le vie della città che man mano si affievolivano. Nessun conforto le giungeva da quel firmamento di fiaccole.
All'improvviso arrivò. Secco e violento il suono del rintocco della campana si espanse per le vie del borgo fin giù per tutta la vallata. Kaila sussultò. Il suo cuore perse un colpo. Le sue gambe e le sue mani si irrigidirono. Doveva farcela. Era arrivata fino a quel punto, non doveva tirarsi indietro.
Prese il ciondolo e lo fissò. Brillava come non mai. Kaila non riuscì a spiegarsene il perché ma qualcuno avrebbe potuto notarlo dalla città-alveare, quindi si affrettò a nasconderlo. Il ciondolo però aveva fatto il miracolo. Quella luce le era entrata dentro. Il suo cuore ora era calmo e il respiro non più affannoso. Poteva muoversi. Doveva muoversi. Era già in ritardo di due rintocchi. Salì sul cornicione, inspirò quanta più aria poté e chiuse gli occhi.

Non si accorse di preciso del momento esatto in cui i suoi piedi si staccarono dalla torre. Percepì solo il vuoto, l'aria e poi quella luce argentea che le aveva riempito la mente. Strinse il pugno quasi d'istinto e sentì il freddo acciaio del palo sotto le sue dita. Tenne forte la presa mentre sentiva il suo corpo girare intorno all'asta. Riaprì gli occhi nel momento in cui sentì di essere pronta a balzare nuovamente verso il prossimo palo. La sensazione di volare la inebriò completamente. Raggiunse il secondo palo. Poi il terzo. La caduta non era più così veloce. Spiccò l'ultimo balzo e questa volta arrivò a terra. Intatta. In piedi. Solo le ginocchia un po' piegate nello sforzo di fermarsi completamente. Ce l'aveva fatta. La sensazione della terra sotto i piedi le diede un capogiro. Il peso di ciò che aveva appena fatto le cadde addosso con tutta la sua violenza, ma lei riuscì a sostenerlo. Aveva compiuto un'impresa unica. Peccato non poterla raccontare a nessuno.
Le prime difficoltà non tardarono ad arrivare. La grata era esattamente dove doveva essere, il problema è che nessuno la usava da tempo immemore. Ci vollero diversi minuti perché Kaila riuscisse a sbloccarla. Aveva una serratura grande. Forzando i due perni interni con dei bastoncini di metallo doveva essere possibile aprirla, ma la ruggine aveva completamente bloccato l'ingranaggio. Uno dei bastoncini si ruppe, ma come ultimo gesto ebbe la cortesia di spaccare il chiavistello. Ci aveva messo troppa forza e adesso qualcuno avrebbe notato che quella grata non si richiudeva più. Un problema per volta. Aveva ancora il suo piano di sicurezza per sviare i sospetti. Poteva ancora farcela. Oltrepassò la grata e usò il bastoncino spezzato per bloccare la serratura meglio che poteva. Per qualche giorno avrebbe retto e se nessuno usava quell'ingresso poteva persino passarla liscia.
La mappa si rivelò meno accurata del previsto. Un paio di volte si ritrovò in un vicolo cieco e più volte rischiò di essere intercettata dagli armigeri di guardia alle prigioni. Prese la borraccia che aveva con sé ed iniziò a spegnere tutte le fiaccole per permettere al buio di favorire il suo passaggio. Alla fine si ritrovò di fronte ad una specie di piccola porticina con sopra il simbolo di una montagna con sopra una falce di Luna. Il simbolo del Consiglio. Kaila si infilò nel montacarichi. Incredibilmente trovò estremamente semplice far salire il piano mobile tirando la corda presente all'interno del vano. Come se ci fosse una qualche magia strana che riducesse il suo peso. Arrivò al termine della salita e vide una serie di ruote di diverse dimensioni attraverso le quali passava la corda che aveva tirato. Niente magia quindi, solo uno strano marchingegno.

La Sala dell'Archivio era, a prima vista, un unico ammasso di cianfrusaglie. Impossibile sperare di trovare qualcosa. La stanza si estendeva in lunghezza e al centro c'era un enorme tavolo con decine e decine di scranni. Un arredamento assai poco consono al tipo di funzione che la stanza doveva svolgere. In passato probabilmente era servita ad altro. Sul tavolo erano ammonticchiate cataste di cose, ma sembrava esserci una logica. Si avvicinò alla prima montagnetta e trovò diversi monili. Ne prese un paio, quelli più grossi. Servivano per il suo piano di sicurezza. Più in là trovò una catasta di lettere. Non sembravano molto vecchie. L'orribile idea che i reperti troppo vecchi venissero distrutti si affacciò nella mente della ragazza, ma cercò di scacciarla subito per non scoraggiarsi. Trovò le cose più strane. Cataste di armi seguite da cataste di specchi seguite a loro volta da cataste di gioielli.
Kaila girò distrattamente intorno al tavolo alla ricerca di un qualche registro nella speranza che tutto ciò che veniva riposto in quella sala fosse accuratamente archiviato. Non trovò nulla di simile, ma aggiunse alla sua collezione un paio di stiletti in oro e un bellissimo ferma-capelli in argento.
Mentre si aggirava tra i vari mucchi di roba sempre più sfiduciata, Kaila sentì un calore enorme venirgli dal petto. La luminosità del ciondolo iniziò a risplendere anche attraverso il mantello nero. Stava vibrando, come d'eccitazione. L'aveva trovato. Il diario e la chiave si chiamavano a vicenda. In una catasta di libri vide un leggero bagliore argenteo. Ci si precipitò come un avvoltoio e iniziò a rovistare tra i volumi. Ce n'erano di tutti i tipi e su ogni argomento. Alcuni erano ricettari di cucina, altri erano registri contabili. In fondo c'era un piccolo quaderno con una copertina argentea che risplendeva fioco alla luce delle lanterne. C'era sopra il disegno stilizzato di una città costruita su una nuvola. Di fianco pendeva un lucchetto molto piccolo. La serratura era appena accennata. Perfetta per la sua chiave. Kaila lo prese al volo insieme ad altri due volumi a caso. Era fatta. Ora doveva andarsene.

Saltare dalle finestre della reggia poteva essere rischioso. Un balzo del genere poteva non passare inosservato. Kaila uscì dalla finestra più a nord. Salì sul cornicione e richiuse la vetrata dietro di se. Accanto a lei si ergeva una colonna in granito che andava da terra fino alla base del frontone triangolare che sovrastava l'intera struttura e che riportava un bassorilievo con gli stemmi della Stirpe di Hoen e del Gran Consiglio dei Maghi. La colonna aveva delle scanalature a spirale che permisero a Kaila di scendere a terra senza eccessivo sforzo e senza essere notata. Da lì la via fu semplice. I lampioni ormai spenti e il cielo completamente scuro nascosero la fuga della ragazza tra le vie dell'alveare. Kaila sentiva la felicità montarle dentro quando, voltando un angolo, si trovò di fronte due armigeri. Cavolo, non se n'era accorta. Erano gli stessi della mattina precedente, quelli che sonnecchiavano davanti alla porta. Non sembrava l'avessero riconosciuta e il cappuccio continuava a proteggere la sua identità. Il fagotto che la ladra portava con se però non passò di certo inosservato.
Kaila iniziò a correre a più non posso, non avrebbe fatto in tempo a recuperare il suo sacco. Se ne sarebbe occupata l'indomani. Forse però poteva fregare i suoi inseguitori.
Si infilò nella torre di nord-est che i due armati le erano ancora alle spalle. La scalinata rotta li rallentò ma non li fermò. Arrivata all'altezza delle mura Kaila iniziò a correre verso sud ma fece in modo di non seminare i suoi inseguitori. Quando questi le furono addosso lei con un balzo oltrepassò il parapetto e fu libera nel vuoto. Increduli, i due armigeri fissarono la sua caduta finché la lanterna che portavano con loro glielo permise. Kaila non seppe cosa ne conseguì, però il giorno dopo ci fu un gran vociare per le strade della città. Tutti parlarono di un ladro possente. Un uomo mascherato che aveva derubato gli archivi della città ma che, quasi acciuffato da due valorosi guerrieri, aveva scelto la strada del suicidio. No, il corpo non era stato ritrovato e no, non si sapeva come avesse fatto ad entrare. Nessuno seppe che fine avesse fatto la refurtiva e in cosa consistesse di preciso. Tutti però erano concordi sul fatto che se non fosse terminato in tragedia, quello sarebbe stato il furto del secolo.


venerdì 5 novembre 2010

Il Diario

La notte era ormai calata da diverse ore. Le stelle erano più vivide che mai a quell'altezza, senza le luci della città ad adombrarle. Pulsavano di una luce fredda e al contempo misteriosa disegnando strane geometrie nel cielo. Come una danza magica volta a richiamare la loro regina, la loro signora che le aveva abbandonate senza lasciar traccia. Era la prima notte di Luna nuova, il momento perfetto per agire. Il buio totale ammantava tutto come una calda coperta fatta di oscurità e protezione. Nessuno avrebbe notato quello strano mantello nero che si aggirava indomito tra le guglie di protezione della torre più alta in attesa del momento giusto per muoversi.
Le fiaccole lungo le strade lentamente si spensero augurando la buona notte a tutta la cittadella fortificata. Kaila ripassò mentalmente il piano, era un buon piano, così almeno si era ripetuta fino a convincersene. Erano mesi che ci lavorava, che pianificava ogni singolo respiro, ogni singolo battito del suo cuore, ogni singolo movimento dei suoi muscoli. Fino a quel momento era andato tutto bene, ma quella era la parte facile del piano. Se avesse commesso qualche errore in quel frangente avrebbe dovute prendere seriamente in considerazione l'idea di cambiare mestiere. Non che quello della ladra fosse il suo vero mestiere. Era più un lavoro occasionale, uno di quei lavori saltuari che si fanno una sola volta nella vita giurandosi che mai e poi mai si sarebbe più corso un rischio del genere. Insomma, Kaila era alla sua prima esperienza e aveva intenzione di iniziare col botto. Di fare il colpo che ogni ladro sogna di fare prima o poi nella sua vita, e poi basta. Mai più. Non lei, la contadinella che passa la vita tra la piantagione di luppolo e la birreria del padre. Non lei, la dolce ragazza che un giorno sarebbe andata in sposa al figlio del panettiere. Era quella la sua vita. Stasera lei sarebbe stata un'estranea persino per se stessa, Kaila la Ladra. E il bello è che in città tutti la conoscevano e tutti la amavano, e quindi nessuno si sarebbe preso il disturbo di sospettare di lei, ammesso che non si facesse beccare. E questa era la parte difficile del piano, quella che sarebbe iniziata da li a poco, al primo rintocco della campana.

Tutto era cominciato circa un anno prima: al termine della raccolta del luppolo suo padre Ivan e suo fratello maggiore Felz partirono alla volta della città di Salingar dove avrebbero barattato metà del raccolto con diverse varietà di malti che avrebbero miscelato per preparare la birra. Sulla porta della birreria fu appeso il solito cartello che informava gli avventori che sarebbero rimasti chiusi per circa due settimane, e così Kaila rimase sola in casa a fare la guardia ai polli e alle anatre.
Era abitudine che, mentre gli uomini di casa si occupavano dello scambio del luppolo, lei avrebbe avuto l'onere di fare il cambio di stagione. Avrebbe portato in soffitta i panni troppo leggeri da usare in periodo estivo sostituendoli con gli abiti più pesanti, quelli di lana e di cuoio che avrebbero tenuto caldo durante l'inverno che stava arrivando. Il lavoro era lungo e metodico. Bisognava prima lavare ed asciugare tutti i panni estivi. Andavano poi piegati accuratamente cospargendoli con poca farina di mais che avrebbe impedito all'umidità invernale di far germogliare la muffa sui vestiti. I panni piegati venivano poi riposti in due bauli leggeri di cuoio rinforzato avendo cura di riempirli il più possibile così da lasciare nel baule meno aria possibile. Infine avrebbe aggiunto qua e la tra i vari strati di stoffa dei rametti di fiori di lavanda che servivano a tener lontano le tarme. Era sufficiente un solo baule per stipare tutti i panni del padre e del fratello, mentre il secondo baule era completamente riservato a lei.
In famiglia non erano molto ricchi, ma il padre adorava vederla girare per il paese come un'aristocratica signora, quindi metteva ogni soldo da parte per farle la dote e, ogni tanto, per comprarle qualche vestito nuovo, di quelli buoni, non come gli stracci che indossava lui. Nel tempo i vestiti si erano accumulati e adesso Kaila poteva persino cambiarsi d'abito una volta a settimana.
Una volta portati i bauli estivi in soffitta, era il momento di portare quelli invernali al lavatoio, ma mentre cercava di tirar giù da un ripiano l'ultimo dei bauli, il suo, quello più grosso che si incastrava sempre, fece troppa forza e venne giù tutto lo scaffale. Kaila rovinò a terra e su di lei si riversò tutto il contenuto dei ripiani, compresi i ripiani stessi. Non si era fatta molto male nella caduta, i bauli che aveva ordinatamente posato sul pavimento avevano attutito la caduta dello scaffale, ma qualcosa di pesante le era caduto in testa, e quello si che le aveva fatto male. Era un baule più piccolo degli altri. La ragazza non l'aveva mai visto, probabilmente era nascosto sul ripiano più in alto dove lei non arrivava. per di più nella caduta si era aperto e adesso il contenuto era completamente rovesciato sul pavimento. Kaila si tirò via da sotto lo scaffale e cercò di alzarsi. La fronte le pulsava fortissimo dove il baule l'aveva colpita, le girava anche un po' la testa, tanto che dovette appoggiarsi ad una delle colonne che reggevano il tetto per evitare di cadere di nuovo. Si toccò dove le faceva male e fu come se un ago rovente le si fosse conficcato nella fronte, la testa girò ancora più forte e quasi perse l'equilibrio. Scivolò a sedere con la schiena lungo la colonna e aspettò un po' che il dolore si affievolisse. Si ritrovò accucciata accanto al baule e al suo contenuto e la cosa che le saltò subito agli occhi fu un disegno, o meglio, l'angolo di un disegno che sporgeva dal baule rivoltato. Lo trasse a sé e rimase a bocca aperta.
Kaila sapeva che da giovane il padre era un bravo disegnatore, molti venivano alla sua fattoria per chiedere un ritratto, ma lei non lo aveva mai visto disegnare. Suo fratello le aveva raccontato che aveva smesso quando la loro madre era morta e aveva bruciato tutti i dipinti che aveva realizzato. Quello si era salvato, ed era anche evidente il perché, era un disegno meraviglioso, che ritraeva sua madre seduta su una sedia a dondolo intenta a cullare un neonato. Il neonato aveva un vestitino con una 'K' ricamata sopra. Era la sua iniziale. Quel neonato doveva essere lei, e la madre, oh com'era bella, e quanto era radioso il suo sorriso. Quello doveva essere il baule in cui il padre aveva nascosto tutti i ricordi che aveva della defunta moglie.
Per un attimo Kaila pensò di aver profanato una sacra reliquia, ma poi la curiosità ebbe la meglio e, ancora dolorante, si avvicinò al baule e cominciò a studiarne il contenuto.
Oltre a qualche disegno aveva trovato un paio di vesti, una delle quali doveva essere quella che sua madre aveva indossato il giorno del matrimonio. Trovò l'anello con cui suo padre l'aveva sposata. Trovò anche alcuni sacchetti contenenti petali ormai secchi di fiori che Kaila non riuscì ad identificare. Mentre riponeva tutto nel baule con meticolosità quasi reverenziale, vide un piccolo luccichio proveniente da una tavola del pavimento. Qualcosa uscito dal baule si era conficcato nel legno, Kaila lo raccolse e vide che era una chiave d'argento, piccolissima, impensabile che potesse aprire qualcosa, per di più non c'era niente nel baule che richiedesse di essere aperto con una chiave. Decise di tenersela, prese la catenina che portava al collo, se la tolse e vi infilò la chiave. Finché non avesse scoperto cosa poteva aprire, quella chiave sarebbe stata il suo ciondolo, il suo ricordo di una madre che purtroppo non aveva avuto modo di conoscere.

I giorni passarono e Ivan e Felz fecero ritorno a casa con un carico abbondante, nei giorni successivi avrebbero iniziato a preparare i barili di birra per la fermentazione, quindi sarebbero stati indaffarati, e comunque la taverna andava riaperta, quindi a Kaila spettò il compito di stare dietro al bancone. In lei si fece forte la voglia di chiedere informazioni al padre a proposito della madre e di quella piccola chiave, ma per qualche motivo rimandava sempre. Aveva paura, di cosa non lo sapeva, ma ogni volta che provava ad avvicinare il padre si bloccava.
Decise di rivolgersi al fratello, dopotutto lei era ancora piccola quando la madre morì, ma il fratello aveva compiuto sei anni, doveva pur ricordarsi qualcosa. Così si fece coraggio e andò nella stanza di Felz. "Tu ti ricordi di quando è morta la mamma?" la domanda a bruciapelo aveva spiazzato il ragazzo che impiegò qualche istante a riprendersi "Perché me lo chiedi?" cercò di evadere la richiesta. "Beh, in soffitta ho trovato un baule con dentro le cose della mamma, c'erano anche dei disegni di papà, e poi c'era questa" Kaila tirò fuori dalla veste il ciondolo-chiave e lo mostrò al fratello che assunse un aria quasi seccata. "Senti Kai, quella chiave dovrebbe sparire, non la dovrebbe trovare nessuno, buttala nel fiume appena puoi". La ragazza fissò quell'innocuo pezzo di metallo senza capire come potesse essere così pericolosa. Il fratello, cogliendo il dubbio negli occhi di Kaila cercò di spiegare. "Vedi, la mamma non era di queste terre, veniva da Andalia, la città nel cielo, la città perduta. Quello che so è che quelli della sua Stirpe erano perseguitati perché avevano degli strani poteri, è per questo che la mamma è stata ammazzata". Ammazzata. Kaila sapeva che la madre era morta di febbre nera, e invece era stata ammazzata. Crollò a sedere sul letto alla notizia, con lo sguardo perso nel vuoto. "Non te l'abbiamo mai detto perché non volevamo che vivessi nella rabbia e nell'odio come noi". Kaila rimase a sedere ancora qualche istante a giocare nervosamente con la piccola chiave tra le mani. "A cosa serve la chiave?" chiese ancora "Non lo so, dico sul serio, ma se è della mamma avrà qualche potere magico, guarda come luccica, qui non ci sono luci forti che possano giustificare quella strana luminosità". Questo Kaila non l'aveva ancora notato, ma in effetti era vero. L'aveva sempre guardata di giorno, e comunque l'aveva sempre tenuta sotto le vesti al riparo da sguardi indiscreti, eppure adesso che l'aveva in mano non riusciva a spiegarsi come aveva fatto a non notare quella luce fioca e argentea che la chiave emanava.
Si congedò dal fratello con un sorriso forzato e se ne tornò nella sua stanza, al buio, a fissare la chiave che rischiarava debolmente il palmo della sua mano. Neanche si accorse delle lacrime che avevano cominciato a scendere sulle sue guance, prima piano, poi sempre più copiose e accompagnate da qualche singhiozzo. Pianse per ore, poi, sfinita, si addormentò. Sognò una luce immensa e poi un sorriso, un sorriso senza volto, come se fosse libero dai vincoli corporei ma legato direttamente ad un'anima. Un'anima gentile di uno sfavillante colore dorato. Un'anima che l'avrebbe aiutata, a fare cosa, ancora non lo sapeva, ma la fece sentire bene.

Per alcuni giorni Kaila evitò di incrociare lo sguardo del fratello che, dal canto suo, aveva deciso di lasciarle il tempo di metabolizzare le sue parole. Una sera, mentre infuriava la tempesta, lei rimase da sola nella birreria con il padre. Con quel freddo maledetto e la mole d'acqua che veniva giù, nessuno avrebbe rinunciato al calduccio del proprio focolare. Non per quella sera almeno, neanche per assaggiare la birra di Ivan, rinomata in tutto il paese. L'occasione era perfetta, il padre era piuttosto allegrotto, anche grazie a qualche pinta di birra di troppo. Era il coraggio l'unica cosa che mancava all'appello, quello di Kaila ovviamente, perché di quello di Ivan non si poteva dubitare, soprattutto dopo che lo aveva spinto ad aprire la taverna anche con quel tempo del cavolo.
Kaila fece un respiro profondo e iniziò a parlare, tutto d'un fiato, così da evitare di perdersi nel discorso e di iniziare a pentirsi di aver aperto bocca. "Ecco, ho trovato questa chiave... stava nel baule della mamma... non volevo, è che mi è caduto in testa... e ho trovato la chiave... so com'è morta la mamma, me l'ha detto Felz... mi ha detto di buttarla... ma io non ce l'ho fatta... non ti arrabbiare... volevo sapere... ecco... insomma, la chiave aprirà qualcosa, certo, è una chiave... ma non ho trovato niente e... non volevo frugare, è che mi è caduto in testa e... e si è aperto... ma poi l'ho rimesso a posto... però ho tenuto la chiave..." La voce della ragazza si spense con le lacrime che le riempivano gli occhi, lo sguardo basso per non incontrare quello del padre. All'improvviso due possenti mani le si appoggiarono sulle spalle, ma con delicatezza. Sussultò un attimo, poi alzò gli occhi a cercare quelli del padre. Le stava sorridendo, ma era un sorriso triste. C'era tristezza nei suoi occhi, però non era arrabbiato. Era quello sguardo, di quello aveva paura, era quello che le impediva di parlare. Non era la rabbia che temeva, ma la tristezza. Quella tristezza che inevitabilmente arriva quando si riporta a galla un dolore forte.
"Quella chiave apre il diario di tua madre. Vedi, gli Edori, la Stirpe da cui discendeva tua madre, avevano il potere della preveggenza, e questo spaventava molta gente, gente stupida, così tua madre si teneva per se le sue profezie. O meglio, le scriveva su un diario, era un piccolo quaderno con poche pagine, ci appuntava solo quelle che riteneva più importanti. No, so cosa stai per chiedere, io non le ho mai lette e no, non ho il diario con me. Quello le fu confiscato, prima che me la impiccassero come eretica. Se lo sono tenuti nel loro archivio nella speranza di riuscire ad aprirlo. Idioti. Quella chiave è magica, come lo è il diario, senza quella chiave non si potrà mai aprire, quindi finché quella chiave sarà al sicuro, nessuno potrà leggere quelle profezie."
Kaila si sedé su una panca e così fece il padre, così che lei potesse appoggiarle la testa sulla spalla. "Dov'è successo?" "Qui ad Elengar, sono passati ormai tredici anni" Kaila continuò a fissare la chiave che teneva in mano, quel bagliore adesso la turbava. Fece per restituirla al padre, ma Ivan prese la mano della ragazza e la chiuse intorno alla chiave "Questa chiave ti appartiene, tua madre voleva che l'avessi tu". "Come fai a saperlo?" chiese lei perplessa "Quel diario lei ce l'aveva da prima che la conoscessi, eppure, guardala bene, intendo la chiave, avvicinatela". Kaila fissò quella chiave da pochi pollici di distanza e, per la seconda volta, rimase stupida, un altro dettaglio così evidente le era sfuggito: il passachiavi, il foro che permette ad una chiave di essere inserita in un portachiavi, era forgiato a forma di 'K', ancora una volta la sua iniziale. Kaila sorrise. Guardò il padre e sorrise di nuovo, di gusto. Era felice. Sua madre le aveva lasciato un dono. "Dai su, andiamocene a casa che tanto stasera non si batte cassa".
Quella notte Kaila non pianse come si sarebbe aspettata, non odiò neanche, come invece si aspettava il fratello. No, quella sera Kaila iniziò la sua metamorfosi che l'avrebbe fatta diventare una ladra. Quel diario era suo e aveva il diritto di riprenderselo. Lo avrebbe fatto ad ogni costo. Fuori la bufera si era calmata e dalle nuvole fece capolino la Luna. Un piccolo raggio di quella luce argentea passò dalla finestra di Kaila fino ad arrivare alla chiave che iniziò ad irradiare tutta la stanza con quella stessa luce. Avrebbe ripreso quel diario, a costo di diventare una ladra. Era il suo destino. Era quello che avrebbe voluto sua madre. Questo fu il suo ultimo pensiero, poi venne il sonno. Un sonno agitato e pieno di luce, e c'era di nuovo l'anima gentile che l'avrebbe aiutata. Era forse una profezia? Aveva anche lei i poteri della madre? Forse rubare il diario sarebbe stato più facile del previsto. No, quello l'avrebbe fatto da sola. L'anima gentile sarebbe arrivata dopo. Poi di nuovo quella luce immensa, potente, magica e tutto divenne confuso, come se si fosse alzata una fitta nebbiolina dorata. Kaila alzò lo sguardo e la vide, immensa, nel cielo. Era Andalia. La terra degli Edori. La terra della sua Stirpe. E lei l'avrebbe ritrovata.