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venerdì 4 febbraio 2011

Prigionia

 I rumori si ovattavano, le immagini si offuscavano, la luce diventava a tratti intensa e abbagliante per poi ridiscendere nell'oscurità. Suoni, voci, passi. Tutto era confuso e distorto. La ferita alla gamba si era infettata e, di conseguenza, Eric aveva la febbre alta. Sentiva il battito del suo cuore accelerato rimbombargli nelle orecchie. Era confuso e la nausea lo opprimeva. Gocce di sudore gelide scendevano lungo il collo fin giù per la schiena.
 Era sdraiato. Questo riusciva a capirlo. Doveva essere steso su qualcosa di estremamente rigido e scomodo, probabilmente una tavola di legno a giudicare dai dolori e gli spasmi che gli facevano contorcere la spina dorsale. Non sapeva esattamente dove fosse, ne come ci fosse arrivato. Aveva la mente affollata da immagini sbiadite e da ricordi sconclusionati. La gamba. Questo era un ricordo preciso. La gamba gli faceva male, molto male, o per lo meno così era fino a qualche ora prima. Progressivamente l'aveva sentita addormentarsi. Un leggero formicolio aveva sostituito il dolore lancinante. Cercò di alzare la testa. Giusto un poco, per osservarsi la gamba, ma l'impresa fu eccessiva. Sentì il collo stirarsi e la testa come perforata da centinaia di aghi roventi. Riuscì giusto a vedere una lunga cinghia di cuoio saldamente legata intorno alla sua gamba.

 Eric passava rapidamente dallo stato di veglia a quello di totale incoscienza. La febbre doveva essere molto alta perché la luce sembrava trapanargli gli occhi. Da quel che riusciva a capire, doveva trovarsi in una stanza squadrata e molto piccola, con mura di pietre e nessun tipo di arredamento. La luce arrivava da una serie di aperture strette in alto sul muro di fronte a lui e c'era una sola porta in legno sulla sua destra con una feritoia a metà altezza. La sua branda, letto, tavola, o come diavolo la si voglia chiamare, era appesa al muro con due pesanti catene in ferro battuto. 
 Dopo lungo meditare decise che quella sorta di prigione era solo frutto di un'allucinazione causata dalla febbre. Chiuse gli occhi per richiamare a sé il ricordo delle calde coperte e del morbido materasso sul suo letto. Si concentrò per riuscire a sentire gli odori della sua casa, quel misto tra carta di giornale, naftalina e incenso -non troppo, quel tanto che bastava per rilassare la mente. Cercò di ascoltare i rumori della lavatrice in bagno e delle macchine che veloci sfrecciavano davanti al vialetto della sua casa. Sul retro delle sue palpebre si formò l'immagine di un soffitto bianco con al centro un lampadario con le pale al quale non aveva ancora montato i diffusorio, lasciando quindi le tre lampadine nude.
 Si lasciò cullare per un attimo nel piacere infantile della sua camera, ma quando aprì gli occhi tutto sparì e fu di nuovo sostituito dall'inquietante visione di una cella umida e maleodorante.

 Non era un sogno ne un illusione. Era la pura realtà, era rinchiuso in una cella. Ma -c'è sempre un ma- come c'era finito? Ogni volta che cercava di catturare un ricordo, una sensazione o un indizio che lo aiutasse a capire, quello gli sfuggiva di mente, si perdeva tra la nebbia che offuscava i suoi pensieri. Più si sforzava, meno ricordava. Non era quello il modo di procedere, di ricostruire, di ricordare. Eric era uno scienziato, un Dottore con tanto di lode, doveva seguire un metodo, un sistema preciso per trovare il bandolo della matassa. Per arrivare a delle conclusioni valide bisogna concentrarsi sui fatti evidenti e il dolore alla gamba era senza ombra di dubbio la cosa più evidente. La gamba. Ricordava ancora la sensazione tremenda della punta metallica della freccia che veniva estratta dalla carne del suo polpaccio. La freccia. Un nuovo tassello del puzzle. Non l'aveva neanche sentita arrivare. Un dolore lancinante gli aveva fatto perdere l'equilibrio. Persino negli occhi di quel soldato si era dipinta la sorpresa. Il soldato col quale si stava battendo, quello che aveva messo a terra...
 "Peter!"
 Eric si alzò di scatto a sedere ignorando i dolori che attanagliavano tutto il suo corpo. Come un fulmine tutti i ricordi e le sensazioni avevano ripreso forma e si erano concretizzati nell'immagine di Peter. Il suo allievo. Quello che lui aveva inseguito nel bosco. Quello che si era lanciato contro i soldati per permettere al gruppo di scappare. Elliot, Mallory, Lara. Li ricordava tutti. Li ricordava in pericolo. Panico e ansia si avvinghiarono alle sue viscere con rabbia. Doveva alzarsi, doveva raggiungerli.
 Provò ad accennare un movimento con la gamba, ma il dolore tornò più vivo di prima. Fu sul punto di perdere di nuovo conoscenza, ma si aggrappò al ricordo di Peter per mantenere il controllo. Una goccia di sudore cadde dalla sua fronte. Abbassò lo sguardo in preda allo sconforto. Fisso le mani lerce e graffiate con le quali aveva combattuto per salvare il ragazzo. Era riuscito a metterlo in fuga, ma in un bosco, di notte, un ragazzino da solo quante possibilità aveva di cavarsela?

 La luce diffusa nella stanza perse via via di intensità. I colori sfumarono verso l'arancio per poi spegnersi nelle ombre della notte. Il sole stava calando rapidamente ed Eric non riusciva a riprendersi dal colpo. Rimase immobile a fissarsi le mani come nella speranza che l'immagine del ragazzo si materializzasse e riuscisse a tranquillizzarlo, ma il miracolo non avvenne. Si sentiva disperato e perduto. Come un ossessione ripeteva la stessa parola a bassa voce: "Peter"
 "Non ti preoccupare per lui, sta bene. Beh, comunque sta meglio di te."
 La voce veniva dall'angolo sotto la finestra, il punto più in ombra della stanza. Eric impiegò un po' a realizzare, credeva che la voce facesse parte delle tante allucinazioni che lo tormentavano. Si sforzò di vedere cosa si nascondeva in quell'angolo della cella, ma c'era solo il buio più assoluto.
 "Chi sei?" provò a chiedere con un filo di incertezza nella voce.
 "Un amico" rispose la voce.
 "Non mi basta, voglio sapere chi sei!" riprese Eric quasi infastidito da tutto quel mistero.
 "Uhm, questa scena l'ho già vissuta! Cos'è, avete un copione prestampato?" fece la voce ironica.
 "Che diavolo stai dicendo" Eric iniziò a convincersi di stare parlando con un'allucinazione.
 "Niente, lascia stare. Ho bisogno di parlarti, ma adesso non sei in condizione di ascoltarmi."
 Dal buio una sagoma iniziò a delinearsi illuminata dalla luce della luna che lentamente aveva guadagnato il suo posto nel cielo. Un enorme mantello scuro avvolgeva una figura umana con un grosso cappuccio che gli copriva quasi per intero il volto. Eric non riusciva a distinguere i lineamenti del suo viso, ma a giudicare dall'altezza e dalle proporzioni del corpo doveva essere un ragazzino.
 Si avvicinò alla branda dove Eric era ancora seduto "Sdraiati" disse e accompagnò con la mano il movimento dell'uomo che, ubbidiente, si stese sulla rigida tavola di legno. Il ragazzo si avvicinò alla gamba ferita e vi appoggiò una mano sopra. Eric vedeva la scena come attraverso un caleidoscopio rotto. Colori e immagini distorte si alternavano a causa della febbre, ma era abbastanza sicuro di aver visto della luce provenire dal palmo della mano del ragazzo. Una flebile filastrocca, nenia o chissà che strana canzoncina, si stava spandendo nella stanza. Lentamente un leggero torpore invase il corpo di Eric e una sensazione di sollievo fece sprofondare l'uomo in un sonno profondo.

 Quando riprese conoscenza, il ragazzo era accucciato in un angolo. Sembrava appisolato, ma appena Eric fece per alzarsi lui gli sorrise e si alzò in piedi.
 "Come va?"
 Per la prima volta Eric notò che il ragazzo non muoveva le labbra per parlare, come se la voce gli arrivasse dritta nella testa. Testa che tra l'altro non faceva più male. Gli occhi, le orecchie, la schiena, tutto in perfetto ordine. Le immagini che vedeva erano nitide e non distorte, i suoni che ascoltava erano puliti e non rimbombavano più nella sua mente. Stava bene. Persino la gamba non faceva più male, si soffermò ad accarezzare il foro sui suoi pantaloni di velluto ormai impregnati del suo sangue. L'odore acre della carne era ancora forte, ma probabilmente era dovuto ai suoi indumenti sporchi, perché sotto al foro non c'era più nessuna ferita. Niente, neanche una puntura di spillo. Si slegò la cinghia legata intorno alla gamba e un forte formicolio invase tutto il suo corpo. Una sensazione estremamente fastidiosa, ma di certo non dolorosa.
 "Direi che sto bene, ma credo tu lo sapessi già" disse, e il ragazzo si limitò a sorridere.
 "Ho bisogno che tu faccia qualcosa per me" riprese il ragazzo facendosi improvvisamente serio.
 "Mi stavo giusto chiedendo quando saresti arrivato al punto" rispose Eric mettendosi seduto sulla tavola con le spalle al muro e con i piedi scalzi appoggiati sul freddo pavimento lastricato di pietre.
 "Elliot sta arrivando..." iniziò il ragazzo, ma fu subito interrotto "Cosa? Perché sta venendo qui?" il volto di Eric si era deformato in un'espressione di estrema preoccupazione.
 "Elliot sta arrivando" riprese il ragazzo senza dare peso alla reazione di Eric "verrà qui per salvare te, e verrà qui anche per salvare Peter".
 "Avevi detto che Peter è al sicuro" commentò Eric.
 "E te lo confermo, attualmente gli ho affidato una piccola missione. Il punto è che Elliot non deve interferire in nessuna maniera con il compito di Peter."
 "In che modo potrebbe interferire?" chiese dubbioso Eric.
 "Beh, ad esempio andandolo a cercare" ironizzò il ragazzo, ma allo sguardo perplesso di Eric, si appoggiò una mano alla fronte e andò avanti con la sua spiegazione. "Elliot è un ragazzo con un grande cuore ma soprattutto con un grande coraggio. Niente e nessuno potrebbe impedire a lui e ai suoi amici di andare a salvare Peter. Continuerebbero a cercarlo per il mondo intero e poi ancora oltre".
 "Come fai a conoscerlo così bene? E come fai a sapere tante cose di noi?" chiese Eric.
 "E' una lunga, lunghissima storia e adesso non ho il tempo di raccontartela, devi solo sapere che tra me ed Elliot esiste un legame che va oltre la normale comprensione umana" rispose l'altro.
 "Cosa dovrei fare?" chiese quasi rassegnato Eric.
 "Qui viene la parte difficile: dovrai dirgli che Peter è morto! E' l'unico modo per impedirgli di seguirlo"
 "Cosa? Hai voglia di scherzare? Il dolore lo ucciderebbe!" protestò Eric.
 "Ce la farà! Comunque il tuo compito non si ferma qui. Dovrai assicurarti che rimanga al fianco di Kaila, la ragazza che vi ha trovato nel buco."
 "Hai suggerimenti particolari in merito?" rispose sarcastico Eric squadrando il ragazzo da capo a piedi.
 "Lascio tutto alla tua fervida fantasia" concluse il ragazzo.
 "Quindi parli sul serio, dovrei andare da Elliot e dirgli: 'Ehi, il tuo amico è morto, fatti una passeggiata con questa ragazza sconosciuta così ti tiri su di morale'" Eric era completamente incredulo.
 "E in tutto questo dovresti anche evitare di menzionare la mia esistenza" concluse il ragazzo.
 "Non dicevi di avere un legame speciale con Elliot?" la discussione stava decisamente assumendo dei toni surreali.
 "Il fatto che il legame esista non significa che lui ne sia a conoscenza. Presto vi sarà tutto più chiaro, ma per ora la cosa importante è che Elliot e Peter proseguano su due strade separate."


 Il silenzio calò tra i due rotto solo dal tintinnio metallico di una chiave in lontananza. Eric continuò a fissare torvo il ragazzo anche se i suoi occhi rimanevano costantemente coperti dal grande cappuccio.
 "Stanno arrivando" disse all'improvviso il ragazzo.
 "Chi?" chiese Eric.
 "I tuoi carcerieri, saranno qui tra breve."
 "Cosa vogliono da me?"
 "Sapere chi sei, come sei arrivato qui, che legame hai con Kaila... inventati una balla e restaci fedele, loro non hanno la più pallida idea dell'esistenza del luogo dal quale venite".
 "E da dov'è che veniamo... esattamente?" Eric ormai aveva completamente perso il filo logico del discorso.
 "Dal mondo della scienza e della tecnologia e, per rispondere alla tua prossima domanda, questo è il mondo della magia -si, ho detto magia- dovresti aver notato tutte le cose strane che ti stanno accadendo intorno, non dovrebbe essere così difficile per te credere ad una cosa così assurda come la magia" spiegò il ragazzo.
 "Cosa mi faranno?" chiese Eric scoraggiato. Nei suoi occhi lo sconforto era evidente come lo era la sua infinita stanchezza.
 "Non lo so, ma devi resistere, Elliot e gli altri stanno arrivando".
 "Che fortuna! Un gruppo di ragazzini sta per intrufolarsi in una prigione in stile medievale, con chissà quanti guardiani pericolosi. In che modo questo dovrebbe aiutarmi?" la stanchezza si stava rapidamente trasformando in collera. Eric era scattato in piedi e aveva afferrato il ragazzo per il bavero del mantello. Il cappuccio scivolò delicatamente all'indietro scoprendo gli occhi del ragazzo, gonfi di lacrime e di tristezza. Eric lasciò la presa e si rimise a sedere, si prese la testa fra le mani e sospirò. La stanchezza era tornata con la stessa rapidità con la quale era stata scacciata dalla rabbia.
 "Dove mi trovo?" chiese come per cercare di scacciare un pensiero.
 "Sei nella città fortificata di Elengar" rispose la voce nella sua testa. Eric continuò a fissarsi i piedi scalzi. Un topolino squittì in un angolo della stanza e scattò verso la porta.
 "Come facciamo a scappare?" chiese con la stessa naturalezza di una persona che chiede informazioni sul clima.
 "Devi avere fiducia nei tuoi ragazzi, sapranno tirarti fuori da qui" rispose la voce. 
 Eric alzò lo sguardo e un briciolo di collera lampeggiò di nuovo nei suoi occhi "Quindi mi stai dicendo che sai già che sopravviveremo!" chiese rabbioso.
 Il ragazzo rimase immobile. Fu ora il suo turno di abbassare lo sguardo. Non rispose, ma non ce ne fu bisogno. Eric si limitò a sbuffare con aria ironica e a scuotere la testa in segno di disapprovazione.


 Il tintinnio delle chiavi si fece sempre più vicino. Adesso insieme al rumore metallico si potevano udire anche i passi di un uomo che avanzava verso di loro. Nella cella il silenzio era totale ed Eric era in grado di sentire ogni palpitazione del suo cuore. L'ansia lo stava progressivamente divorando. Per la prima volta iniziò a provare paura. Paura per l'ignoto, paura per i suoi allievi, paura della morte.
 "Ora devo andare, da qui in avanti dovrai cavartela da solo" disse la voce nella sua testa. Eric non si sprecò nemmeno ad alzare lo sguardo. Non un cenno di saluto ne una parola. Continuò a fissare il pavimento con ostinazione e rabbia. Paura e collera.
 Il ragazzo era sparito esattamente come era comparso. Eric continuò a tenere lo sguardo basso ma sapeva di essere di nuovo solo nella stanza. Il pesante rimbombo dei passi si arrestò in corrispondenza della sua porta e il rumore della chiave che cercava la sua strada all'interno della toppa gli fece gelare il sangue.
 La porta si spalancò ed un uomo enorme con una casacca nera con una croce bianca al centro fece il suo ingresso nella stanza. Eric ricordò di aver già visto quel simbolo. Era impresso sulle divise dei due soldati che lo avevano catturato. Ricordò finalmente il percorso che lo aveva portato in quella prigione. La cattura. Il viaggio a cavallo con le mani legate. Le continue cadute e le conseguenti perdite di conoscenza. L'interminabile salita costantemente in curva che li aveva condotti fino alla cima di una montagna come mai ne aveva viste. Le mura. Il castello. La cella.
 L'uomo enorme si fece da parte e lasciò il passo ad un suo commilitone. Decisamente più piccolo. Non troppo, aveva una corporatura molto simile a quella di Eric, forse solo un po' più magro, però accanto a quella montagna umana dava l'idea di essere infinitamente piccolo.
 Aveva dei lunghi capelli neri e si fece avanti sorpassando il gigante che lo aveva accompagnato. Si avvicinò ad Eric che continuava a starsene seduto sulla tavola di legno con lo sguardo perso nel vuoto, accecato dalla poca luce che filtrava dalla porta alle loro spalle.
 "Il mio nome è Nikolas" disse e rimase in silenzio come per attendere una risposta, ma vistosi ignorato riprese "Di solito quando qualcuno si presenta, è buona educazione rispondere presentandosi a propria volta".


 Eric sorrise. Fissò Nikolas negli occhi e ne sostenne lo sguardo, infine disse "Abbiamo un concetto di educazione differente. Dalle mie parti è considerato alquanto scortese prendere uno sconosciuto, tirargli una freccia nel polpaccio, arrestarlo e sbatterlo in prigione senza motivo".
 Nikolas sembrò divertito da quello scambio di parole "Hai ragione, ma da quel che mi risulta tu hai aggredito uno dei miei uomini. Anche questa è una cosa che non andrebbe fatta. Diciamo che siamo pari" disse il soldato sorridendo e tendendo la mano in segno di pace. 
  Eric ignorò la mano e continuò a fissare Nikolas negli occhi. Si alzò in piedi e si accorse di essere di poco più alto del suo interlocutore. Questo doveva infastidire non poco il soldato che in risposta distolse finalmente lo sguardo. "Quindi posso andarmene tranquillamente per la mia strada" esclamò ironico Eric.
 "Oh, ma certo che puoi. E' sufficiente che tu risponda ad alcune domande e poi te ne potrai andare" concluse Nikolas facendo segno con la mano all'energumeno di spostarsi e indicando la via libera.
 "Non so nulla di quella ragazza che stavate inseguendo, l'abbiamo incontrata per caso e non ho neanche avuto modo di scambiarci due parole."
 "Mi hai frainteso. Non mi importa nulla di quella ragazza. L'ho fatta seguire dai miei uomini con una scusa solo perché non mi era permesso di dire loro la verità. La verità è che io sapevo che sareste arrivati -si, proprio così! Sto parlando di te e di quei ragazzini- e sapevo che quella ragazza ci avrebbe condotti da voi".
 Eric rimase spiazzato, il ragazzo che gli aveva fatto visita pochi istanti prima gli aveva detto un sacco di cose inutili, ma doveva aver tralasciato di avvertirlo che lo scopo della retata nel bosco era proprio catturare loro, o perlomeno uno di loro. Lui.
 Si chiese quante possibilità ci fossero che il ragazzo non ne fosse a conoscenza, ma non seppe darsi risposta.
 Nikolas si aggiustò la divisa e ricominciò a parlare "Vedi, qui comando io ma, come tutti, anche io rispondo agli ordini di qualcuno. Questo qualcuno mi ha avvertito che dei forestieri sarebbero giunti in queste terre e che io avrei dovuto catturarli. Questa è la mia missione, il mio scomodo incarico. Non è nostra intenzione farvi del male, vogliamo solo scoprire come avete fatto ad arrivare 'qui'. Perciò ora ci sediamo e tu mi racconti tutto."
 "Lo farei molto volentieri" rispose Eric sedendosi di nuovo sulla branda di legno "ma non ho la più pallida idea di cosa tu stia parlando".
 Nikolas si sedette al suo fianco e attese qualche istante, si voltò verso di lui e sorrise. "Ne sono certo. Amnesia immagino. Ma non ti preoccupare, abbiamo i nostri metodi per far recuperare la memoria ai prigionieri" detto questo si alzò nuovamente ed uscì dalla cella. Il gigante lo seguì silenziosamente.
 Rumore di chiavi. Rumore di passi. Silenzio. Eric era di nuovo solo.


mercoledì 26 gennaio 2011

Incontri

 Il fatto che uno si trovi a dover affrontare una situazione straordinaria -e per straordinaria si intende solo qualcosa che esca dall'ordinario, niente di più- non significa che automaticamente quel qualcuno sia in grado di sopportarne lo stress.
 Ragioniamo un attimo sulla cosa. Siamo finiti in chissà quale modo su chissà quale mondo che per una qualche strana ragione assomiglia ad una versione riveduta e corretta del nostro periodo medievale. Dove creature mitologiche e credenze popolari antiche sono la normale realtà. Dove la gente va in giro con arco e freccia e prende di mira i primi sprovveduti che hanno l'ardire di teletrasportarsi qui. Sì, ho detto 'teletrasportarsi'. Già perché pare sia questo il sistema con il quale siamo arrivati qui -ammesso che questo 'qui' esista realmente- perché assomiglierà in tutto e per tutto al medioevo, ma qui la gente si teletrasporta -oltre ovviamente a girare con i suddetti archi e con le suddette frecce. Lasciate che lo ripeta: la gente si teletrasporta. Ehi Enterprise, qui ce ne sono 5 da teletrasportare... una cosa del genere, solo senza l'astronave strafighissima e senza i pigiamini colorati imbarazzantissimi. Alla fine è così che uno si immagina il teletrasporto. Una pedana, una console, lo sfigato di turno che preme un pulsante, la nebbiolina dorata a forma di tubo -et voilat- ti trovi a mille miglia dalla superficie terreste. E invece no, siamo ancora sulla superficie, ma non la nostra cara, vecchia e inquinata superficie. No, siamo 'qui' dove la gente ti tira le frecce, si trasforma in lupi o appicca il fuoco con la sola imposizione delle mani.
 Uno potrebbe chiedersi quale sia la connessione tra queste cose -ed è quello che sto cercando di fare- ma al massimo riuscireste a cavarne un mal di testa colossale. La cosa assurda è che il fuoco non lo appicca uno stregone canuto col cappello a punta e il bastone di legno in mano, bensì il mocciosetto che fino all'altro ieri tenevo con la testa infilata nello scarico del cesso.

 Che poi su questo punto bisogna spenderci un paio di parole. Elliot è un ragazzino fortunato di quelli che hanno una famigliola perfetta con una casetta perfetta con sul vialetto parcheggiata una macchina perfetta. Niente di più diverso da me e da quella che è la mia vita domestica. Me ne rendo conto solo ora che alla fine la cosa che più mi dava urto in quel ragazzino era la sua totale e inconsapevole tranquillità. Quella felicità semplice e quasi indesiderata che a me non è stata concessa. Una famiglia come la sua la si trova di solito con la faccia stampata sulle cartoline di benvenuto nelle città o sulle brochure delle agenzie immobiliari -e guarda caso sua madre fa l'agente immobiliare.
 Alla fine Elliot non è tanto diverso da me, solo che la vita non l'ha messo nelle condizioni di essere in grado di gestire una situazione del genere. E qui torniamo all'incipit del capitolo: come fa una persona normale a gestire una situazione anormale? La risposta è semplice: non lo fa! Il più delle volte esplode, e non nel senso che da fuoco al primo bosco che gli capita sottomano. No, quello diciamo è più un effetto collaterale. Uno esplode coi nervi. Cede. Si dispera in maniera insensata. E già che c'è fa esplodere altra roba. Ecco, crisi di nervi e super-poteri sono cose che non possono andare a braccetto. Ve lo immaginate Superman che perde il senno perché imbottigliato in mezzo al traffico? Ci avevano anche fatto un film su una super-eroina che veniva scaricata dal fidanzato e dava di matto... Ecco, diciamo che è il caso di evitare una situazione del genere.
 Ok ok, lo ammetto, un minimo mi sento in colpa. Non che sia del tutto colpa mia se siamo finiti qui, ma tutto sommato esiste la remota possibilità che la mia irresponsabile avventatezza possa averci condotti qui. In un certo senso mi sento responsabile della vita di questi miei compagni improvvisati. E' per questo che mi sono dato tanta pena per salvare Lara e perché farò di tutto per andare a salvare quell'idiota di Peter che si è fatto rapire insieme al professore -idioti.

 Elliot ha bisogno di qualcuno che lo sorregga in questo momento. Un po' per evitare che diventi un pericolo per se e per chi gli sta intorno -ad esempio per me- un po' perché a conti fatti queste sue nuove abilità ci possono fare estremamente comodo durante la missione che stiamo per intraprendere. C'è bisogno di qualcuno che lo guidi e lo aiuti a scoprire e controllare il suo potenziale e quel qualcuno non può essere nessun altro se non io.
 Vivere in una situazione di costante allerta mi ha dato la capacità di comprendere le persone e le loro intenzione semplicemente guardandole. Nel mio zaino porto sempre l'occorrente per il pronto soccorso e per la 'sopravvivenza spicciola', ovvero quelle piccole cose che ti permettono di cavartela in qualsiasi situazione imprevista. Eredità di quella triste parentesi della mia vita in cui fui costretto a fare lo scout... ma su questo argomento stendiamo un velo pietoso.
 Questo è solo per dire che dalla vita mi aspetto sempre il peggio e cerco di farmi trovare preparato. Una dote di cui adesso abbiamo molto bisogno e che, insieme ai poteri di Elliot potrebbero tirarci fuori da questo impiccio -ammesso che esista un modo per cavarsela.
 Va bene, va bene. Non è questo l'unico motivo per cui ieri sera sono andato a trovare Elliot. E' che un po' lo sto rivalutando. Una volta superata la naturale repulsione per gli sfigati come lui, scopri che non è poi così malaccio. In realtà riesce anche ad essere simpatico. Certo, a modo suo, però potrei anche considerare l'idea di stringerci amicizia.
 Non sarebbe male per una volta avere al fianco una persona che stia con te per sua scelta e non per paura delle eventuali ritorsioni. Diciamo che potrebbe essere un piacevole diversivo.

 Ora, lasciando da parte tutti questi vaneggiamenti su Elliot e sui miei immeritati sensi di colpa, resta il fatto che c'è una missione da portare a termine e, non per ripetermi, ma qui la gente ti tira addosso le frecce. Quanto meno dalla nostra abbiamo i lupi che, a quanto mi dicono, sono temuti anche da queste parti. Inoltre con questi particolari lupi ci si può anche parlare, basta solo cercare di non ridere sulla loro statura, ma per il resto sono amabilissimi.
 Si sono costruiti questa città-fortezza al riparo dal mondo esterno per non dover convivere con la repulsione e l'odio che gli umani gli tributavano. In un certo senso mi sento anche troppo vicino a loro. Sarà forse per questo che mi trovo così a mio agio in mezzo a loro. Girando per il mercato, parlando con la gente, vagando per le vie del borgo... per la prima volta in vita mia mi sono sentito veramente a casa. Loro ci aiuteranno e di sicuro non ci abbandoneranno e, qualora non riuscissimo a trovare un modo per tornare a casa, penso che non mi dispiacerebbe rimanere a vivere qui. No! Ho promesso ad Elliot che lo avrei aiutato e ci avrei riportati tutti nel nostro mondo e, anche se fatte ad un idiota, le promesse vanno onorate.
 E poi c'è Kaila. Ok, non c'entra nulla col discorso, però da quando l'abbiamo incontrata ogni tanto mi ritrovo a pensare a lei senza alcun motivo apparente. In pratica si potrebbe dire che se siamo in mezzo ai guai sia colpa sua -a riprova del fatto che non dovrei assolutamente sentirmi in colpa- però ogni volta che la vedo mi si forma un nodo in gola. La stessa sensazione che si prova quando si mangia troppo di fretta e qualcosa ti si blocca a metà via tra la gola e lo stomaco. Tu di dai una serie di colpi furiosi sul petto, ma quel boccone non va né su né giù! Non ti stai strozzando, però senti quel fastidioso senso di oppressione dietro lo sterno che ti fa impazzire.
 Ti prende all'improvviso, senza che te lo aspetti. Tu sei lì che cerchi di spiccicare due parole e quelle ti muoiono in gola, ti si confondono, si perdono. Probabilmente quella ragazza penserà che sono un idiota, o peggio ancora, un timidone. Vorrei prenderla a pugni solo per il gusto di cancellare quel sorrisino imbarazzato che le si stampa sulla faccia ogni volta che rimaniamo in silenzio. Di occasioni ce ne sono state, ma puntualmente me ne sono rimasto lì impalato a fare il deficiente.

 Prendiamo ad esempio stamattina. Stavo cercando Holtz, il tipo che ci ha salvato dal novello Robin Hood che ci inseguiva, per chiedergli informazioni sul conto della magia. Ho promesso ad Elliot che lo avrei aiutato, ma sinceramente non avevo proprio idea di dove iniziare. Non avendo a disposizione un computer, e dubitando fortemente che comunque avrei trovato informazioni utili su Wikipedia, ho pensato di rivolgermi a qualcuno del posto che sapesse indirizzarmi. Insomma, chiedo in giro di questo Holtz e vengo indirizzato da un simpatico mercante verso l'ospedale -a proposito, se passate da queste parti e vi fermate a mangiare, lo Shurap è ottimo, ricorda molto il cous-cous, ma evitate come la peste il Rabilh... mai mangiato nulla di più orribile! Sa di pesce marcio infilato in un calzino usato da più di una settimana da qualcuno affetto da una grossa disfunzione alle ghiandole sudoripare. Non mi sono fermato ad indagare sulla ricetta.
 Arrivai all'ospedale in tarda mattinata. Rispetto alla sera prima c'era un via vai di gente incredibile e all'interno era possibile vedere lo stesso tipo di frenesia tipica di un pronto soccorso nostrano. Mi recai al banco dell'accettazione per chiedere di Holtz quando la porta che dava sui locali di ricovero si spalancò con una furia incredibile e una ragazza ne schizzò fuori. Ci misi un po' a riconoscerla per via del suo strano abbigliamento. Oddio, non che fosse strano, solo un po' inusuale. Evidentemente anche a lei i Nani avevano fornito degli abiti puliti, e lei li aveva persino indossati. Quasi d'istinto mi venne da chiamarla: "Ehi Kaila, dove corri?"
 Lei si bloccò all'istante e si voltò verso di me. In quel momento ho avuto come l'impressione che il mondo si spegnesse. Non del tutto, solo il volume. Come quando ricevi una telefonata e togli l'audio al film che stanno dando in TV per poter rispondere. Neanche mi accorsi che si stava avvicinando. O meglio, me ne accorsi, ma non credevo fosse reale. Era come se un faro illuminasse solo lei che camminava al rallentatore verso di me. Niente suoni, niente rumori, niente voci. Solo quegli splendidi occhi verdi e quel sorriso luminoso in una splendida cornice di capelli ricci e neri come la notte. Ok, sto decisamente male. Anche solo a ripensarla mi viene il magone. Mi si attiva il gene della poesia che di solito faccio di tutto per mantenere accuratamente spento. Ammettiamolo, Kaila è una bella ragazza. Forse a scuola ce ne sono di più carine, ma nessuna ha quel sorriso, quegli occhi e quello splendido incedere delicato... AAAAAHHHH! Stupido gene della poesia! Spegniti!
 Sta di fatto che una volta arrivata di fronte a me, il cervello mi è letteralmente andato in pappa! Ho cercato di parlare, ma credo mi siano uscite dalla bocca solo delle sillabe sconnesse e probabilmente sono anche arrossito. Che figuraccia!

 Alla fine riuscii ad articolare qualcosa del tipo 'hai per caso visto Holtz?' ma con in mezzo molte ma molte più consonanti e vocali buttate lì a casaccio. Quando nominai Holtz il suo sguardo si velò di tristezza e accennò a chinare il capo. Per un attimo pensai che la tremenda onta di averle arrecato tristezza andasse lavato col sangue -il mio sangue- ma per fortuna durò soltanto un attimo. Lei si riprese quasi subito e mi mostrò nuovamente il suo raggiante sorriso. Iniziò a parlarmi con quella sua voce melodica, i capelli corti che danzavano dolcemente sulla sua testa, le sue labbra carnose e vermiglie che si muovevano sinuosamente, i suoi occhi ambrati che mi fissavano con quel meraviglioso sguardo penetrante -ok, mi sono completamente arreso al gene della poesia, tanto non riesco a controllarlo. Ero completamente annientato da tutta quella bellezza che quando finì di parlare mi resi conto di non aver ascoltato neanche una parola di quello che aveva detto.
 Mi guardò intensamente come per chiedermi se avevo capito e l'unica cosa che riuscii a pensare era che se non le davo subito un bacio avrei rischiato di esplodere. Non la baciai -non sono ancora così perduto- né tantomeno esplosi. Biascicai qualcosa di incomprensibile che nella mia mente doveva suonare come un 'Ok, grazie!' così lei si sentì soddisfatta, mi salutò e se ne andò per la sua strada.
 Rimasi a fissare per qualche minuto il punto della porta dalla quale era uscita e alla fine riuscii a riprendermi. Tutte le funzioni neuronali tornarono a pieno regime e riuscii nuovamente a connettere i pensieri. Quello che ne uscì fuori fu: 'Cavolo, ancora non so dove trovare Holtz!'
 Mi voltai verso il tizio seduto dietro il banco dell'accettazione e gli chiesi: "Ehi amico, hai per caso sentito quello che mi ha detto la ragazza mora?" quello fermò la mano che scriveva freneticamente sul registro e lentamente alzò lo sguardo verso di me. Non che fosse possibile fare un paragone, ma se lo sguardo di Kaila era il Paradiso, quello del nano era l'Inferno. Mi fissò con un'aria imbronciata, seccata e annoiata allo stesso tempo. Il suo naso adunco sembrava indicarmi con fase accusatorio e alla fine, quando parlò, ogni lama sembrò un rasoio tagliente e arroventato: "Di un po', ti sembro forse una segretaria?"
 "Ehi, scusa. E' solo che... Ok, fai finta di niente"
 "Vedrò cosa posso fare"
 E con lo stesso identico movimento -solo in direzione contraria- abbassò di nuovo lo sguardo e riprese a scrivere.

 Passai quasi tutto il giorno a vagare per la città, ogni volta che abbassavo lo sguardo e cercavo di non pensare a nulla, il bel visino di Kaila mi si formava in mente. Ma si può? Mi sentivo -e mi sento- veramente ridicolo.
 Comunque, tornando ad Holtz, alla fine lo trovai, beh, più che trovarlo gli sono letteralmente inciampato addosso. Ero come al solito perso nei miei pensieri -e quindi sistematicamente pensavo a Kaila- quando da un angolo mi sbuca davanti guardando dall'altra parte e mi arriva diritto addosso. Anche lui stava cercando me, voleva informarmi della riunione che si terrà stasera e mi chiese di avvisare anche Elliot. Elliot... uhm, mi dice qualcosa questo nome... Non è una battuta, li sul momento mi ero proprio dimenticato del perché stessi cercando Holtz. Continuavo a vagare per il borgo cercandolo solo perché quello era l'unico pensiero al di fuori di Kaila che riuscissi a focalizzare.
 "Senti, a proposito di Elliot, ti volevo chiedere alcune cose."
 "Dimmi pure" fece lui "cosa gli è successo?"
 "Beh, non è che gli sia proprio successo qualcosa, anzi, sarebbe più corretto dire che è lui che fa succedere delle cose."
 Il cervello non mi era ancora tornato del tutto in funzione, e quindi vedevo la faccia perplessa di Holtz mentre io cercavo di raccapezzarmi tra i miei pensieri confusi.
 "In che senso fa succedere delle cose?" mi chiese. Aveva uno sguardo molto paziente. Sembrava una persona estremamente matura, nonostante mi arrivasse a stento all'altezza delle spalle.
 "Beh, cose... cose magiche... tipo accende il fuoco" e qui penso di essermi giocato ogni parvenza di serietà perché Holtz iniziò a guardarmi come io di solito guardo la mia bisnonna. Non è che abbia nulla contro nonna Becka, solo che ormai si è completamente rimbambita.
 "Capisco, accende il fuoco, questa è una dote decisamente notevole, ma in che modo potrei esserti utile?"
 "No no, non mi hai capito, non è che accende il fuoco come fanno gli scout -Non sai cosa siano gli scout? Sei una persona estremamente fortunata- comunque lo accende col pensiero... per magia" ecco la parola che che proprio non mi veniva in mente... Magia. "Si insomma, da quando siamo arrivati Elliot sa usare la magia."
 Questa mia ultima affermazione deve avermi fatto riguadagnare qualche punto, perché Holtz tornò ad essere serio.

 "Beh, questo è abbastanza insolito. Vi verrà spiegato meglio stasera, ma voi in teoria non dovreste essere in grado di utilizzare la magia. Cos'ha fatto di preciso?"
 "Beh, ieri ha fatto esplodere un vaso nella sua stanza e ieri notte ha appiccato l'incendio oltre il quale ci siamo incontrati, ah, e credo sia stato sempre lui a teletrasportarci qui" Holtz iniziò a sembrarmi decisamente preoccupato così mi sentii in dovere di rassicurarlo "Però adesso lo controlla, o meglio. Lo controllicchia. Adesso riesce ad accendere le candele solo avvicinando la mano allo stoppino. Abbiamo fatto pratica per tutta la notte."
 Si grattava il mento. Classica posa di chi sta riflettendo. Alla fine sembrò giungere ad una semplice conclusione. "Beh, tralasciando la parola 'impossibile' che con voi sembra essere quantomai inappropriata, devi sapere che la magia è una sorta di energia che fa parte della natura. A volte, alcune persone particolarmente dotate, sono in grado di domarla quasi istintivamente. Mettiamo che questo sia il caso di Elliot, allora sarà in grado di gestire una piccola quantità di incantesimi elementali" prese un attimo fiato per vedere se il concetto aveva un qualche significato per me e, no, non ce lo aveva, quindi continuò con la spiegazione "per elementali intendo quegli incantesimi basilari che partecipano delle energie degli elementi -acqua, aria, fuoco e terra- quindi si, potra accendere fuocherelli, congelare pozzanghere o cose simili, ma dovrà imparare a controllarsi..."
 "Oh, a questo ci penso io..." risposi tutto entusiasta, ma poi mi resi conto che non mi aveva fatto nessuna domanda e che io mi ero limitato ad interromperlo "...scusa, continua".
 "Dicevo, che dovrà imparare a controllarsi, ma se vorrà progredire, dovrà imparare anche le formule magiche. Qui in città ci sono diversi stregoni a cui..."
 "Non ce ne sarà bisogno" lo interruppi di nuovo. E' che la mia soglia di attenzione per i discorsi troppo lunghi scema dopo pochi secondi. "Le formule ce le ha già".
 "In che senso 'le formule ce le ha già'?" mi chiese incuriosito
 "Beh, non so come spiegarlo, ma ogni tanto, quando siamo in situazioni particolari, è come se perdesse il controllo, inizia a parlare in una lingua strana e poi succedono delle cose... cose magiche ovviamente".
 "Ragazzo mio, se già il fatto che il tuo amico sappia usare la magia è strano, quello che mi dici ora rasenta l'assurdo. Sarà bene parlarne con il consiglio stasera, loro sapranno aiutarlo meglio di quanto possa fare io".

 Detto questo semplicemente se ne andò senza voltarsi. A pensarci adesso mi pento fortemente di avergli raccontato quelle cose. Non vorrei aver condannato Elliot ad essere un fenomeno da baraccone o, peggio ancora, una cavia da laboratorio.
 Finora ci sono stati tutti molto vicini, sono stati amichevoli e ci hanno aiutato in tutti i modi, quindi esiste la possibilità che Elliot non sia in pericolo e che, anzi, sia capitato nel posto giusto, ma credo che lo scopriremo solo stasera. Una riunione con tutti gli anziani del villaggio. Suona molto serio come avvenimento. Sarà un problema perché dubito fortemente di riuscire a mantenere la serietà e l'obiettività di cui avrò bisogno. Non che abbia problemi a parlare in pubblico, di solito quando parlo la gente mi ascolta attenta e in silenzio, ma di solito non c'è Kaila al mio fianco.