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sabato 25 dicembre 2010

Christmas Special

Questo è il mio personale regalo di Natale per tutti quelli che finora mi hanno seguito e mi hanno sostenuto. Con questo capitolo vorrei inaugurare una serie di storie slegate dalla trama principale e che narrano vicende secondarie o comunque incentrate su personaggi minori. Prendendo spunto dagli speciali del Doctor Who spero di riuscire a regalarvi un capitolo speciale per ogni ricorrenza. Di volta in volta cercherò di trovare le storie che meglio si adattano alla festività di turno. Ovviamente questi capitoli non verranno inseriti nell'indice dei libri che man mano si alterneranno, però sono sicuro che troverete queste storie farcite di piccoli rimandi che di volta in volta approfondiranno alcuni aspetti del romanzo che stiamo leggendo. Per questo primo speciale ho scelto di dedicarlo ad uno dei personaggi più importanti della mia storia che però per forza di cose è ben lungi da essere un protagonista: Jonah!

Detto questo vi lascio alla lettura e vi auguro un Buon Natale. Non posso promettere nulla, ma se ce la faccio avrò modo di farvi anche gli auguri di Buon Anno ;-)


Un Regalo Inaspettato

La bufera imperversava e si insinuava in ogni crepa della porta di legno. I cardini erano allentati, quindi ogni raffica di vento la faceva sbattere come se qualcuno stesse cercando di buttarla giù con violenza. La fiamma nel focolare si faceva via via più debole e non c'erano più ciocchi per sfamare quel che rimaneva del fuoco. Jonah strinse a sé la pesante coperta di lana e si fece più vicino al camino. Se ne stava rannicchiato per terra a giocherellare con un pezzettino di carbone ormai privo di calore. Il freddo gli faceva battere i denti e stridere le ossa, sentiva il gelo intorpidirgli l'anima. Accanto a lui l'ultimo barattolo di ciliege sotto zucchero. Una ciliegia solitaria galleggiava in poche dita di sciroppo.
Jonah si era da poco trasferito ad Hangwick, la città dei maghi, dove tutti i novizi dovevano terminare il loro addestramento sul campo. Era appena uscito dalla scuola di magia, non con il massimo dei voti, ma se l'era cavata. La sua massima aspirazione era quella di passare le sue giornate a prendersi cura dei libri della biblioteca di Elengar, ma le sue capacità non arrivavano a quel livello. Il suo maestro e mentore l'aveva fatto entrare nel programma di addestramento per i maghi cerusici. Se tutto fosse andato per il meglio sarebbe finito in uno dei tanti fronti di quella guerra secolare a curare ferite e a rinsaldare ossa rotte.
Era arrivato nella città dei lupi sul finire dell'estate, mentre i corsi sarebbero iniziati con l'autunno. La casa in cui viveva era poco più di una topaia ed era appartenuta ad un ramo della sua famiglia che non aveva mai conosciuto. Era stato affidato ad una zia della cugina di terzo grado del nipote della sorella di sua madre. Una vecchina silenziosa e pigra che passava le sue giornate stravaccata sulla sedia a dondolo a dormire russando o, in rari casi, a dormire senza russare. Ad ogni fragile respiro della donna, la sedia emetteva un leggero cigolio e ondeggiava lenta sul pavimento. Quel rumore ritmico e sgraziato era una tortura per il povero apprendista che non ricordava più cosa si provasse a svegliarsi dopo un'intera notte di riposo.

Il freddo era arrivato di soppiatto. Si era intrufolato progressivamente da ogni porta della città e aveva agitato il vento per quelle strade senza alberi e senza ripari. Jonah pensava che, sopravvissuto ai gelidi inverni di Elengar, non avrebbe mai più affrontato la sensazione tremenda di quando il sangue non raggiunge più le estremità. Come se un centinaio di formiche carnivore della Valle di Assua avessero iniziato a banchettare sui palmi delle sue mani. Era contento di essere fuggito dalla vetta di quella montagna altissima con le sue ancor più alte torri, ma non poteva immaginare che, tutto sommato, potesse esserci di peggio.
Il peggio era il vento. Le alte mura di Elengar erano uno scudo efficientissimo contro le intemperie. Hangwick aveva delle basse mura, ma soprattutto si trovava al centro di una delle valli più ventose della regione, con solo una piccola collina ad est a proteggerli dalle correnti. E il vento spegne i focolari, frusta le case strappandogli via brandelli di tepore, neanche il sole riusciva a infrangere quella cortina di gelo che ammantava la città.
Il peggio era il ghiaccio. I pesanti stalattiti che trasformavano l'umidità e le intemperie in spade di ghiaccio minacciose. Le lisce e scivolose lastre che ricoprivano le strade ampie rendendole teatri di buffe cadute e goffi giochi di equilibrio. Jonah aveva ancora i postumi del suo ultimo che lo aveva visto scivolare davanti alla bottega del panettiere e arrivare dolorante fino alla piazzetta del fontanile che ovviamente era completamente ghiacciata e piena di gente pronta ad irriderlo.

Il freddo non era solo nell'aria, ma anche negli animi della gente. Jonah non poteva certo dire di essere stato accolto in pompa magna, anzi, difficilmente qualcuno si era accorto del suo arrivo. Era solo un'altra tunica col cappuccio calato fin davanti alla bocca che ogni giorno prendeva parte alle esercitazioni nel bosco. Nessuno si rivolgeva a lui. Nessuno si voleva esercitare con lui. Nessuno voleva avere a che fare con lui.
Un giorno di fine novembre, come tutte le mattine, si recò nella piazzetta del fontanile al centro della città. Di solito si riunivano lì tutti i novizi per poi raggiungere i campi di addestramento nel bosco sulla collina. Tutti stavano fermi e in silenzio, in piedi in file ordinate in attesa del Capo Mastro, ma non quella mattina. Gruppetti disordinati parlottavano agli angoli della piazza. Discutevano di tattiche e strategie, ridevano e scherzavano e, all'occasione, guardavano storto il povero Jonah. Ormai c'era abituato a quel tipo di accoglienza, quello a cui invece non sapeva dare una spiegazione era quell'insolito 'disordine'.
Il Capo Mastro arrivò con un discreto ritardo e portò con sé un cesto pieno di pacchetti. Salì lentamente sul podio posto di fronte alla piazza e iniziò a squadrare tutti i ragazzi presenti. Come per magia tutti i ranghi si serrarono nuovamente. Le file ordinate a cui Jonah era abituato si ricomposero. Il silenzio scese grave sulla piazza.
Qualche colpo di tosse sporadico rompeva lievemente la stasi di quel momento in cui il Capo Mastro continuava a fissare i suoi allievi. "Oggi, come ogni anno, si terrà la Corsa di Fine Autunno" disse l'uomo. "Formerete delle coppie, ognuna delle quali riceverà uno di questi pacchetti. All'interno c'è un bastoncino. Ogni coppia sarà legata tramite un sigillo al bastone. Se un membro della coppia si allontana per più di dieci passi dal compagno, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia cadrà a terra, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia urlerà, il bastone si spezzerà. La prima coppia che raggiungerà l'altro lato della collina con il bastone ancora intatto avrà vinto."
Il Capo Mastro aspettò qualche secondo prima di ricominciare a parlare. Fissò uno ad uno tutti i ragazzi soffermandosi con sguardo severo su quelli che ghignavano silenziosamente. Solo Jonah sembrava turbato dall'evento. Il numero di novizi era dispari, quindi lui sarebbe stato escluso, o peggio ancora avrebbe dovuto fare coppia con il Capo Mastro. La voce tonante riprese il suo discorso dal podio. "Quest'anno come premio per i vincitori ci sarà una sorpresa. Qualcosa che sono sicuro non vi aspettereste mai. Per tutti gli altri invece ci sarà una settimana di lavori forzati alla miniera di Shurbi."
Jonah era disperato. Odiava i lavori manuali, ma ancora di più odiava correre. Era goffo e impacciato nei movimenti. Difficilmente sarebbe arrivato sano al momento della punizione. Inoltre avrebbe dovuto affrontare il tutto da solo. "Ora formate le coppie, ognuno scelga il proprio compagno". Di male in peggio, oltre al danno anche la beffa e l'umiliazione di rimanere da solo senza un compagno. Nessuno lo avrebbe scelto. Jonah non osò alzare la testa, quando all'improvviso la sua perfetta visuale del pavimento lastricato della piazza fu coperta dal grigio rossastro di un'altra tunica. Due piedi esili spuntavano da sotto il mantello. Chiunque fosse se ne stava proprio piantato di fronte a lui. Alzò lentamente lo sguardo fino ad incontrare quello di una ragazza dagli occhi ambrati e i capelli lisci e chiarissimi, quasi dorati, che morbidamente le si adagiavano sulle spalle. "Mi chiamo Neja" disse la ragazza. "Ti andrebbe di fare coppia con me?" concluse la frase con un sorriso dolcissimo. Jonah ci mise un po' a riscuotersi. Continuò a perdersi in quegli occhi del colore del miele senza riuscire a proferire verbo. Muoveva la bocca come per articolare qualche suono ma nessuna parola ne veniva fuori. "Sono l'unica ragazza del gruppo, nessuno mi sceglierà perché mi considerano un peso. A quanto pare anche tu sembri essere lasciato in disparte, quindi perché non fare coppia?". Jonah rimase imbambolato per qualche secondo e alla fine riuscì a pronunciare un flebile ed incerto "V-va bene".

A turno le coppie passarono davanti al podio dove il Capo Mastro consegnò loro uno dei pacchetti sul quale impose il sigillo. Neja spiegò a Jonah che quella gara serviva a rinforzare il legame tra i maghi. Per natura gli stregoni sono schivi e solitari, ma in guerra devono sapersi amalgamare con l'esercito. La corsa aiuta a sviluppare la fiducia nel prossimo e lo spirito di squadra.
Quando fu la loro volta di ricevere il pacchetto, il Capo Mastro li squadrò per un attimo e poi sorrise scuotendo la testa. Non erano di certo la coppia meglio assortita, ma lo scopo del gioco non era vincere, bensì unire i maghi. Tutte le coppie con relativo pacchetto si ridisposero sulla piazza in file ordinate. Indossarono i cappucci per coprire i loro sguardi tesi. Jonah aveva in custodia il bastone e Neja stava in piedi al suo fianco. Il ragazzo fissava la scatolina con ansia pensando alla sua nuova amica. Ora si sentiva responsabile anche per lei. Frustrato. Sapeva perfettamente di non essere in grado di correre. Figuriamoci battere gli altri in una gara di velocità. Avrebbe condannato la sua compagna ad una settimana di lavori forzati. Si fermò un attimo a riflettere sul fatto che tutto sommato non sarebbe stato male rimanere da solo.
"Al suono delle campane la gara avrà inizio" tuonò il Capo Mastro che con un sorriso aggiunse "Vi auguro buona fortuna. Che vincano i migliori".

I rintocchi del campanile arrivarono puntuali e strazianti e tutti insieme scattarono verso le porte della città. Già dai primi passi, Neja e Jonah si ritrovarono in coda. Neja era agile abbastanza da tenere il passo con gli altri, ma Jonah era appesantito da qualche chilo di troppo e penalizzato dai lunghi anni di pigrizia e di poco movimento. Arrivati al cancello Jonah aveva già il fiato corto e la fronte imperlata di sudore.
La corsa si rivelò ad ogni passo più ostica. Ormai avevano imparato a conoscere i sentieri di quella collina, ma la distrazione e il manto di foglie dei colori dell'autunno che ricoprivano e nascondevano le radici degli alberi, rendevano la salita assai complicata. Jonah rischiò di cadere diverse volte, ma Neja si rivelò molto paziente e abile nel sorreggerlo.
Le difficoltà aumentarono quando il bosco si riempì di incantesimi che volavano da una parte all'altra. Tutti i partecipanti cercavano di far cadere gli avversari. Effettivamente l'uso della magia non era stato vietato dal Capo Mastro, ma Jonah non aveva neanche il fiato per pronunciare una qualsiasi formula. Neja aveva imposto uno scudo discretamente potente su di loro che li metteva al riparo da palle di fuoco e sferzate di vento. In breve tempo però non ci fu più nessuna magia dalla quale difendersi visto che tutti gli altri avevano letteralmente seminato i due.
"Non ti arrendere!" disse la ragazza. "Ce la puoi fare. Devi credere di più nella tua forza". La voce di Neja aveva il potere di scaldare l'anima di Jonah. Assunse uno sguardo deciso e risoluto. I due si fissarono e Neja gli sorrise di nuovo. Ce la poteva fare. Diede a Neja la scatola e prese un pezzo di carta dal suo tascapane. Lo tagliò in due e con una piuma d'oca riempì le due metà con una scrittura minuta e fitta. Come inchiostro aveva usato il suo stesso sangue. Quando ebbe finito piegò a metà i fogli e pronunciò alcune parole sottovoce. I fogli si illuminarono e divennero di colore rosso scuro.
"Cosa stai facendo?" chiese Neja.
"Non sono un bravo mago, ma se c'è una cosa sulla quale sono infallibile sono i sigilli" disse Jonah porgendo a Neja uno dei due foglietti. "Questo piccolo sigillo cancellerà ogni segno di fatica e ci darà un equilibrio degno di un funambolo. Purtroppo durerà solo qualche ora, ma dovrebbe essere sufficiente per farci vincere la gara". Per la prima volta Jonah si sentì all'altezza della situazione e sorrise orgoglioso di fronte al suo sigillo. Neja prese il pezzo di carta e lo ripose nel tascapane insieme alla scatola col bastone. Una sensazione di tepore inebriò i loro corpi come una calda coperta. Ogni dolore dovuto alla stanchezza sparì all'istante. Erano pronti a combattere. Erano pronti a vincere.

Forti del sigillo, Jonah e Neja corsero come il vento tra i tronchi quasi spogli delle possenti querce. In breve raggiunsero il resto del gruppo. Scartavano velocemente tra radici e incantesimi come se fosse la cosa più banale del mondo. Ridevano di cuore divertiti da quella loro potenza. Imprecazioni si alzavano al loro passaggio e riempivano di orgoglio i due campioni.
Arrivarono in cima alla collina in un baleno. Si presero anche il tempo di rinfrescarsi in una piccola polla d'acqua nascosta in una radura. Erano pronti per rigettarsi nella gara. La discesa rendeva i loro passi più veloci ma non meno sicuri. Sentivano la vittoria tra le mani. Il vento aveva tolto loro il cappuccio e i capelli di Neja brillarono nell'ultimo sole autunnale. Jonah si sentiva felice e parte di qualcosa. Forse quel periodo buio della sua vita era finalmente finito. Il pensiero lo accompagnò per quasi tutto il percorso, finché un dolore lancinante al ginocchio gli mozzò il fiato in gola. L'odore di carne bruciata gli riempì le narici. Il rumore dell'esplosione che lo aveva colpito gli rimbombò nelle orecchie. Il suo sguardo terrorizzato incontrò quello preoccupato della ragazza. Un istante lungo un'eternità in cui Jonah vide lentamente il terreno venirgli incontro. Il dolore fu dappertutto. Intenso e insopportabile. Piccoli sassi si conficcarono nelle braccia raschiando via la pelle. Jonah scivolò a testa in giù con il volto coperto dalle braccia insanguinate per diversi metri. Il silenzio calò sui due interrotto solo dal rumore secco del legno che si spezzava. Avevano perso.
Due ragazzi li superarono ridendo tra di loro. Uno dei due si girò verso Jonah mimando una voce femminile "Ohh, scuuusa!" Scoppiarono a ridere e si inabissarono nel folto del bosco. Jonah cercò di alzarsi da terra ma le braccia facevano ancora troppo male. Neja si avvicinò per dargli supporto. Era arrabbiata. Furiosa. Fissava con astio il punto dove i due ragazzi erano spariti, poi si voltò verso Jonah e si sforzò di recuperare il sorriso "Non ti preoccupare, non è colpa tua! Siamo stati una coppia formidabile". Quello sguardo intenso lasciò di nuovo Jonah senza parole. Era sincera. Ci credeva davvero.
Altre coppie li raggiunsero e li superarono mentre Jonah cercava di rialzarsi. Tutti ridevano vedendoli in terra. Jonah infine riuscì a rimettersi in piedi, si scrollò la terra dalla tunica e iniziò a zoppicare lentamente verso valle. "Avresti dovuto scegliere qualcun altro".
"Scherzi? Non mi sono mai divertita tanto come oggi. E ormai sono tre anni che vivo qui ad Hangwick."
"Ma adesso ti toccano i lavori forzati."
"Beh, ne è valsa la pena. Ho finalmente trovato qualcuno come me in questo posto di opportunisti e ipocriti."
Erano passate diverse settimane da quel giorno. Durante tutto il periodo dei lavori forzati, Jonah non era riuscito ad incontrare Neja neanche una volta.
Dopo quella vicenda non solo veniva evitato dagli altri, ma anche deriso e vessato. Più di una volta si ritrovò a fissare in ginocchio il terreno con le lacrime agli occhi e un forte dolore allo stomaco. Tutti a turno lo avevano picchiato solo per il gusto di farlo. La gara aveva raggiunto il suo scopo. I novizi non erano mai stati tanto uniti come nelle occasioni in cui se la prendevano con Jonah. Infine venne la bufera che rapì la città ricoprendola sotto una pesante coltre di neve.
Erano giorni che non riusciva neanche ad uscire di casa e il vento tormentava le sue notti. Tutto sommato preferiva quella vacanza forzata al costante senso di inadeguatezza che lo tormentava durante gli allenamenti.
Cercò di raggranellare quanta più forza aveva nelle gambe e si alzò col suo pezzettino di carbone stretto nel pugno. Andò alla porta e tracciò con esso pochi segni. Pronunciò una formula magica e d'improvviso il rumore del vento cessò. Il freddo allentò la sua morsa e Jonah fu persino in grado di lasciar cadere la coperta in terra. Sua zia era ancora profondamente addormentata sulla sua sedia a dondolo. Forse era il caso di portarla a letto. Non fece in tempo a fare due passi nella sua direzione che sentì bussare. Il sigillo che aveva appena imposto doveva bloccare il vento, quindi c'era davvero qualcuno davanti alla sua porta. Corse ad aprirla per mettere al riparo il povero avventore che aveva osato sfidare quella bufera, ma davanti all'uscio non trovò nessuno.
Jonah si affrettò a richiudere la porta, ma nel farlo abbassò lo sguardo e notò qualcosa adagiato sulla neve. Un pacchetto. Lo raccolse e guardò intorno per cercare di individuare chi lo aveva lasciato, ma non vide nessuno. Richiuse la porta e si avvicinò al camino. Perplesso aprì il piccolo pacchetto e dentro vi trovò un bastoncino spezzato in due parti con uno spago a tenere insieme le due metà. Oltre a quello, solo un biglietto con tre semplici parole: "Non ti arrendere".
Jonah sorrise. Non si sarebbe arreso.


giovedì 9 dicembre 2010

Hangwick



La pioggia può essere un'amichevole compagna di viaggio. Kaila iniziò ad apprezzare il ritmico sottofondo delle gocce che rimbalzavano sulla tettoia improvvisata costruita da Felz. Il loro viaggio era iniziato ormai da diverse ore, ma ancora non avevano raggiunto le pendici del monte Hoen. A vederlo dall'alto, quel mondo fatto di campi, foreste e corsi d'acqua sembrava così piccolo e irraggiungibile. Sul primo punto Kaila dovette ricredersi. Man mano che si avvicinavano cominciava ad avere l'idea delle immensità che le si paravano di fronte. Sul secondo punto, beh, dopo cinque ore di viaggio ancora non riuscivano a venire a capo di quegli interminabili tornanti, quindi sì, era decisamente irraggiungibile.
Le continue curve a gomito che si alternavano sotto le lente ruote del carro avevano iniziato a dare la nausea alla ragazza. Ad ogni tornante incontravano nuove fattorie, nuovi campi, nuovi profumi. Come la città di Elengar, anche l'intera montagna sembrava un immenso alveare dove le operose api procedevano nel loro incessante lavoro. La pioggia stava rendendo la strada impervia. Placidi rigoli d'acqua ghermivano la pigra terra battuta del sentiero trascinando a valle detriti e ciottoli. Ad ogni tornate piccole cascate si univano a formare quello che sembra un leggero torrente del colore del cioccolato. Quello allungato con il latte appena munto dalle mucche. Una prelibatezza che

nei giorni di festa
Ivan preparava per i figli sciogliendo in acqua calda quei pochi blocchi di cioccolato che riusciva a permettersi al mercato. Una bevanda tanto gustosa da rendere le fredde serate invernali più sopportabili.

Una leggera sensazione di fame colse Kaila all'improvviso. Non era esattamente fame. Qualcosa di più inusuale. Era golosità. Da giorni aveva come questa strana voglia di cose estremamente dolci. Ogni volta che il sorriso gentile tornava a far visita nei suoi sogni, al risveglio sentiva il richiamo della dispensa. Quella più in alto. Era lì che Ivan nascondeva le poche leccornie che entravano in casa. Le abitudini erano dure a morire, e il fatto che ormai sia Kaila che Felz fossero abbastanza alti da raggiungere quegli sportelli non aveva spinto l'uomo a trovare un nuovo nascondiglio per i dolciumi. Eppure non era il cioccolato ad attirarla. No, quello per tradizione si mangiava durante l'inverno con il latte caldo. Non avrebbe avuto lo stesso sapore preso così, senza tutto quel contorno familiare che rendeva le serate di festa tanto speciali. L'attenzione di Kaila veniva attratta dalle ciliege. Quelle sotto zucchero che lei e Felz preparavano in agosto, dopo la raccolta.

Era stata sua madre ad iniziare quella tradizione e Kaila trovava che il rito della preparazione delle ciliege fosse come un piccolo legame che la riportasse tra le braccia di quella donna da cui era stata separata troppo presto. E poi era troppo divertente stare lì ad aspettare il concerto di schiocchi che veniva dai tappi di latta una volta che il sole aveva sciolto tutto lo zucchero presente nel barattolo. Una volta Ivan le disse che quello era un vero e proprio sigillo. Come quelli che gli stregoni applicano alle magie per imporvi la loro volontà.

L'uso dei sigilli era una delle materie considerate più importanti tra quelle insegnate alla scuola di magia di Elengar. Kaila non riusciva a coglierne il fascino, pensava fossero solo una cosa buffa. Una superstizione. Eppure quel rito delle ciliege la mandava in estasi. Forse era quella la vera magia che si nascondeva dietro ai sigilli.



Aprì il suo grosso fagotto e ne trasse fuori un barattolo di ciliege. Era grande, ma era pieno solo a metà. Ultimamente il sogno del sorriso gentile si era ripetuto spesso. Allo sguardo perplesso di Felz, Kaila rispose con un sorriso imbarazzato. Si sentiva come quando da bambina veniva colta sul fatto mentre faceva qualche marachella. Il fratello però doveva trovare quello sguardo estremamente tenero, perché scoppiò a ridere e accarezzo la ragazza tra i capelli con affetto. Alla fine Kaila riuscì a vedere il mondo al di fuori dei confini del monte Hoen. Il barattolo no. L'ultimo tornante disse addio alle ultime ciliege pescate dai due affamati e golosi fratelli.

Il calore che quel succo provocava scendendo giù per la gola sciolse il ghiaccio che attanagliava l'animo della ragazza Evidentemente anche la lingua doveva essere in qualche modo congelata, perché man mano che le ciliege nel barattolo diminuivano, le chiacchiere tra i due aumentavano. Kaila iniziò a sentire la testa leggera, scevra da ogni tipo di preoccupazione. Un nuovo mondo si stava aprendo davanti ai suoi occhi e lei sentiva la necessita di assaporarne ogni singola goccia. Le domande si formavano da sole nella sua mente e lei non faceva nulla per trattenerle. Così iniziò a chiedere informazioni su ogni fattoria che incrociavano. Scoprì che in realtà non era necessario avere un bell'appezzamento di terra per poter coltivare in montagna. Molte fattorie infatti avevano grossi frutteti, altre invece si limitavano ad allevare animali. Quello che andava per la maggiore era l'ulivo. A quanto diceva Felz questo tipo di albero cresceva anche nelle condizioni più avverse e l'olio che se ne ricavava si vendeva molto bene e sul pane era un vero e proprio dono del cielo. Kaila rimase sorpresa del fatto che la loro fattoria fosse l'unica a coltivare il luppolo. A quanto pareva bisognava allontanarsi parecchio per trovare altri produttori di questa pianta così particolare. Questo aveva reso negli anni i loro affari molto prosperi.



La strada iniziò a stiracchiarsi abbandonando la monotonia dei tornanti. Il pendio si fece meno scosceso. Le fattorie diminuirono. Presto il percorso iniziò ad essere affiancato da grandi alberi con enormi chiome che formavano una sorta di galleria verde che forniva un minimo di riparo dalla pioggia. Il tamburellare incessante della pioggia divenne aritmico e il carro accelerò il passo. Erano finalmente giunti a valle. Felz identificò i grandi arbusti come castagni. Kaila adorava le castagne, ma non aveva mai visto da dove arrivassero. Si sporse dal carro per raccogliere un frutto da terra. "Ahi!" una piccola goccia di sangue si disegnò su uno dei polpastrelli della sua mano. "Quello è un riccio, fai attenzione perché punge. Se lo apri dentro dovresti trovare due o tre castagne" disse Felz. "Potevi dirmelo prima, ormai mi sono punta" rispose seccata Kaila mentre si succhiava la punta dell'indice. Felz scoppiò a ridere di cuore. Una risata contagiosa che alla fine riportò anche Kaila di buon umore. "Ho imparato qualcosa! D'ora in poi le castagne lascerò che sia tu a venirle a raccogliere" riprese la ragazza facendo la linguaccia al fratello.

Il viaggio continuò lieto e tranquillo verso est per tutto il pomeriggio. I due consumarono il pranzo a bordo del carro. Kaila aveva preparato il pane quella mattina e ne aveva portato con sé mezzo filone. Con un po' di cacio e qualche fico secco sconfissero la fame. Con un sorso di birra fecero strage della sete e della lucidità. Iniziarono a ridere per ogni sciocchezza. Kaila quasi cadde dal carro per le risate quando una farfalla si appoggiò tra i crespi capelli castani del fratello. Felz invece di scacciare l'insetto iniziò a schiaffeggiarsi la nuca. Era arrivato il momento di fermarsi, altrimenti sarebbero finiti dentro ad un fosso prima di riuscire a rendersene conto.

Col passare delle ore la pioggia si calmò. La luce iniziò a scemare. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Un gruppo di case comparve all'orizzonte. Non c'erano locande, le uniche coseche avevano era un recinto di animali ed una grande stalla. Chiesero ospitalità per la notte e gli furono concesse un paio di balle di fieno nella stalla da dividere con le avide mucche. Mentre Felz asciugava i cavalli, Kaila accese un piccolo fuocherello e iniziò a scaldare un po' d'acqua. Aveva con se fagioli secchi e cipolle. L'odore della zuppa si sparse per tutto il piccolo villaggio e in poco tempo i musi bavosi delle mucche furono sostituiti dai musi sbavanti degli abitanti. Kaila abbrustolì un po' di pane e qualcuno portò un po' di olio da versarci sopra. In breve fu allestito un piccolo banchetto. Felz aprì uno dei barili di birra che avevano sul carro e la festa ebbe inizio. Continuarono a cantare e a danzare fino a notte fonda. Il cielo si rischiarò e qualche stella fece capolino. Quello che dapprima era un fuocherello si trasformò in un falò e tutti intorno iniziarono a raccontare storie e aneddoti di vita vissuta.

Man mano che la birra si faceva strada nel loro sangue, le storie diventavano sempre più surreali. Quando Felz disse che erano diretti ad Hangwick tutti trasalirono e iniziarono a narrare storie di stregonerie e di mostri. Di fantasmi di luce e di lupi dalle sembianze umane. Kaila scoppiò a piangere a forti singhiozzi terrorizzata. L'alcol le faceva immaginare cose incredibili. Quando fuori dalla porta della stalla vide delle figure muoversi nell'ombra si rintanò tra le braccia del fratello. "Tranquilla, è solo il vento che muove gli alberi".

Alla fine tutti tornarono alle proprie case. Una coppia di anziani signori invitò i due giovani forestieri a dormire nella loro umile dimora. Dopotutto si sentivano un po' in colpa per aver spaventato la ragazza, e poi volevano sdebitarsi per la bella serata. Felz accettò l'invito e si caricò in braccio la sorella ormai pesantemente addormentata.



Il viaggio riprese al mattino di buon ora. La gentile coppia che li aveva ospitati offrì loro la colazione. Kaila però non riuscì a mangiare quasi nulla. Aveva un mal di testa lancinante. Sentiva di avere qualcosa in mente, ma non riusciva ad afferrarla. Come sigillata. Eppure doveva essere una cosa importante. Il sole era tornato l'unico proprietario del cielo. La luce forte ferì gli occhi sensibili della ragazza che dovette affondare il volto tra le mani per proteggersi. Le ci volle un po' per abituarsi. Alla fine però riuscì ad ammirare lo spettacolo. Una sterminata pianura. I grandi campi di grano ormai mietuto si estendevano a perdita d'occhio. Neanche un filo d'erba interrompeva il profilo piatto di quei campi. Solo la montagna di Hoen si ergeva ad infrangere quell'armonia. Kaila riuscì solo a pensare che le mancavano i castagni.

La marcia lenta del carro cullò la ragazza facendola sprofondare in ripetuti sogni agitati. Vedeva delle figure che si agitavano trasformarsi in lupi che poi la aggredivano. I sogni la spaventavano al punto che cercò di tenersi sveglia in ogni modo. Felz ad Hangwick c'era già stato, quindi si fece raccontare com'era. Aveva uno strano interesse per le locande, la ragazza voleva sapere quante ce n'erano e quanto costavano. Kaila non aveva mai dormito fuori casa e l'idea di pagare per un alloggio le faceva strano. D'altra parte però voleva organizzare una cosa simile all'interno della birreria, quindi cercò di capire cosa comportava e quanto ci potevano ricavare. Molte delle idee di successo che avevano messo in pratica nella taverna erano nate dalla mente di Kaila, quindi Felz non tralasciò nessun particolare. Le descrisse le vie dell'antico borgo, le raccontò dove avevano alloggiato e mangiato. C'era una buona birreria che faceva una particolarissima birra 'affumicata'. Era una birra chiara semplice al singolo malto. Di grano a giudicare dal retrogusto. Però al termine della fermentazioni mettevano le botti nelle stesse camere di affumicazione usate per produrre lo speck e il provolone. Una volta terminato il processo la birra risultava imbrunita e aveva un aroma molto particolare. Sapeva di inverno e di casa. Di focolare e di famiglia. Dava uno strano senso di nostalgia e di benessere. E inoltre faceva venire una voglia matta di salsicce.



Al calare del sole si trovarono nei pressi del fiume Koar. Da lì veniva la terra che aveva dato vita alla loro fattoria. L'inconfondibile odore di limo le fece venire nostalgia di casa. Felz decise di accamparsi sulla riva del corso d'acqua. "Domattina attraverseremo il ponte e devieremo verso nord. Se tutto va bene entro sera saremo ad Hangwick". Kaila era ansiosa di arrivare in quella che sarebbe stata la prima città oltre Elengar che avesse mai visto. Quell'aroma di terra bagnata però la rapì completamente e quasi andò a tuffarsi nelle gelide acque del fiume. "Dove corri, guarda che fa freddo!" Felz la guardava correre lungo la riva con dolcezza. Assaporava ogni singolo istante che passava con la sorellina. Kaila dovette accorgersene perché lo chiamò a gran voce "Dai, vieni a prendermi se ci riesci!" I due corsero a perdifiato lungo l'argine e alla fine si sdraiarono a terra esausti. Le prime stelle della sera iniziavano a penetrare l'azzurro del cielo.

"Pensi mai alla mamma?" Kaila interruppe il silenzio affannoso col suo sguardo malinconico. Felz si mise su un fianco per poter guardare la sorella negli occhi. Una falce di luna si rifletteva nei suoi occhi dorati. "Ogni sera" rispose dopo un po'. "Raccontamela" fece Kaila illuminandosi "Beh, hai visto il ritratto del papà. Era più o meno così" rispose confuso il ragazzo. "No, no. Voglio sapere com'era lei. Che tipo era." Felz si sdraiò di nuovo con aria pensosa. "Una volta, da bambino, scappai di casa perché avevo litigato col papà. Non ricordo il perché ma on feci molta strada, avevo 5 anni. Mi andai a nascondere nella cantina. Piansi tutta la notte e finii per addormentarmi. Quando mi svegliai la mattina seguente, accanto a me trovai un involto. C'erano dei biscotti alle mandorle freschi. Li aveva fatti quella notte" la voce si interruppe infrangendosi nella commozione. Gli occhi del ragazzo si inumidirono. Il verde delle sue iridi si fece più intenso. Felz riprese fiato e si voltò di nuovo verso la sorella. "Lei era così! Sapeva sempre capire di cosa avevi bisogno! Aveva un animo gentile e generoso. Riusciva sempre a trovare il modo di farti tornare il sorriso."

Tra i due tornò il silenzio. Tornarono a fissare le stelle che man mano diventavano più vivide. Un alito di vento si alzò ad agitare l'erba intorno al greto del fiume. "Dai, torniamo al carro, altrimenti ci prendiamo un malanno". I due accesero un fuoco e passarono la serata a raccontarsi vecchie storie. Kaila era avida di ricordi della madre. Felz le raccontò ogni evento che gli veniva in mente mentre lei rideva e piangeva al contempo. Era felice e nostalgica. Si addormentarono che il fuoco ancora non si era spento. L'uno accanto all'altra. Coperti dalla stessa enorme trapunta. I sogni di Kaila tornarono ad invaderle la mente. Rivide il sorriso gentile, ma stavolta un velo di preoccupazione incrinò quella luce. Trasalì e si svegliò.

Era già mattino e Felz stava arrostendo delle pannocchie sul fuoco. "Buongiorno dormigliona" Kaila era agitata, ma la vista del fratello la calmò. Mangiarono in fretta e si rimisero in marcia. C'era qualcosa che le sfuggiva, ma neanche in quel momento riuscì a capire cosa. Fu una giornata particolarmente silenziosa.



Hangwick era un piccolo borgo nato ai piedi di una piccola collina di querce. Si dice che un tempo fosse la dimora dei novizi del Consiglio. Qui i più giovani aspiranti maghi venivano ad allenarsi e a completare i loro studi. Le mura della città erano composte da enormi blocchi di pietra estratti da una delle tante cave che infestavano il monte Hoen. Le case piccole erano sovrastate da altissimi tetti coperti da tegole in terracotta rossa. Questo dava alle abitazioni un aspetto a fungo. Non un bel porcino succoso, più un ovino rinsecchito. Di quelli che rimangono un po' duri a mangiarli crudi. Le strade erano completamente lastricate in pietra. Strade larghe, non quella specie di cunicoli che si trovavano ad Elengar. Quelle di Hangwick si potevano chiamare 'strade' senza il timore di essere presi in giro. Grossi lastroni piatti ne ricoprivano il manto. Avevano giusto una leggera pendenza verso entrami i lati della strada, dove due canali di scolo permettevano alle acque piovane di defluire silenziosamente senza lasciare tracce.



Tutto era pietra e terracotta. Ne un aiuola, ne un fiore. Non c'era la benché minima traccia di natura in quel borgo che trasudava antichità.

Da quel che narra la leggenda pare che la città fosse stata costruita da una comunità di nani -da qui le dimensioni tisiche delle case- che poi un bel giorno sparirono come neve al sole. Alcuni sostenevano che si fossero rintanati nelle gallerie sotterranee che infestavano la collina -anch'essa chiamata Hangwick- per nascondere un terribile morbo che li aveva affetti. Sta di fatto che su alcuni dei lastroni di pietra, ormai consumati da secoli di carovane e cavalli, si vede ancora oggi raffigurato lo stemma di un'ascia che incrocia una piccozza. Il marchio della comunità dei nani.

Kaila e Felz arrivarono nel tardo pomeriggio. Il pigro sole autunnale aveva già ceduto il passo alla più arzilla Luna. Una falce luminosa mieteva un cielo coperto di stelle. I due avevano viaggiato in silenzio e ininterrottamente tutto il giorno. Volevano assolutamente arrivare a destinazione. Quando Kaila vide le deboli luci della città si riaccese e il fiume di parole riprese incontrollato. Voleva assolutamente assaggiare la birra affumicata, ma non c'era tempo. Era tardi ed erano stanchi, inoltre Felz si sarebbe dovuto alzare all'alba il giorno dopo se voleva raggiungere Salingar prima del tramonto.

Alloggiarono nella locanda del Lupo Armato. Una buffa sagoma a forma di lupo vestito da armigero li accolse. Il padrone era un amico di Ivan, lì avrebbero avuto pasti caldi e letti puliti a buon prezzo. C'era anche una stalla privata che permetteva di mantenere al sicuro sia i cavalli che il prezioso carico che trasportavano. Fratello e sorella alloggiarono in due camere differenti. Cenarono controvoglia. Erano stanchissimi e deboli. Prima che il vociare dei commensali si fosse acquietato i due si erano già ritirati nelle loro stanze.

Kaila sprofondò in un sonno agitato. Si vide ghermita da un branco di lupi inferociti. Uno si stava avventando sul suo collo quando Kaila si svegliò scattando in piedi. Ancora ansimante si asciugò il sudore dalla fronte. Guardò fuori dalla finestra e vide delle figure muoversi. Gli venne istintivamente da pensare agli alberi che tanto l'avevano spaventata durante la prima sera di viaggio. Si rilassò al pensiero del fratello che cercava di tranquillizzarla. Si avvicinò alla finestra per guardare meglio. Si trovava al secondo piano della locanda, praticamente nel sotto tetto. Dalla sua camera aveva una perfetta vista della collina di Hangwick. Cercò di distinguere nuovamente quelle forme quando all'improvviso un enorme bagliore accese la foresta di querce che ricopriva la collina. Una luce intensa. Come un fulmine, però in mezzo agli alberi anziché tra le nubi. Kaila indietreggiò spaventata e andò ad inciampare nella sedia. Finì col sedere in terra tirandosi dietro la sedia.

Il rumore aveva svegliato Felz che si precipitò nella camera della sorella. "Che succede?" Gli occhi di Kaila erano spalancati, sembrava non essere in grado di articolare le parole. "C-ci sono i fantasmi!" Fu l'unica cosa che riuscì a dire. Felz si mise sdraiato accanto a lei e la abbracciò. "Tranquilla, è stato solo un brutto sogno. Adesso ci sono io qui con te". Il cuore di Kaila rallentò e si calmò. Si rilasso. I due rimasero per terrà finché le ossa non iniziarono a protestare furentemente. Alla fine si alzarono e tornarono nei rispettivi giacigli. La ragazza però passò la notte a fissare il soffitto.



Il mattino arrivò lentamente, tanto che Felz riuscì a batterlo sul tempo. Il ragazzo si era svegliato che l'alba ancora non era arrivata. Iniziò a prepararsi e chiamò la sorella. Kaila però non era in camera. Felz la trovò sul carro che infilava alcuni oggetti -la refurtiva- in una sacca da spalla. I due si salutarono in fretta. "Stasera torna qui alla locanda, io cercherò di ritornare domani in serata. Al massimo dopodomani. Fai attenzione nel bosco". Subito fuori le porte della città Kaila scese dal carro in movimento e si diresse verso la collina.

Quando il sole sorse Kaila era già protetta dai fitti rami delle querce. Grosse radici fuoriuscivano dal terreno creando come un enorme scalinata che rendeva la scalata più semplice. Alcuni scoiattoli scappavano da una parte all'altra rubando dal terreno qualche ghianda solitaria. La ragazza si fermò solo quando sentì le gambe cedere. Usignoli levavano il loro dolce canto in giro per il bosco. La stanchezza aveva fermato il suo passo, ma era ancora presto per liberarsi della refurtiva. Prese dal tascapane un barattolo di ciliege e ne mangiò alcune. Consumò metà della sua scorta di acqua per rinfrescarsi e lavarsi via la fatica. Trasaliva ad ogni rumore nel sottobosco. Aveva la sensazione paranoica che hanno tutti i fuggiaschi di essere seguita. Si voltava in continuazione per intercettare qualche sagoma, forma o movimento che potesse tradire un probabile inseguitore. Scoiattoli ed uccelli erano le uniche parti mobili di una natura statica. Neanche il vento osava inoltrarsi tra quegli alberi.

Riprese a camminare di buona lena e scalò il versante della collina per circa un'ora. Arrivò in una radura dove il sole riusciva a fare breccia tra le fronde possenti degli alberi. Si voltò per cercare di vedere quanta strada aveva fatto. La radura era ampia e concedeva una visuale sulla città sottostante. Kaila colse i contorni di quella che era la sua locanda. Il Lupo Armato. Da una di quelle finestre aveva visto un lampo di luce esplodere nella foresta. Si trovava nei pressi dell'origine di quel fenomeno inspiegabile.
Voleva portare a termine la sua missione nel minor tempo possibile. Kaila iniziò a correre con quanta forza le rimaneva nelle gambe. Sentiva il peso della refurtiva sbattere sul suo dorso ad ogni passo. Voleva liberarsene. Doveva liberarsene. Con la coda dell'occhio vide un buco nel terreno. Era poco lontano dal sentiero, ma abbastanza lontano dalla luce del sole. Perfetto per nascondere quei pericolosi oggetti. Kaila deviò la sua corsa per raggiungere l'obiettivo. Si tolse la sacca dalle spalle mentre stava ancora correndo. Con un gesto veloce del braccio ne svuotò il contenuto in quella specie di pozzo. "Ahio!" Un lamento arrivò dal pozzo. Il cuore di Kaila perse un colpo. Rimase impietrita. Si era fatta scoprire.
Si affacciò lentamente e timorosa. "Chi c'è la?". Un ragazzo si stava massaggiando la tempia dove uno degli oggetti di Kaila lo aveva colpito. Si voltò a guardarla e le sorrise. "Ehi dolcezza, che ne dici di darci una mano?". Il sorriso gentile era alla fine arrivato.


martedì 2 novembre 2010

Casa Summer

La giornata volgeva al termine e gli ultimi raggi di sole tingevano di arancione le strade private del quartiere residenziale di Cherrydale. La quiete quasi assoluta veniva di tanto in tanto interrotta da una macchina che riportava il legittimo proprietario alla sua legittima dimora per la sua legittima cena. Anche in questo caso comunque tutti cercavano di mantenere una sorta di ossequioso silenzio muovendosi il più lentamente possibile per non disturbare quella sacra calma di cui solo a quell'ora si poteva godere. Persino gli uccelli se ne stavano guardinghi sui rami dei ciliegi che costeggiano le strade limitando al minimo l'istinto di cantare per non infrangere l'idillio creato da quel silenzio quasi innaturale.
Passando di lì per caso non si sarebbe potuto evitare di percepire quel brivido di inquietitudine che partendo dalla base della schiena va a scavarsi un posticino comodo all'altezza del collo. Quella sensazione che avverte i sensi che c'è qualcosa di strano e che è il caso di stare all'erta per evitare ogni pericolo. Per gli abitanti del quartiere residenziale di Cherrydale quella era la consuetudine, oltre ai giardinetti tagliati all'inglese, oltre agli alberi di ciliegio che in primavera tingevano le strade di rosa, oltre alle casette tutte uguali, tutte perfette e pulite, c'era quel brivido, e c'era solo a quell'ora, nell'esatto momento in cui il sole si congeda dal cielo per godersi una nottata di meritato riposo. E come ci si abitua al rosa degli alberi e al rosso ciliegia con cui erano verniciate tutte le case, gli abitanti del quartiere residenziale di Cherrydale si erano abituati anche a quel brivido, avevano imparato a rispettarlo e ad amarlo, avevano imparato anche a sentirne la mancanza quando per qualche motivo questo veniva a mancare. Sapevano quanto fosse prezioso quel brivido perché sapevano quanto fosse prezioso il silenzio che lo scaturiva. Il silenzio. Il rumore della notte. O almeno così si dice in giro, perché nel quartiere residenziale di Cherrydale, quando si parla del rumore della notte, non si fa riferimento ad un modo di dire, ma ad un rumore reale, ossessionante, costante e snervante. Il rumore di una sirena anti-incendio che puntualmente, almeno due o tre volte a settimana, quando dice bene, si leva dal numero 15 di Cherrylane e si propaga in ogni direzione per almeno un paio di chilometri svegliando chiunque abbia l'ardire di assopirsi in un orario che va in genere dalle due alle quattro del mattino. E così inizia la processione dei vicini seccati, la distribuzione delle scuse da parte dei proprietari della casa incriminata ed infine, come dopo aver fatto la fila all'ufficio postale per ore solo per spedire un pacco, tutti se ne tornano nelle rispettive dimore un po' sfiancati ma con l'animo rasserenato.
Con il passare del tempo, per gli abitanti del quartiere residenziale di Cherrydale, il rumore della notte è diventato tanto irrinunciabile quanto il brivido di fine giornata, come una sorta di terapia di gruppo, una valvola di sfogo, perché nella foga di far valere le proprie ragioni con quelli del numero 15 di Cherrylane, vengono a galla tutte le frustrazioni e lo stress della giornata, quello che si accumula nelle ossa prima che nella mente, quello che rimane lì a farti girare nel letto insonne e agitato, così, quando la calma ritorna e le scuse sono state distribuite, tutti se ne tornano nei propri letti più tranquilli e con meno bile in corpo. Allora, e solo allora, gli abitanti del quartiere residenziale di Cherrydale si addormentano.

Quella sera la quiete fu interrotta prima del solito, iniziarono ad alzarsi in volo stormi di pettirossi e passerotti partendo dall'inizio di Cherrylane e avanzando verso il giardino pubblico situato al centro del quartiere. La marea scura che si levava in cielo era come inseguita dal tintinnio di un campanello da bicicletta. Elliot era in ritardo per la cena, e la madre era categorica sugli orari, specie su quello della cena, l'unico momento in cui riusciva a radunare tutta la sua famiglia in un unico posto, nella fattispecie intorno ad un tavolo imbandito. Aggiustare la ruota squarciata della bicicletta si era rivelato più arduo del previsto, lui e Peter avevano passato il pomeriggio a cercare una camera d'aria buona tra le biciclette rotte abbandonate al vecchio sfasciacarrozze, ma non ne avevano trovata una della misura giusta. Alla fine avevano risolto incollando i lembi strappati di quella vecchia e applicando una toppa sul copertone per cercare di contenere i danni. La soluzione aveva funzionato, ma Peter si era comunque raccomandato di non correre troppo e aveva aggiunto che l'indomani era meglio andarne a comprare una nuova. Elliot mantenne un'andatura cauta per i primi metri, fin quando non gli cadde l'occhio sull'orologio e si rese conto di quanto fosse tardi. Rinunciando ad ogni forma di prudenza iniziò a pestare sui pedali con quanta forza aveva in corpo, scandendo ogni pedalata con un colpo di campanello, un po' per tenere il ritmo, un po' nella speranza che chiunque si trovasse lungo il suo cammino si sarebbe tolto dai piedi per tempo. Tirò i freni solo quando si trovò a pochi metri da casa sua. Per riuscire a fermarsi in tempo lasciò buona parte dei copertoni e del rattoppo improvvisato sull'asfalto di Cherrylane, così che quando fu finalmente fermo sentì chiaro il sibilo dell'aria che fuoriusciva nuovamente dalla camera d'aria bucata. Poco male, poteva dire di aver bucato in quel momento a causa del brecciolino sulla strada, così il padre gliel'avrebbe riparata senza troppi problemi.
Elliot si fermò un attimo a prendere fiato di fronte alla sua abitazione. Tra le tende color giallo canarino che davano sul soggiorno vide la madre intenta ad apparecchiare la tavola, tra qualche istante avrebbe sentito la sua voce chiamarli a raccolta uno per uno. Avrebbe iniziato da Edward, il membro più piccolo della famiglia, che faceva sempre tante storie quando era ora di andare a tavola, e pertanto aveva bisogno di più tempo per convincersi a scendere. Il compito di Elliot in quel frangente sarebbe stato quello di convincere il fratellino a separarsi dai suoi giochi infantili per seguirlo a tavola. Infine sarebbe stata la volta di Harry, suo padre, che appena sentiva il richiamo della cena correva a chiedere se c'era bisogno di aiuto, peccato che nel tempo che passava dal momento della prima chiamata al momento effettivo in cui finalmente Harry sentisse arrivare la voce della moglie, Anna aveva fatto in tempo a finire di preparare la cena, aveva apparecchiato la tavola e, nei giorni in cui Harry si sentiva più produttivo, anche a preparare un dolce, quindi puntualmente no, non c'era bisogno del suo aiuto.

Harry era un brav'uomo, un ottimo lavoratore e un bravo padre, Anna non avrebbe desiderato di meglio nella sua vita. Il problema è che ad Harry il suo lavoro proprio non piaceva. Fare il ragioniere per una società di contabili non era esattamente l'aspirazione della sua vita. Fin da piccolo era ossessionato dalle sue idee, come se nel suo cervello fossero stipati i progetti di un numero infinito di invenzioni che aspettavano solo di essere trasformate in realtà. Era un suo dovere morale assecondare quelle idee, ci si diventa matti a non dare ascolto alle proprie idee, così si organizzò per riuscire ad approfittare di ogni singolo ritaglio di tempo per poter adempiere alla sua missione divina: Fare l'inventore.
Dapprima aveva iniziato a trafficare con i suoi arnesi nella stanza degli ospiti, poi dopo la nascita di Edward si trasferì in garage, infine, quando lo spazio iniziò a stargli stretto, costruì una sorta di mansarda sopra il garage da adibire a laboratorio, ricoprì il tetto della casa di pannelli fotovoltaici per far fronte alle sue eccessivamente costose necessità di energia elettrica e pavimentò il giardino per potervi installare sotto un cassone per la raccolta delle acque piovane da usare in caso di incendio che da allora non fu più tanto un caso, bensì la norma. Che la si guardasse dall'alto o semplicemente passando lungo la strada, Casa Summer, al numero 15 di Cherrylane, era la nota stonata in una sinfonia di note tutte uguali, era il puntino nero all'interno di un tappeto rosso, era, per i vicini, quel prurito sulla pianta del piede che ti potresti tranquillamente grattare se non avessi indosso calzini e scarpe e, soprattutto, se non stessi guidando. Invece no, te ne resti lì, in mezzo al traffico, a maledire quello stramaledettissimo prurito perché sai benissimo che non c'è modo di eliminarlo.

La chiamata per la cena arrivò puntuale. Elliot abbandonò la bicicletta sul vialetto del garage e corse in casa, poi diritto su per le scale e infine nella camera di Edward. Il fratello era intento a simulare con un bambolotto una caduta da una rampa di scale, Elliot non perse tempo coi soliti convenevoli, si caricò di peso Edward in braccio e scese per le scale ignorando le proteste del suo passeggero. La cena si svolse in tranquillità, Harry chiese ancora scusa al figlio per avergli fatto fare tardi quella mattina e Elliot ne approfittò per chiedere al padre di riparargli la bicicletta. Un problema era risolto, doveva solo trovare il modo di eliminare dalla faccia della terra Lara e Mallory. Poi arrivò il purè, ed Edward odiava il purè, il che significava che buona parte della sua porzione sarebbe andata a confondersi coi muri della sala color giallo canarino. Eppure stranamente Anna restò calma, anzi, sorrise allegramente anche quando un po' di quel purè gli finì in mezzo ai capelli. "E' successo qualcosa di bello in ufficio?" chiese Harry stupito da tanta tranquillità. Anna era un'agente immobiliare, e in questo periodo non si vendevano tante case, perciò le commissioni erano poche, e di conseguenza anche il suo stipendio era piuttosto basso. Spesso, negli ultimi mesi, lei ed Harry si erano dovuti sedere a tavolino per buttare giù un piano di risparmi per far fronte al periodo di crisi. Harry aveva persino rinunciato a buona parte dei suoi esperimenti per venire incontro alle esigenze della moglie. Però adesso le cose stavano cambiando, almeno così diceva Anna sfoggiando il miglior sorriso che la sua faccia coperta di purè le permettesse. "Mi hanno affidato la vendita di Casa Madison, una splendida villetta in cima alla collina ad est di Plumdale!" disse, ed iniziò a descriverne i mille pregi e a parlare di quello che avrebbero potuto fare coi proventi della vendita quando Elliot fu colto da una folgorazione: "Ma non starai mica parlando di Casale Spavento?"
Il gelo calò sulla stanza, persino Edward smise di lanciare purè in giro. Il sorriso scomparve dalle labbra di Anna ed Harry sgranò gli occhi e cercò di zittire il figlio facendo cenno di 'no' con la testa avendo cura di non farsi vedere dalla moglie. "Quella è solo una superstizione" rispose Anna tranquilla cercando di recuperare un barlume di sorriso e tutti, Edward compreso, tirarono un sospiro di sollievo. Elliot però rincarò la dose "Sei morti sospette negli ultimi quattro anni non mi sembrano tanto una superstizione ..." fece lui servendosi dell'altro purè "... e molti miei compagni di classe hanno visto chiaramente delle luci strane comparire al suo interno nonostante tutti sappiano che è disabitata da anni." Edward lanciò un calcio sotto al tavolo all'indirizzo del fratello nella speranza di zittirlo, ma non ci riuscì. "C'è gente che dice di aver visto dei fantasmi in quella casa, sagome fatte di luce dorata aggirarsi per le stanze!" Questa volta il calcio arrivò in contemporanea sia da parte di Edward che da parte di Harry. Elliot, o almeno il suo ginocchio destro, dovette cedere e lasciar cadere il discorso.
"Questo è quello che passa il convento, siamo in periodo di crisi, e se vuoi continuare ad avere del cibo su questa tavola prega perché io riesca a vendere quella casa" fu la risposta stizzita di Anna. Finirono tutti di mangiare in silenzio.

Erano da poco passate le dieci quando qualcuno bussò alla porta della camera di Elliot. Era Anna che veniva a scusarsi con il figlio per aver alzato la voce, al ché Elliot si scusò per essere stato insensibile e il tutto degenerò in un profluvio di baci, coccole e tenerezze che Elliot non riuscì a scansare del tutto. Non erano passati dieci minuti da quando Anna aveva lasciato la stanza che qualcun'altro bussò alla sua porta, era il padre stavolta, che lo informava che la sua bicicletta era come nuova e si sedette accanto a lui sul letto dicendogli di come sua madre fosse stressata in questo periodo e che lui non doveva prendersela per la sua reazione. Elliot rispose tranquillamente che no, non se l'era presa e che aveva già avuto modo di chiarirsi con lei. Harry si rallegrò e se ne andò quasi senza salutare. Dopo altri dieci minuti bussarono di nuovo, era Edward, che una volta entrato si limitò a lanciare addosso al fratello del purè che aveva tenuto con cura da parte per l'occasione. Tra una litigata e l'altra passarono le undici prima che Elliot potesse rimanere da solo con se stesso. Era stata una dura giornata, eppure non riusciva a prendere sonno, c'era qualcosa che lo turbava ed insieme lo eccitava. Casale Spavento. Era il terrore di tutti i suoi compagni, anche il suo ad essere sinceri, tutti avevano paura di quella tranquilla villetta. E ora lui aveva le chiavi per entrarvi.
Si buttò sul letto ancora vestito, rimase qualche minuto a fissare il soffitto. Lo sguardo si perse tra le trame delle travi di legno che sorreggevano il tetto spiovente e tra le quali il padre, quando Elliot era poco più di un bambino, aveva montato delle lucine bianche che formavano le principali costellazioni del firmamento. Accese le lucine e iniziò a identificare i nomi delle varie costellazioni. C'era il Drago, l'Orsa, sia quella minore che quella maggiore, c'era il Cigno e il Toro. Si decise che era il momento di studiare, quindi spense le lucine e prese il libro di storia. Casale Spavento. Non vedeva l'ora di dirlo al suo amico Peter. Le immagini dei soldati si fecero confuse, le parole che le accompagnavano sbiadirono nel nulla.
Si addormentò che la guerra di secessione ancora non era scoppiata. Dormì profondamente e sognò. sognò quattordici ragazzini accanto a lui in cerchio che lo guardavano di traverso. Si tenevano per mano intorno ad una pietra cilindrica con delle strane iscrizioni sopra. Una strana litania gli riempiva le orecchie sino a fargli venire la nausea. Si trovavano in una specie di stanza a forma di cupola completamente bianca, con un arco che doveva indicare un'uscita, ma che era completamente murata. Per un attimo sentì il panico montargli dentro, e poi infine arrivò la luce, una luce abbagliante che riempì tutto. Elliot si sentì smarrito in quella luce che lentamente sfumava nell'oblio. Il buio, un buio spaventoso lo avvolse e come un uragano lo scaraventò via lontano. Si sentì sperduto e abbandonato, e mentre la sua coscienza si arrendeva a quel buio spegnendosi lentamente, sentì qualcosa. Qualcosa che non era una vera sensazione, ma più un barlume di sensazione. Era orgoglio. Era vittoria. Era la consapevolezza di avercela fatta. A fare cosa, Elliot lo ignorava, ma ce l'aveva fatta. Poi, puntuale, arrivò il rumore della notte, l'allarme anti-incendio che svegliò tutti. Si mise a sedere che ancora il cuore gli batteva all'impazzata. I dettagli di quello strano sogno sfumarono velocemente, ma la sensazione di angoscia rimase palpabile. Aspettò che la sirena si zittisse e poi si rimise a letto, ma non riuscì a dormire, decise di mettersi a studiare nella speranza di distrarre la mente, ma non ebbe molto successo. La storia proprio non gli piaceva.


venerdì 29 ottobre 2010

A proposito di Elliot

Elliot è stato uno dei primi personaggi di cui ho scritto, non il primissimo, quanto meno il primo degno di nota.
All'età di quindici anni mi ero messo in testa di scrivere un racconto in cui non si venisse a conoscere il nome della protagonista fino alla fine della storia ma, non essendo io Chuck Palaniuck, fallii miseramente nell'impresa.
Più in la con gli anni, ne avevo già 18, mi venne in mente una storia, molto carina, molto fantasy, i cui protagonisti erano gli stessi della storia precedente: Elliot in primis, ma anche Lara, Peter e Mallory. Iniziai a scrivere di loro nella speranza che ne uscisse qualcosa di carino ma, per prima cosa, mi fissai sull'idea che il tutto doveva essere narrato in prima persona da Elliot, pessima idea: i racconti in prima persona sono divertenti se inseriti qua e la nella storia, fungono da approfondimento del personaggio, ma usarla per tutto il libro era un po' pesante. Soprattutto mi trovai in difficoltà quando dovevo parlare delle vicende degli altri personaggi in assenza di Elliot.
In secondo luogo non funzionava perchè ero un principiante che, a parte qualche idea carina, non aveva gran dimestichezza con l'italiano ne con i tempi comici.
Però quella storia è sempre rimasta nella mia testa a vagare e a formarsi. Sostanzialmente era la storia di questi quattro personaggi che per buffe vicende legate ad un portale finivano in una sorta di dimensione parallela molto fantasy.... vi dice niente?
Quale storia migliore di questa poteva essere riadattata all'universo creato da Jonah?
D'altra parte non sarà il massimo dell'originalità, a tutti gli scrittori fa gola l'idea di un personaggio ordinario in un contesto straordinario. Dalle Cronache di Narnia alla saga di Harry Potter direi che questo sentiero è stato battuto in lungo e in largo.
Alla fine il fantasy è semplice, ci sono degli elementi, delle regole da seguire, c'è un buono, un cattivo, una battaglia e tutti vissero e felici e contenti (o quasi)
Quello che fa veramente la differenza alla fine sono i personaggi, le loro storie e le loro relazioni interpersonali.
Ci tengo a precisare che effettivamente in questa storia avverrà il passaggio tra un mondo e l'altro come preventivato da Jonah, ma non è l'unica soluzione che questo universo ci pone davanti. Tante storie potranno essere ambientate in uno solo dei due mondi, e intendo farlo.
Come dice anche Jonah, tutti i sigilli in qualche modo "perdono" e magari a volte un po' di magia può arrivare nel mondo puramente razionale della scienza. E beh, per quanto riguarda il mondo fantasy c'è sempre qualcosa da raccontare di interessante.
Detto questo, buona lettura per i prossimi capitoli.


martedì 26 ottobre 2010

Precisazione

I due post intitolati Il Sigillo sono pensati non per raccontare una storia, bensì per fare da prologo a qualcosa di più grande, una sorta di introduzione all'universo all'interno del quale ambienterò le mie narrazioni.
Quindi se ho liquidato l'argomento abbastanza in fretta, non è perché non avessi nulla da dire, ma perché vorrei riservarmelo per il futuro.
Le prossime storie saranno ambientate in un futuro molto remoto rispetto alle vicende di Jonah, ma non escludo un giorno di ritornare a ritroso e scrivere un 'prequel', magari riprendendo la vicenda della Guerra delle Stirpi e dei suoi protagonisti, Jonah compreso.


lunedì 25 ottobre 2010

Il Sigillo - Parte 2

I primi raggi di sole iniziarono a filtrare attraverso gli innumerevoli fori che le tarme avevano gentilmente ricamato sulle pesanti tende di velluto viola che coprivano le finestre. La luce disegnava un complesso arabesco di punti sulle varie superfici della stanza la quale un tempo aveva ospitato re e regine provenienti da tutto il mondo, ma che ormai era diventata poco più di un ripostiglio per pergamene, quelle meno importanti, gli almanacchi del vecchio mondo che nessuno ormai consultava più.
Il pesante tavolo di mogano che copriva la maggior parte del suolo calpestabile della Sala degli Almanacchi era un vero campo di battaglia, dove la polvere teneva sotto assedio le popolazioni indigene composte da libri, rotoli e lettere ammassate qua e la in ordine sparso. Torri di volumi rilegati in pelle si ergevano autoritarie all'interno di roccaforti di raccoglitori ormai svuotati, diventati la tana di qualche esule scarafaggio o di qualche scolopendra rinnegata.
L'assedio della polvere andava avanti da circa vent'anni, ovvero da quando si era deciso di epurare la Biblioteca del Consiglio da tutti quei libri che non fossero considerati utili, provvedendo a sostituirli con i ben più richiesti volumi di magia e di meccanica. Questi ultimi erano sicuramente più adatti alla formazione delle prossime generazioni di stregoni e cavalieri che avrebbero difeso il regno della Stirpe di Hoen. In guerra non era considerato molto importante saper cucinare un polpettone perfetto o sferruzzare i merletti all'uncinetto. Bisognava conoscere magie oscure, costruire marchingegni potenti da usare come armi. Non era poi così grave se a sera la minestra di legumi era troppo asciutta e poco speziata, l'importante era avere le nozioni utili ad arrivarci tutti interi all'ora di cena.
Così si era fatta una cernita e si era deciso di suddividere i libri considerati superflui in diverse categorie. Categorie senza nomi, ma con diversi gradi di inutilità. Quelli più inutili come le ballate e le filastrocche erano finite diritte al macero, così da poter essere riciclate per poter stampare nuovi libri 'utili', gli altri erano stati o regalati o inviati ad altre biblioteche del regno, dove sarebbero stati dimenticati su qualche scaffale troppo in alto per poter destare l'interesse di un qualsiasi visitatore di passaggio.
Solo gli almanacchi di storia, pur essendo considerati inadatti alla formazione di un guerriero, erano riusciti a salvarsi. Non tanto perché si ritenesse potessero in qualche modo tornare utili in futuro, ma perché ai grandi capi, che fossero consiglieri o generali, piaceva l'idea di poter ritrovare le proprie gesta archiviate da qualche parte, di poterle rileggere un giorno ai nipotini davanti al fuoco e ad una bella scodella fumante di zuppa di fagioli e ortiche.
La storia si era salvata per soddisfare il capriccio dei potenti.
Si era scelto di sacrificare la grande Sala dei Convegni perché in tempo di guerra non si aveva molto tempo per organizzare feste e riunioni, o meglio, il tempo lo si poteva anche trovare, il problema è che c'era veramente poco da festeggiare o peggio ancora da riunire. E così la Sala dei Convegni era stata ribattezzata in Sala degli Almanacchi, vi erano stati riposti i libri badando con molta attenzione a non rispettare alcun ordine logico di archiviazione e infine si era chiusa la porta a chiave nella consapevolezza che nessuno avrebbe più varcato quella soglia.
Pile e pile di carta erano state sottratte al macero per essere poi abbandonate a sé stesse in un'eterna battaglia contro l'usura del tempo.
Le ostilità si erano aperte immediatamente. Già perché, se nella Biblioteca del Consiglio c'erano maghi di alto rango preposti alla difesa delle preziose reliquie di carta dagli effetti dell'umidità, della polvere e delle tarme, nella prestigiosa Sala degli Almanacchi i libri erano costretti a imbracciare le armi per difendersi dagli invasori che giorno dopo giorno minavano la sopravvivenza delle memorie storiche di tutto il regno.

Un raggio di sole, dopo lungo vagare alla ricerca di qualcosa di interessante da leggere, decise di impegnare il suo tempo in maniera più costruttiva andandosi ad insinuare tra i lembi della tunica dell'unica persona che avesse mai osato disturbare la quiete di quella stanza dal momento in cui fu ribattezzata in Sala degli Almanacchi. Da sei mesi a questa parte Jonah passava tutte le sue giornate chino su quei testi dimenticati alla ricerca di una risposta. Ogni volta che credeva di averla trovata, nascevano nuove domande e pertanto nuovi cumuli di carta logorata e infestata dovevano essere smossi per poter risalire alla 'Risposta', quella vera, quella con la 'R' maiuscola, che non avrebbe dato adito ad altre domande, che sarebbe stata la causa di qualcosa ma non la conseguenza di qualcos'altro. Jonah da sei mesi cercava di scoprire l'origine della Guerra delle Stirpi. Non l'inizio, quello lo conoscono tutti, una guerra inizia quando uno stato sovrano muove battaglia ad un altro, e la Guerra delle Stirpi non era diversa da tutte le altre. Quando il re della Stirpe di Mana varcò il confine delle terre di Hoen ebbero inizio le ostilità che vanno avanti da più di un secolo. Quello però fu solo l'inizio, l'origine, quella è tutta un'altra cosa. L'origine è quell'evento che innesca una serie di altri eventi che a loro volta portano ad altri eventi che infine porteranno all'inizio della guerra.
Jonah era convinto che, se avesse trovato l'origine della Guerra delle Stirpi e questa fosse stata un'idea, un concetto o comunque qualcosa di abbastanza astratto da poter essere sigillato, forse avrebbe potuto porre termine alla carneficina che quotidianamente si compiva sui confini ormai risicati della sua terra.

Era un piano ambizioso il suo, e anche abbastanza stupido. Se il suo mentore aveva fatto in modo di ottenere per lui il permesso di accedere alla Sala degli Almanacchi era solo per poterlo tenere lontano dal fronte adducendo la scusa di un importante progetto segreto che richiedeva la completa attenzione e devozione del suo discepolo. Non tanto per mantenere Jonah al sicuro dalla prospettiva di una morte orribile sul fronte di guerra, quanto per tenere il fronte al sicuro da lui. L'unica cosa in cui il ragazzo eccelleva era la creazione e l'imposizione di sigilli, per il resto era un disastro, a tratti imbarazzante. Per non parlare delle sue notevoli capacità da armigero, che all'età di 14 anni quasi decapitavano la figlia di un signorotto locale. No, per la sua sicurezza e per quella di chi gli stava intorno, era meglio trovargli un'attività più adatta alle sue capacità, o incapacità, che dir si voglia.
Così iniziò la sua avventura, armato di pazienza e di barattoli di conserva di ciliege, scartabellando ogni foglio presente nella stanza, creando schemi, cercando collegamenti e avvicinandosi sempre di più all'origine di tutto quell'orrore. Man mano che le trame della storia si dipanavano sotto al suo naso, la consapevolezza di essere sulla strada giusta gli dava forza e coraggio. Leggere di tutte quelle battaglie concluse e di quella gente ammazzata non era per lui meno importante di combattere la guerra in prima linea.
Ormai conosceva a menadito ogni singola causa che aveva portato alla dichiarazione di guerra, ma non era sufficiente, doveva andare ancora più indietro, risalire il fiume della storia come un salmone fino ad arrivare alla sorgente del tutto. Il momento, l'evento, la situazione da cui tutto era partito.

Jonah si svegliò quasi di soprassalto, si era nuovamente addormentato su quella sedia nonostante il suo mentore glielo avesse vietato, e nonostante fosse così terribilmente scomoda. E aveva sbavato. Nessuno potrà più conoscere le gesta di Jorge il Conquistatore la cui impresa di liberare la torre di Elegar dai rinnegati si era dissolta in un piccolo lago di saliva. Cercò di asciugarsi la guancia e di sistemare gli occhiali su quel viso rubicondo dovuto alle troppe ciliege sotto zucchero. Si sistemò come meglio poteva quella folta selva di ricci così scuri che si ostinava a chiamare capelli. Doveva decisamente smetterla di passare le sue notti lì dentro, su quella sedia che stava lentamente distruggendo la sua schiena. Quella sedia così mal progettata aveva un tempo sicuramente ospitato un qualche regale che, insieme ad altri, in quella che fu la Sala dei Convegni, avevano deciso le sorti del mondo conosciuto. Jonah cominciò a chiedersi se non fosse quella sedia la causa della Guerra delle Stirpi.
No, senza dubbio non era quella, anzi, poteva tranquillamente stracciare i sui appunti. Ormai aveva capito.
La pulce gli era saltata all'orecchio pochi giorni prima, mentre passeggiava per i lunghi corridoi della reggia di Hoen. Ovviamente era una pulce figurata, ma comunque impiegò un po' di tempo prima di riuscirla a distinguere da tutte le pulci reali che infestavano quotidianamente la sua tunica da mago. Aveva carpito frammenti di una discussione tra un armigero e un nano non proprio contenti degli ultimi sviluppi provenienti dal fronte. "Stramaledettissimi bastardi, loro e la loro nuova arma bastarda" aveva detto il nano, non molto avvezzo all'etichetta che di solito si cerca di rispettare in quei luoghi. Quella frase continuò a riecheggiare nella sua testa per ore senza che riuscisse a spiegarsene il perché.
La folgorazione arrivò mentre leggeva le Cronache della Valle dei Lupi, un frammento di storia palesemente romanzato e di scarsa attinenza con la guerra in corso. Ormai aveva imparato ad escludere a priori le vicende nelle quali non si ricorreva alle armi. Armi. Le armi bastarde. Quella era la guerra delle armi bastarde. Non nel senso che facevano un male porco, ma nel senso che erano ibride. Complessi ingranaggi meccanici alimentati da diversi tipi di energia magica. La meccanica e la magia che si fondevano in unico strumento di morte.
Era quella la soluzione, l'origine, la causa di ogni male. Ci volle un po' a verificarlo, e fu difficile recuperare tutti i testi necessari, ma l'origine era proprio lì sotto i suoi occhi.
Era infatti da meno di due secoli che l'uomo aveva iniziato a ricorrere alla magia per attivare i macchinari più svariati. Si narra di un uomo che, per evitare la povertà in periodo di siccità, si rivolse ad un elfo che, con un incantesimo di vento, fece muovere le pale del proprio mulino. Ora neanche si usavano più le pale per far girare la macina dei granai, tutto si basava sulla magia. Giorno dopo giorno materia ed energia si amalgamavano per dare vita a nuovi congegni che, in tempo di pace, avevano portato all'età dell'oro delle varie Stirpi degli Uomini. Poi venne la guerra, cruda e selvaggia, e come ogni guerra ci fu la corsa agli armamenti. Tutti ritenevano che possedere armi sempre più potenti avrebbe portato ad una vittoria sicura. Niente di più sbagliato. Le grandi armi continuarono a fronteggiarsi quasi solitarie da una parte e dall'altra dei vari fronti senza mai portare ad un vincitore e ad un vinto. La Stirpe degli Edori, viste le sue terre sul punto di essere invase, decise di spostarle altrove. Tutte le terre. Da un giorno all'altro si sollevarono in aria e semplicemente se ne andarono. Un isola nel cielo che vagava libera con i suoi monti, i suoi pascoli, i suoi fiumi e i suoi laghi. Avevano persino un vulcano. Jonah non era sicuro di riuscire a capire cosa se ne sarebbero fatti gli Edori di un vulcano su un isola nel cielo, ma di sicuro non sarebbe stato quell'estremo gesto a porre fine alla guerra. La guerra poteva finire solo se qualcuno avesse avuto il coraggio di dire basta, e quel qualcuno poteva essere soltanto lui. Avrebbe portato la sua idea quello stesso giorno di fronte al Gran Consiglio dei Maghi, e non si sarebbe arreso finché non gli avessero dato retta.
Aveva già calcolato ogni sfumatura: ovviamente avrebbe risolto tutto con un sigillo, dopotutto era l'unica cosa che gli riuscisse bene, o quello, o facendo il cantastorie, ma ancora non aveva compreso bene come coniugare il suo amore per la narrativa con le tattiche di guerra. Decise di procedere con un sigillo. Avrebbe richiesto la forza di una decina di maghi, forse quindici se il Consiglio decideva di mandare i novizi. Da sempre i maghi più potenti, o venivano mandati al fronte, o messi a fare i bibliotecari, di certo non potevano essere sacrificati per la sua idea. No, sarebbero stati quindici novizi, non uno di meno, non uno di più. Si appuntò sulla manica di ricordare al proprio mentore che era ora di dargli una promozione, altrimenti il Consiglio avrebbe sacrificato anche lui, e Jonah preferiva l'idea di passare i suoi giorni a fare il bibliotecario.
Ad ogni buon conto aveva bisogno di capire come separare la magia dalla meccanica, e soprattutto come fornire al suo sigillo la via di fuga necessaria per renderlo indistruttibile. Le risposte furono entrambe semplici.
La magia di per sé era innocua, se ne sta per i fatti suoi, era l'uomo che la domava e la assoggettava al suo volere. La materia inanimata per definizione è inanimata, non gli capita spesso di avere grandi iniziative, è sempre l'uomo che la plasma per renderla utile al suo scopo. Erano gli uomini che andavano separati. Tutti gli uomini. Quelli con la propensione per le scienze da una parte, i maghi dall'altra, quelli che non capivano ne l'una ne l'altra materia potevano saltare fuori dove gli pareva. Ma non andavano semplicemente separati gli uni dagli altri, doveva essere assolutamente impossibile per loro coesistere, come se fossero intrappolati in due mondi paralleli, vicini ma irraggiungibili, uniti solo da un Portale che avrebbe reso possibile la comunicazione tra i due mondi solo una volta ogni, chessò, cento anni. E anche quando aperto, il Portale avrebbe permesso un solo attraversamento, per poi richiudersi per altri cento anni. Era perfetto, c'era tutto, era fattibile, il sigillo non era complesso e la condizione d'uscita era impeccabile. Doveva funzionare!

Passò la giornata a prepararsi il discorso. Il Consiglio aveva accettato di riceverlo. Ogni tanto farsi una risata fa bene all'umore e alla salute, e in quella sede i maghi più potenti del mondo non si aspettavano altro dal giovane Jonah. Alle prime ore del pomeriggio l'ombra era già calata sul cortile interno della reggia. La porta d'ingresso alla sala del consiglio era lì davanti. Due pesanti battenti di legno istoriato separavano il giovane novizio dal suo destino. Avrebbe dovuto dare il meglio di sé una volta varcata quella soglia, perché già era assurdo che uno come lui si presentasse al Consiglio, ma sarebbe stato un vero affronto se non si fosse dimostrato degno di quell'onore. La porta si aprì ed un giovane paggio fece segno a Jonah di entrare. Al centro della sala circolare si trovava un leggio, accanto al qualo lo attendeva il suo mentore, tutto serio e preoccupato. Di fronte a loro si ergeva una gradinata molto alta con diversi scranni in oro, su ognuno dei quali sedeva uno degli anziani del Consiglio.
Jonah passò in rassegna uno ad uno tutti i consiglieri: chi parlottava col vicino, chi era visibilmente appisolato, altri se ne stavano sbragati sul loro scranno a leggere un libro. Nessuno sembrava essersi accorto del suo ingresso. La sguardo di Jonah volò verso l'alto, verso l'enorme cupola in vetro che sovrastava la sala, e per un attimo pensò quanto sarebbe stato bello essere un fringuello e potersene volare via tra quelle nuvole lasciando tutta l'ansia che lo stava divorando lì davanti a quel leggio a cavarsela da sola. Ormai con quell'ansia ci conviveva da un po', e ci si era anche affezionato, non gli sembrava carino di abbandonarla da sola. Guardò il suo mentore negli occhi che, con un colpetto di tosse ridestò l'attenzione del Consiglio. Era il momento di fare l'eroe, o il cantastorie, a seconda delle circostanze.
Furono ascoltati entrambi per ore ed ore. La luce che filtrava dall'immensa cupola andava via via scemando. Non stava andando bene perché ogni intervento di Jonah sembrava sortire lo stesso effetto delle battute di un giullare. Le rabbia avvampò le sue guance rotonde, le lacrime iniziarono ad irrigare i suoi occhi, ma non si arrese e continuò con la sua teoria.
Presto le risate furono sostituite da sguardi seri e concentrati. Non risero nemmeno alla storia delle mucche che se ne vanno al pascolo col pastore che, diciamocelo, era il suo pezzo forte. Erano attenti. Tutti con lo sguardo fisso su di lui. D'altra parte il ragazzo sembrava stupido, e sicuramente lo era, ma c'era del vero in quel che diceva. Forse la sua proposta, per quanto assurda, era persino fattibile. Certo, non avrebbero preso parte loro in prima persona all'esperimento, ne avrebbero rischiato di mandare a morire una decina di maghi di alto rango come proponeva il ragazzo, ma magari quindici novizi li si poteva anche sacrificare, e Jonah, artefice di un piano di così grande levatura quanto di orribile stoltezza, li avrebbe guidati valorosamente nella loro ultima battaglia. Nell'ultima battaglia di quella guerra interminabile.
Forse le cose sarebbero andate per il verso giusto, il mondo si sarebbe spaccato separando quelle due realtà che mai si sarebbero dovute unire. Molti avrebbero perso i propri cari i quali sarebbero stati magicamente deportati in un'altra dimensione, ma le cose si sarebbero aggiustate. La guerra sarebbe finita, finita davvero, e non perché qualcuno aveva vinto e qualcuno aveva perso, ma perché, in maniera del tutto subdola, non ci sarebbero più stati i mezzi per muovere guerra. Armistizi sarebbero stati firmati, trattati sarebbero stati stesi, prigionieri sarebbero stati liberati.
Tutti avrebbero festeggiato e banchettato in suo nome. In nome di Jonah, colui che aveva posto fine alla guerra con l'astuzia e non con la spada.
Certo forse in quell'occasione avrebbe fatto comodo un cantastorie che potesse strimpellare qualche nota e raccontare a tutti come il mondo si fosse salvato, ma questo Jonah non lo seppe mai.