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giovedì 9 dicembre 2010

Hangwick



La pioggia può essere un'amichevole compagna di viaggio. Kaila iniziò ad apprezzare il ritmico sottofondo delle gocce che rimbalzavano sulla tettoia improvvisata costruita da Felz. Il loro viaggio era iniziato ormai da diverse ore, ma ancora non avevano raggiunto le pendici del monte Hoen. A vederlo dall'alto, quel mondo fatto di campi, foreste e corsi d'acqua sembrava così piccolo e irraggiungibile. Sul primo punto Kaila dovette ricredersi. Man mano che si avvicinavano cominciava ad avere l'idea delle immensità che le si paravano di fronte. Sul secondo punto, beh, dopo cinque ore di viaggio ancora non riuscivano a venire a capo di quegli interminabili tornanti, quindi sì, era decisamente irraggiungibile.
Le continue curve a gomito che si alternavano sotto le lente ruote del carro avevano iniziato a dare la nausea alla ragazza. Ad ogni tornante incontravano nuove fattorie, nuovi campi, nuovi profumi. Come la città di Elengar, anche l'intera montagna sembrava un immenso alveare dove le operose api procedevano nel loro incessante lavoro. La pioggia stava rendendo la strada impervia. Placidi rigoli d'acqua ghermivano la pigra terra battuta del sentiero trascinando a valle detriti e ciottoli. Ad ogni tornate piccole cascate si univano a formare quello che sembra un leggero torrente del colore del cioccolato. Quello allungato con il latte appena munto dalle mucche. Una prelibatezza che

nei giorni di festa
Ivan preparava per i figli sciogliendo in acqua calda quei pochi blocchi di cioccolato che riusciva a permettersi al mercato. Una bevanda tanto gustosa da rendere le fredde serate invernali più sopportabili.

Una leggera sensazione di fame colse Kaila all'improvviso. Non era esattamente fame. Qualcosa di più inusuale. Era golosità. Da giorni aveva come questa strana voglia di cose estremamente dolci. Ogni volta che il sorriso gentile tornava a far visita nei suoi sogni, al risveglio sentiva il richiamo della dispensa. Quella più in alto. Era lì che Ivan nascondeva le poche leccornie che entravano in casa. Le abitudini erano dure a morire, e il fatto che ormai sia Kaila che Felz fossero abbastanza alti da raggiungere quegli sportelli non aveva spinto l'uomo a trovare un nuovo nascondiglio per i dolciumi. Eppure non era il cioccolato ad attirarla. No, quello per tradizione si mangiava durante l'inverno con il latte caldo. Non avrebbe avuto lo stesso sapore preso così, senza tutto quel contorno familiare che rendeva le serate di festa tanto speciali. L'attenzione di Kaila veniva attratta dalle ciliege. Quelle sotto zucchero che lei e Felz preparavano in agosto, dopo la raccolta.

Era stata sua madre ad iniziare quella tradizione e Kaila trovava che il rito della preparazione delle ciliege fosse come un piccolo legame che la riportasse tra le braccia di quella donna da cui era stata separata troppo presto. E poi era troppo divertente stare lì ad aspettare il concerto di schiocchi che veniva dai tappi di latta una volta che il sole aveva sciolto tutto lo zucchero presente nel barattolo. Una volta Ivan le disse che quello era un vero e proprio sigillo. Come quelli che gli stregoni applicano alle magie per imporvi la loro volontà.

L'uso dei sigilli era una delle materie considerate più importanti tra quelle insegnate alla scuola di magia di Elengar. Kaila non riusciva a coglierne il fascino, pensava fossero solo una cosa buffa. Una superstizione. Eppure quel rito delle ciliege la mandava in estasi. Forse era quella la vera magia che si nascondeva dietro ai sigilli.



Aprì il suo grosso fagotto e ne trasse fuori un barattolo di ciliege. Era grande, ma era pieno solo a metà. Ultimamente il sogno del sorriso gentile si era ripetuto spesso. Allo sguardo perplesso di Felz, Kaila rispose con un sorriso imbarazzato. Si sentiva come quando da bambina veniva colta sul fatto mentre faceva qualche marachella. Il fratello però doveva trovare quello sguardo estremamente tenero, perché scoppiò a ridere e accarezzo la ragazza tra i capelli con affetto. Alla fine Kaila riuscì a vedere il mondo al di fuori dei confini del monte Hoen. Il barattolo no. L'ultimo tornante disse addio alle ultime ciliege pescate dai due affamati e golosi fratelli.

Il calore che quel succo provocava scendendo giù per la gola sciolse il ghiaccio che attanagliava l'animo della ragazza Evidentemente anche la lingua doveva essere in qualche modo congelata, perché man mano che le ciliege nel barattolo diminuivano, le chiacchiere tra i due aumentavano. Kaila iniziò a sentire la testa leggera, scevra da ogni tipo di preoccupazione. Un nuovo mondo si stava aprendo davanti ai suoi occhi e lei sentiva la necessita di assaporarne ogni singola goccia. Le domande si formavano da sole nella sua mente e lei non faceva nulla per trattenerle. Così iniziò a chiedere informazioni su ogni fattoria che incrociavano. Scoprì che in realtà non era necessario avere un bell'appezzamento di terra per poter coltivare in montagna. Molte fattorie infatti avevano grossi frutteti, altre invece si limitavano ad allevare animali. Quello che andava per la maggiore era l'ulivo. A quanto diceva Felz questo tipo di albero cresceva anche nelle condizioni più avverse e l'olio che se ne ricavava si vendeva molto bene e sul pane era un vero e proprio dono del cielo. Kaila rimase sorpresa del fatto che la loro fattoria fosse l'unica a coltivare il luppolo. A quanto pareva bisognava allontanarsi parecchio per trovare altri produttori di questa pianta così particolare. Questo aveva reso negli anni i loro affari molto prosperi.



La strada iniziò a stiracchiarsi abbandonando la monotonia dei tornanti. Il pendio si fece meno scosceso. Le fattorie diminuirono. Presto il percorso iniziò ad essere affiancato da grandi alberi con enormi chiome che formavano una sorta di galleria verde che forniva un minimo di riparo dalla pioggia. Il tamburellare incessante della pioggia divenne aritmico e il carro accelerò il passo. Erano finalmente giunti a valle. Felz identificò i grandi arbusti come castagni. Kaila adorava le castagne, ma non aveva mai visto da dove arrivassero. Si sporse dal carro per raccogliere un frutto da terra. "Ahi!" una piccola goccia di sangue si disegnò su uno dei polpastrelli della sua mano. "Quello è un riccio, fai attenzione perché punge. Se lo apri dentro dovresti trovare due o tre castagne" disse Felz. "Potevi dirmelo prima, ormai mi sono punta" rispose seccata Kaila mentre si succhiava la punta dell'indice. Felz scoppiò a ridere di cuore. Una risata contagiosa che alla fine riportò anche Kaila di buon umore. "Ho imparato qualcosa! D'ora in poi le castagne lascerò che sia tu a venirle a raccogliere" riprese la ragazza facendo la linguaccia al fratello.

Il viaggio continuò lieto e tranquillo verso est per tutto il pomeriggio. I due consumarono il pranzo a bordo del carro. Kaila aveva preparato il pane quella mattina e ne aveva portato con sé mezzo filone. Con un po' di cacio e qualche fico secco sconfissero la fame. Con un sorso di birra fecero strage della sete e della lucidità. Iniziarono a ridere per ogni sciocchezza. Kaila quasi cadde dal carro per le risate quando una farfalla si appoggiò tra i crespi capelli castani del fratello. Felz invece di scacciare l'insetto iniziò a schiaffeggiarsi la nuca. Era arrivato il momento di fermarsi, altrimenti sarebbero finiti dentro ad un fosso prima di riuscire a rendersene conto.

Col passare delle ore la pioggia si calmò. La luce iniziò a scemare. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Un gruppo di case comparve all'orizzonte. Non c'erano locande, le uniche coseche avevano era un recinto di animali ed una grande stalla. Chiesero ospitalità per la notte e gli furono concesse un paio di balle di fieno nella stalla da dividere con le avide mucche. Mentre Felz asciugava i cavalli, Kaila accese un piccolo fuocherello e iniziò a scaldare un po' d'acqua. Aveva con se fagioli secchi e cipolle. L'odore della zuppa si sparse per tutto il piccolo villaggio e in poco tempo i musi bavosi delle mucche furono sostituiti dai musi sbavanti degli abitanti. Kaila abbrustolì un po' di pane e qualcuno portò un po' di olio da versarci sopra. In breve fu allestito un piccolo banchetto. Felz aprì uno dei barili di birra che avevano sul carro e la festa ebbe inizio. Continuarono a cantare e a danzare fino a notte fonda. Il cielo si rischiarò e qualche stella fece capolino. Quello che dapprima era un fuocherello si trasformò in un falò e tutti intorno iniziarono a raccontare storie e aneddoti di vita vissuta.

Man mano che la birra si faceva strada nel loro sangue, le storie diventavano sempre più surreali. Quando Felz disse che erano diretti ad Hangwick tutti trasalirono e iniziarono a narrare storie di stregonerie e di mostri. Di fantasmi di luce e di lupi dalle sembianze umane. Kaila scoppiò a piangere a forti singhiozzi terrorizzata. L'alcol le faceva immaginare cose incredibili. Quando fuori dalla porta della stalla vide delle figure muoversi nell'ombra si rintanò tra le braccia del fratello. "Tranquilla, è solo il vento che muove gli alberi".

Alla fine tutti tornarono alle proprie case. Una coppia di anziani signori invitò i due giovani forestieri a dormire nella loro umile dimora. Dopotutto si sentivano un po' in colpa per aver spaventato la ragazza, e poi volevano sdebitarsi per la bella serata. Felz accettò l'invito e si caricò in braccio la sorella ormai pesantemente addormentata.



Il viaggio riprese al mattino di buon ora. La gentile coppia che li aveva ospitati offrì loro la colazione. Kaila però non riuscì a mangiare quasi nulla. Aveva un mal di testa lancinante. Sentiva di avere qualcosa in mente, ma non riusciva ad afferrarla. Come sigillata. Eppure doveva essere una cosa importante. Il sole era tornato l'unico proprietario del cielo. La luce forte ferì gli occhi sensibili della ragazza che dovette affondare il volto tra le mani per proteggersi. Le ci volle un po' per abituarsi. Alla fine però riuscì ad ammirare lo spettacolo. Una sterminata pianura. I grandi campi di grano ormai mietuto si estendevano a perdita d'occhio. Neanche un filo d'erba interrompeva il profilo piatto di quei campi. Solo la montagna di Hoen si ergeva ad infrangere quell'armonia. Kaila riuscì solo a pensare che le mancavano i castagni.

La marcia lenta del carro cullò la ragazza facendola sprofondare in ripetuti sogni agitati. Vedeva delle figure che si agitavano trasformarsi in lupi che poi la aggredivano. I sogni la spaventavano al punto che cercò di tenersi sveglia in ogni modo. Felz ad Hangwick c'era già stato, quindi si fece raccontare com'era. Aveva uno strano interesse per le locande, la ragazza voleva sapere quante ce n'erano e quanto costavano. Kaila non aveva mai dormito fuori casa e l'idea di pagare per un alloggio le faceva strano. D'altra parte però voleva organizzare una cosa simile all'interno della birreria, quindi cercò di capire cosa comportava e quanto ci potevano ricavare. Molte delle idee di successo che avevano messo in pratica nella taverna erano nate dalla mente di Kaila, quindi Felz non tralasciò nessun particolare. Le descrisse le vie dell'antico borgo, le raccontò dove avevano alloggiato e mangiato. C'era una buona birreria che faceva una particolarissima birra 'affumicata'. Era una birra chiara semplice al singolo malto. Di grano a giudicare dal retrogusto. Però al termine della fermentazioni mettevano le botti nelle stesse camere di affumicazione usate per produrre lo speck e il provolone. Una volta terminato il processo la birra risultava imbrunita e aveva un aroma molto particolare. Sapeva di inverno e di casa. Di focolare e di famiglia. Dava uno strano senso di nostalgia e di benessere. E inoltre faceva venire una voglia matta di salsicce.



Al calare del sole si trovarono nei pressi del fiume Koar. Da lì veniva la terra che aveva dato vita alla loro fattoria. L'inconfondibile odore di limo le fece venire nostalgia di casa. Felz decise di accamparsi sulla riva del corso d'acqua. "Domattina attraverseremo il ponte e devieremo verso nord. Se tutto va bene entro sera saremo ad Hangwick". Kaila era ansiosa di arrivare in quella che sarebbe stata la prima città oltre Elengar che avesse mai visto. Quell'aroma di terra bagnata però la rapì completamente e quasi andò a tuffarsi nelle gelide acque del fiume. "Dove corri, guarda che fa freddo!" Felz la guardava correre lungo la riva con dolcezza. Assaporava ogni singolo istante che passava con la sorellina. Kaila dovette accorgersene perché lo chiamò a gran voce "Dai, vieni a prendermi se ci riesci!" I due corsero a perdifiato lungo l'argine e alla fine si sdraiarono a terra esausti. Le prime stelle della sera iniziavano a penetrare l'azzurro del cielo.

"Pensi mai alla mamma?" Kaila interruppe il silenzio affannoso col suo sguardo malinconico. Felz si mise su un fianco per poter guardare la sorella negli occhi. Una falce di luna si rifletteva nei suoi occhi dorati. "Ogni sera" rispose dopo un po'. "Raccontamela" fece Kaila illuminandosi "Beh, hai visto il ritratto del papà. Era più o meno così" rispose confuso il ragazzo. "No, no. Voglio sapere com'era lei. Che tipo era." Felz si sdraiò di nuovo con aria pensosa. "Una volta, da bambino, scappai di casa perché avevo litigato col papà. Non ricordo il perché ma on feci molta strada, avevo 5 anni. Mi andai a nascondere nella cantina. Piansi tutta la notte e finii per addormentarmi. Quando mi svegliai la mattina seguente, accanto a me trovai un involto. C'erano dei biscotti alle mandorle freschi. Li aveva fatti quella notte" la voce si interruppe infrangendosi nella commozione. Gli occhi del ragazzo si inumidirono. Il verde delle sue iridi si fece più intenso. Felz riprese fiato e si voltò di nuovo verso la sorella. "Lei era così! Sapeva sempre capire di cosa avevi bisogno! Aveva un animo gentile e generoso. Riusciva sempre a trovare il modo di farti tornare il sorriso."

Tra i due tornò il silenzio. Tornarono a fissare le stelle che man mano diventavano più vivide. Un alito di vento si alzò ad agitare l'erba intorno al greto del fiume. "Dai, torniamo al carro, altrimenti ci prendiamo un malanno". I due accesero un fuoco e passarono la serata a raccontarsi vecchie storie. Kaila era avida di ricordi della madre. Felz le raccontò ogni evento che gli veniva in mente mentre lei rideva e piangeva al contempo. Era felice e nostalgica. Si addormentarono che il fuoco ancora non si era spento. L'uno accanto all'altra. Coperti dalla stessa enorme trapunta. I sogni di Kaila tornarono ad invaderle la mente. Rivide il sorriso gentile, ma stavolta un velo di preoccupazione incrinò quella luce. Trasalì e si svegliò.

Era già mattino e Felz stava arrostendo delle pannocchie sul fuoco. "Buongiorno dormigliona" Kaila era agitata, ma la vista del fratello la calmò. Mangiarono in fretta e si rimisero in marcia. C'era qualcosa che le sfuggiva, ma neanche in quel momento riuscì a capire cosa. Fu una giornata particolarmente silenziosa.



Hangwick era un piccolo borgo nato ai piedi di una piccola collina di querce. Si dice che un tempo fosse la dimora dei novizi del Consiglio. Qui i più giovani aspiranti maghi venivano ad allenarsi e a completare i loro studi. Le mura della città erano composte da enormi blocchi di pietra estratti da una delle tante cave che infestavano il monte Hoen. Le case piccole erano sovrastate da altissimi tetti coperti da tegole in terracotta rossa. Questo dava alle abitazioni un aspetto a fungo. Non un bel porcino succoso, più un ovino rinsecchito. Di quelli che rimangono un po' duri a mangiarli crudi. Le strade erano completamente lastricate in pietra. Strade larghe, non quella specie di cunicoli che si trovavano ad Elengar. Quelle di Hangwick si potevano chiamare 'strade' senza il timore di essere presi in giro. Grossi lastroni piatti ne ricoprivano il manto. Avevano giusto una leggera pendenza verso entrami i lati della strada, dove due canali di scolo permettevano alle acque piovane di defluire silenziosamente senza lasciare tracce.



Tutto era pietra e terracotta. Ne un aiuola, ne un fiore. Non c'era la benché minima traccia di natura in quel borgo che trasudava antichità.

Da quel che narra la leggenda pare che la città fosse stata costruita da una comunità di nani -da qui le dimensioni tisiche delle case- che poi un bel giorno sparirono come neve al sole. Alcuni sostenevano che si fossero rintanati nelle gallerie sotterranee che infestavano la collina -anch'essa chiamata Hangwick- per nascondere un terribile morbo che li aveva affetti. Sta di fatto che su alcuni dei lastroni di pietra, ormai consumati da secoli di carovane e cavalli, si vede ancora oggi raffigurato lo stemma di un'ascia che incrocia una piccozza. Il marchio della comunità dei nani.

Kaila e Felz arrivarono nel tardo pomeriggio. Il pigro sole autunnale aveva già ceduto il passo alla più arzilla Luna. Una falce luminosa mieteva un cielo coperto di stelle. I due avevano viaggiato in silenzio e ininterrottamente tutto il giorno. Volevano assolutamente arrivare a destinazione. Quando Kaila vide le deboli luci della città si riaccese e il fiume di parole riprese incontrollato. Voleva assolutamente assaggiare la birra affumicata, ma non c'era tempo. Era tardi ed erano stanchi, inoltre Felz si sarebbe dovuto alzare all'alba il giorno dopo se voleva raggiungere Salingar prima del tramonto.

Alloggiarono nella locanda del Lupo Armato. Una buffa sagoma a forma di lupo vestito da armigero li accolse. Il padrone era un amico di Ivan, lì avrebbero avuto pasti caldi e letti puliti a buon prezzo. C'era anche una stalla privata che permetteva di mantenere al sicuro sia i cavalli che il prezioso carico che trasportavano. Fratello e sorella alloggiarono in due camere differenti. Cenarono controvoglia. Erano stanchissimi e deboli. Prima che il vociare dei commensali si fosse acquietato i due si erano già ritirati nelle loro stanze.

Kaila sprofondò in un sonno agitato. Si vide ghermita da un branco di lupi inferociti. Uno si stava avventando sul suo collo quando Kaila si svegliò scattando in piedi. Ancora ansimante si asciugò il sudore dalla fronte. Guardò fuori dalla finestra e vide delle figure muoversi. Gli venne istintivamente da pensare agli alberi che tanto l'avevano spaventata durante la prima sera di viaggio. Si rilassò al pensiero del fratello che cercava di tranquillizzarla. Si avvicinò alla finestra per guardare meglio. Si trovava al secondo piano della locanda, praticamente nel sotto tetto. Dalla sua camera aveva una perfetta vista della collina di Hangwick. Cercò di distinguere nuovamente quelle forme quando all'improvviso un enorme bagliore accese la foresta di querce che ricopriva la collina. Una luce intensa. Come un fulmine, però in mezzo agli alberi anziché tra le nubi. Kaila indietreggiò spaventata e andò ad inciampare nella sedia. Finì col sedere in terra tirandosi dietro la sedia.

Il rumore aveva svegliato Felz che si precipitò nella camera della sorella. "Che succede?" Gli occhi di Kaila erano spalancati, sembrava non essere in grado di articolare le parole. "C-ci sono i fantasmi!" Fu l'unica cosa che riuscì a dire. Felz si mise sdraiato accanto a lei e la abbracciò. "Tranquilla, è stato solo un brutto sogno. Adesso ci sono io qui con te". Il cuore di Kaila rallentò e si calmò. Si rilasso. I due rimasero per terrà finché le ossa non iniziarono a protestare furentemente. Alla fine si alzarono e tornarono nei rispettivi giacigli. La ragazza però passò la notte a fissare il soffitto.



Il mattino arrivò lentamente, tanto che Felz riuscì a batterlo sul tempo. Il ragazzo si era svegliato che l'alba ancora non era arrivata. Iniziò a prepararsi e chiamò la sorella. Kaila però non era in camera. Felz la trovò sul carro che infilava alcuni oggetti -la refurtiva- in una sacca da spalla. I due si salutarono in fretta. "Stasera torna qui alla locanda, io cercherò di ritornare domani in serata. Al massimo dopodomani. Fai attenzione nel bosco". Subito fuori le porte della città Kaila scese dal carro in movimento e si diresse verso la collina.

Quando il sole sorse Kaila era già protetta dai fitti rami delle querce. Grosse radici fuoriuscivano dal terreno creando come un enorme scalinata che rendeva la scalata più semplice. Alcuni scoiattoli scappavano da una parte all'altra rubando dal terreno qualche ghianda solitaria. La ragazza si fermò solo quando sentì le gambe cedere. Usignoli levavano il loro dolce canto in giro per il bosco. La stanchezza aveva fermato il suo passo, ma era ancora presto per liberarsi della refurtiva. Prese dal tascapane un barattolo di ciliege e ne mangiò alcune. Consumò metà della sua scorta di acqua per rinfrescarsi e lavarsi via la fatica. Trasaliva ad ogni rumore nel sottobosco. Aveva la sensazione paranoica che hanno tutti i fuggiaschi di essere seguita. Si voltava in continuazione per intercettare qualche sagoma, forma o movimento che potesse tradire un probabile inseguitore. Scoiattoli ed uccelli erano le uniche parti mobili di una natura statica. Neanche il vento osava inoltrarsi tra quegli alberi.

Riprese a camminare di buona lena e scalò il versante della collina per circa un'ora. Arrivò in una radura dove il sole riusciva a fare breccia tra le fronde possenti degli alberi. Si voltò per cercare di vedere quanta strada aveva fatto. La radura era ampia e concedeva una visuale sulla città sottostante. Kaila colse i contorni di quella che era la sua locanda. Il Lupo Armato. Da una di quelle finestre aveva visto un lampo di luce esplodere nella foresta. Si trovava nei pressi dell'origine di quel fenomeno inspiegabile.
Voleva portare a termine la sua missione nel minor tempo possibile. Kaila iniziò a correre con quanta forza le rimaneva nelle gambe. Sentiva il peso della refurtiva sbattere sul suo dorso ad ogni passo. Voleva liberarsene. Doveva liberarsene. Con la coda dell'occhio vide un buco nel terreno. Era poco lontano dal sentiero, ma abbastanza lontano dalla luce del sole. Perfetto per nascondere quei pericolosi oggetti. Kaila deviò la sua corsa per raggiungere l'obiettivo. Si tolse la sacca dalle spalle mentre stava ancora correndo. Con un gesto veloce del braccio ne svuotò il contenuto in quella specie di pozzo. "Ahio!" Un lamento arrivò dal pozzo. Il cuore di Kaila perse un colpo. Rimase impietrita. Si era fatta scoprire.
Si affacciò lentamente e timorosa. "Chi c'è la?". Un ragazzo si stava massaggiando la tempia dove uno degli oggetti di Kaila lo aveva colpito. Si voltò a guardarla e le sorrise. "Ehi dolcezza, che ne dici di darci una mano?". Il sorriso gentile era alla fine arrivato.


martedì 7 dicembre 2010

Pioggia Battente

Felz si alzò di buon ora. La luce ancora non filtrava dalle imposte e il profumo di pane fresco non si spandeva nell'aria. Kaila probabilmente stava ancora dormendo. Si mise a sedere sul letto per non rischiare di riaddormentarsi. Era stanco, mai come in questi giorni c'era stato tanto da fare. Aveva ripulito la taverna e riportato indietro buona parte dei barili di birra. Aveva preparato dei secchi con il mangime degli animali. Dosi ben ponderate per durare abbastanza tempo da permettergli di arrivare a Salingar e tornare indietro senza rischiare di ritrovare le bestie morte di fame. Suo padre Ivan avrebbe potuto facilmente sfamarle versando il contenuto dei secchi nella mangiatoia ogni giorno.
Aveva portato i cavalli dal maniscalco per ferrare gli zoccoli e aveva contattato diverse badanti per trovare quella più adatta ad occuparsi del padre durante la loro assenza. Alla fine aveva optato per Olga, la corpulenta cuoca della caserma di Elengar. In questo periodo di ristrutturazione dell'esercito aveva perso il lavoro e quindi aveva iniziato a fare la badante. Quella mattina Felz sarebbe andato in città a prenderla per portarla a casa. Prima però doveva passare dalla birreria per appendere il cartello che avvisava gli avventori della temporanea chiusura.
La tentazione di rimettersi a dormire fu grande, ma alla fine riuscì ad alzarsi. Una volta fuori dall'uscio di casa si fermò un attimo ad ammirare il panorama. In venticinque anni non si era mai alzato così presto. Nonostante la sua sorellina gli avesse più volte parlato della cascata di nebbia che in autunno ricopre il versante del monte Hoen, lui non l'aveva mai vista. Era uno spettacolo incredibile. Surreale. Un leggero chiarore iniziò a dare colore alle cose. Il canto del gallo in lontananza confermava l'arrivo dell'alba. Del sole però non c'era traccia. Troppo impegnato a nascondersi dietro un fitto strato di nubi scure. L'eco leggero di un tuono arrivò a preannunciare l'avvicinarsi di un temporale. Pessimo momento per mettersi in viaggio. Ormai però era tutto organizzato e più tempo passava e più Kaila rischiava di essere scoperta. Sarebbero partiti comunque, ma prima avrebbe inchiodato qualche asse sul carro per fare da tettoia contro la pioggia.

I cavalli erano ancora addormentati e ci vollero parecchie carrube perché diventassero collaborativi. Li portò fuori dalla stalla e li legò al carro. Alcuni rumori arrivarono da dentro casa. Probabilmente Kaila si stava svegliando. Forse al suo ritorno avrebbe trovato del pane fresco. Il freddo era liquido. Si infiltrava fin dentro le ossa. Le mani si intorpidivano e i piedi arrancavano.
Il tragitto verso Elengar fu breve. Senza carico, i cavalli coprirono il percorso in meno di venti minuti. La città era ancora addormentata. Il silenzio rendeva ogni passo oltremodo rumoroso. Davanti al Grande Portone le guardie erano sveglie e vigili. Cosa insolita a quell'ora del mattino. I grandi cambiamenti si notano dalle piccole cose. Insieme ai due armigeri di guardia c'era un ragazzino con una casacca nera. Portava sulle spalle faretra e arco, mentre al fianco, dal fodero della spada, spuntava quello che sembrava essere l'impennaggio di una freccia. Sul petto portava l'insegna dell'Esercito Unificato e probabilmente era lì per controllare l'operato delle guardie del Portone.
Sembrava annoiato da quell'incarico. Era completamente assorto nel compito di limare la punta di una freccia. Gli armigeri però non sembravano rilassarsi, ogni tanto lanciavano qualche occhiata indietro per controllare la sua posizione. Felz fece cenno di saluto con il capo ad entrambi. I due militari si limitarono a spostarsi lasciando libero il passaggio. Mentre attraversava il Portone colse con la coda dell'occhio lo sguardo del ragazzino. Aveva una specie di ghigno stampato sulla faccia mentre lo fissava.

Decise come prima cosa di passare alla birreria. La strada era completamente sgombra e silenziosa. Gli stoppini dei lampioni erano già stati spenti. La luce mozzata di quel mattino uggioso rendeva difficile distinguere le forme. La taverna di famiglia si trovava sul corso principale che dal Grande Portone arriva fino al piazzale della Reggia. Felz però era solito entrare dall'ingresso posteriore, e per raggiungerlo era necessario addentrarsi nell'alveare di case che componevano la cittadella esterna.
Il silenzio era snervante. Il ragazzo dell'Esercito aveva messo Felz di cattivo umore. Si sentiva come un ladro braccato. Il ché non era troppo lontano dalla verità. Solo che il ladro era sua sorella. Kaila era sempre stata una ragazza amabile, dolce e disponibile. Eppure da sempre nei suoi occhi c'era un velo di malinconia. Una tristezza nascosta e radicata che sembrava non conoscere conforto. Era sempre taciturna. Da piccola si rintanava nei luoghi più ameni pur di essere lasciata in pace. Più di una volta lui e suo padre si erano presi un bello spavento vedendola arrampicarsi su alberi, tetti e rocce. Non era mai caduta e mai aveva dimostrato timore. Quando si arrampicava sulla vetta del suo piccolo mondo sembrava ritrovare la calma, la serenità. La tristezza però, quella non se n'era andata mai.
Poi un giorno era cambiata. Aveva ritrovato il sorriso e la spensieratezza. Aveva trovato qualcosa per cui vivere. Felz non avrebbe mai sospettato che potesse essere stata sua sorella a commettere il furto, ma quando Kaila glielo confessò non ne rimase sorpreso. In fondo aveva sempre saputo il perché di quella tristezza inconsolabile. Lo sapeva perché in parte la condivideva. Entrambi sapevano che nella loro vita mancava qualcosa. Qualcosa che gli era stato strappato via da piccoli. E non era solo l'affetto della madre ciò di cui si sentivano privati. No, loro sentivano di aver perso le loro origini. Certo, Kaila accusava maggiormente questa mancanza, ma anche Felz non vi era rimasto indifferente. Forse fu questo il motivo che lo spinse a non arrabbiarsi con la sorella e a cercare in tutti i modi di aiutarla. In fondo anche lui voleva conoscere il contenuto di quel diario.

Un gatto attraversò la strada all'improvviso e Felz sussultò. Non era abituato a perdersi nei suoi pensieri. Era un tipo pratico e meticoloso. Non certo un sognatore. Dal giorno del furto probabilmente era cambiato qualcosa anche in lui e adesso iniziava ad accorgersene.
Raggiunse il retrobottega della taverna. Il vicolo era stretto. Il carro ci passava per poche spanne. Era uno di quei vicoli senza uscita dove non ci sono finestre a fare capolino sulla strada. Felz legò i cavalli davanti all'ingresso ed entrò nel locale. Tutto era perfettamente in ordine e da terra si alzava profumo di pulito. Tutte le sedie erano disposte a rovescio sul bancone e sui tavoli. Tutte le bottiglie erano state portate in cucina e i boccali di vetro erano stati riposti negli armadietti sotto il bancone. Con una mano sfiorò il bancone e si sorprese a pensare alla sua vita. Tutto il suo mondo esisteva all'interno di quelle quattro mura. Aveva dedicato ogni suo giorno, ogni suo momento, ogni suo respiro a quel locale. Si chiese se fosse davvero quello il suo posto. Se non avesse sprecato il suo tempo per seguire una stupida tradizione di famiglia. Non aveva neanche avuto il tempo di trovarsi una moglie per colpa di quella maledetta taverna.
Cercò di cacciare via quel pensiero e andò a prendere il cartello che Kaila aveva preparato. Doveva semplicemente appenderlo sulla porta e andarsene. Almeno per qualche giorno avrebbe condiviso qualche momento piacevole con sua sorella. Non avevano mai avuto del tempo da trascorrere insieme. Quando Kaila era abbastanza grande per correre e giocare, Felz aveva ormai iniziato a lavorare con il padre alla birreria. Avrebbe approfittato di quella vacanza improvvisata per cercare di recuperare un po' del tempo perduto.
"Andate da qualche parte?" La voce arrivò improvvisa. Felz non si era accorto di avere qualcuno alle spalle. Non aveva sentito nessuno avvicinarsi, nonostante il silenzio accentuasse ogni singolo rumore. Perse la presa sul cartello che cadde a terra. Si chinò per raccoglierlo senza voltarsi. Sapeva a chi apparteneva quella voce. In città c'era un nuovo Capitano e spesso lo aveva visto seduto al suo bancone. Mai una volta aveva consumato qualcosa. L'unica cosa che riusciva a fare era spaventare la clientela. "Gli affari non vanno bene, andiamo a vendere le scorte di birra in un'altra città" rispose in tono asciutto. Senza far trapelare tutto l'astio che aveva in gola. "Capisco. E per quanto rimarrete chiusi?". Felz non era stupido, aveva visto come quell'uomo guardava sua sorella e sinceramente non gli piaceva. Avrebbe voluto rispondergli a tono, magari anche dargli una bella lezione. Non solo allontanava i clienti, ma stava rovinando la vita della sorella. Purtroppo però il coraggio non era una delle sue virtù quindi lasciò cadere l'argomento. "Partiremo oggi, ma potremmo doverci fermare lungo la strada. Il tempo non promette nulla di buono."
"Potrei mandarvi una scorta, non si sa mai quali pericoli potreste incontrare nel tragitto, e io sono pieno di uomini scansafatiche che non hanno alcun impiego se non sperperare il denaro del regno. Un po' di moto gli farebbe bene". Ci mancava solo la scorta. Dei militari che accompagnano dei fuggiaschi a seppellire della refurtiva. Forse avrebbe anche trovato la cosa divertente in altre circostanze. "Non ci serve il tuo aiuto". Rispose Felz ormai sul punto di esplodere. Si rese conto di aver calcato troppo l'accento su 'tuo' e capì al volo che l'atteggiamento del Capitano era cambiato. Gli si fece vicino. Felz sentì il suo fiato sul collo. "Non ti conviene avermi come nemico" gli sussurrò gelido nell'orecchio. "Vi auguro un buon viaggio" aggiunse sprezzante mentre si allontanava nei vicoli dell'alveare.

Gocce d'acqua iniziarono a cadere leggere. Poi via via sempre più intense. Un tuono squarciò il silenzio. Tambureggiante e battente, la pioggia riempì l'aria. Grosse pozze iniziarono a formarsi lungo la strada. Piccoli ruscelli cominciarono a solcare i vicoli della città. La rabbia di Felz aveva raggiunto il limite. Nessuno avrebbe messo le mani su sua sorella.
Corse nel retrobottega. Prese alcune tavole di legno che avevano tenuto da parte per accendere il fuoco e iniziò a costruire la tettoia per il carro. Batteva sui chiodi con tutta la rabbia che aveva in corpo. Sfogava la sua impotenza contro quelle poche assi di legno. I tuoni si facevano sempre più forti e facevano da sottofondo al suo animo inquieto. Il lavoro che ne uscì fuori non era perfetto, ma sarebbe bastato a proteggerli dalla pioggia. Caricò sul carro i pochi barili di birra rimasti nel locale e montò la tettoia. Era ora di partire.
Raggiunse l'abitazione della badante che le strade erano già diventate un torrente in piena. Olga era sull'uscio ad aspettare e quando vide arrivare il ragazzo si illuminò in volto. "Pensavo che non venivi più. Con 'sto tempo scuro!" Felz non rispose e la donna notò lo sguardo cupo del ragazzo. Rimasero in silenzio per tutto il tragitto di ritorno. Ci volle del tempo perché le strade erano quasi impraticabili.
"Non è meglio se partite domani? E' pericoloso andare in giro con 'sta pioggia" cercò di farlo ragionare Olga, ma Felz voleva mettere più leghe possibile tra sua sorella e il Capitano e voleva farlo il più in fretta possibile. Voleva fuggire. Una volta raggiunta la fattoria, corse verso la cantina sotto la pioggia per caricare il carro con più barili possibili. Fece attenzione a riporre quello con la refurtiva in fondo a tutti gli altri, così da rimanere al sicuro da eventuali controlli. Il carro si stava lentamente riempiendo d'acqua piovana. Coprì le botti con quanti più teli riuscì a trovare per proteggerli dalla pioggia e alla fine tornò alla stalla.

Kaila lo stava aspettando. Era avvolta nel suo grande mantello col cappuccio calato fin sopra gli occhi. Aveva in mano un grosso fagotto che sosteneva a fatica. Sembrava allegra e spensierata. Quasi non si accorse dell'aria funerea del fratello. "Qui ci sono le provviste per il viaggio. So che tu e papà di solito vi fermate nelle locande, ma preferisco di gran lunga la mia cucina... e poi mi è venuta una strana voglia di ciliege sotto zucchero". Sembrava il ritratto della felicità. Tutta quell'allegria era contagiosa e Felz si ritrovò a scherzare con la sorella come se non fosse successo nulla. Iniziò a sentirsi più sereno. Erano al sicuro e si sarebbero allontanati. Per almeno un paio di settimane sarebbero stati tranquilli. In quel mentre li aveva raggiunti anche Ivan che, come Olga, cercò di convincerli ad aspettare la fine del temporale prima di intraprendere un viaggio così lungo. I due non vollero sentire ragioni e partirono senza altri indugi.
La pioggia era incessante, ma la tettoia teneva. Per Kaila questo era il primo viaggio. Non aveva mai visto il mondo oltre le pendici della montagna e tutto sembrava meraviglioso. Continuava a chiedere informazioni su tutto. Dalla durata del viaggio a quali villaggi avrebbero incontrato lungo il cammino. Chiese dove avrebbero dormito e si informò sui costi delle varie locande di cui Felz le parlava. Sembrava una fonte inesauribile di domande.
Ogni tanto qualche tuono interrompeva le loro discussioni, ma nessuno dei due sembrava darci peso. Il Capitano, l'Esercito, la refurtiva. Tutto sembrava un problema lontanissimo e intangibile. Finalmente avevano il tempo di stare insieme e non lo avrebbero sprecato rimuginando sui loro problemi.
Il viaggio era iniziato.