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venerdì 21 gennaio 2011

La Bimba Perduta

 Il suono del mondo aveva perso i suoi contorni sfumando nell'eco. I rumori attutiti rimbombavano con violenza nella mente di Lara. Immagini distorte e confuse correvano veloci davanti ai suoi occhi. Era consapevole della sua condizione. Sapeva di stare male. Malissimo. Non riusciva ad opporre resistenza a quella debolezza che progressivamente fiaccava i suoi arti. Il suo respiro morbido e flebile perdeva di intensità col passare dei minuti, o forse delle ore. Aveva completamente perso il senso del tempo. Chiudeva gli occhi per quelli che credeva fossero pochi istanti e li riapriva di fronte a scenari completamente diversi. La notte era stato sostituita dal giorno e il giorno aveva ceduto il passo alla notte.
 Quello che Lara trovava più fastidioso non era tanto lo stare male in sé, bensì il non essere in grado di comunicare con gli altri. Sapeva di avere una gamba rotta, ma il dolore era completamente annullato dalla febbre. Aveva freddo. Un freddo intenso che veniva da dentro. Aveva sete. La gola secca e riarsa come se le avessero fatto ingoiare la sabbia. Avrebbe voluto chiedere aiuto e spiegare di cosa aveva bisogno, ma non ci riusciva. Eppure nel momento in cui pensò che il freddo l'avrebbe uccisa, qualcosa la scaldò. Una giacca forse, un fuocherello in lontananza, un abbraccio caldo e avvolgente. Nel momento in cui sentì la gola sgretolarsi per la sete, qualcuno le diede da bere dell'acqua fresca e meravigliosa. Non riusciva a distinguere le forme e i colori, ma capiva che c'era un angelo che vegliava su di lei. Quelle parole, quelle semplici parole, le riecheggiavano nella testa "Ce la farai! Resisti ancora e ce la farai!".
 Agitazione. Una sensazione ricorrente in quei momenti così offuscati. Lara si sentiva come trascinata da un fiume impetuoso. La confusione era ovunque, persone, parole, urla e rumori. Tutto era in agitazione intorno a lei. Immagini sparse si delineavano. Fuoco, tanto fuoco, e poi mostri con zanne fameliche che urlavano alla luna. C'era la luna, quello lo ricordava. Una luce fissa e dolce che la cullava in ogni momento. L'unico punto fisso in un mondo ingarbugliato.
 La luna sparì e lasciò il posto ad una luce ambrata e diffusa. Poi anche quella sparì e la confusione riprese. Persone che si affaccendavano su di lei, che parlavano intorno al suo letto. Era su un letto, anche se non riusciva a dire se era comodo o meno. Un letto è sempre un letto, ed era una bella evoluzione dalla lettiga dove giaceva. I ricordi si facevano sempre più confusi, ma la sensazione di freddo si allentò fino a sparire e un dolce torpore la invase conducendola in un sonno profondo e riposante dove tutto annegò.

 La consapevolezza di sé arrivò con calma, senza troppa fretta. Lara si accorse quasi per sbaglio di aver riaperto gli occhi. Stava fissando un soffitto strano, fatto a volta. Non ricordava di averlo mai visto prima, un soffitto sconosciuto. Se ne stava lì fermo a fare il soffitto senza disturbare troppo, ma era evidente che Lara lo incuriosiva molto. Ci pensò un po' e alla fine si rese conto che stava dando una personalità ad un soffitto, a breve si sarebbe anche presentata e probabilmente non si sarebbe neanche spaventata qualora il soffitto le avesse risposto. Ciò non avvenne, ma qualcosa si mosse stra quegli archi che componevano la volta. Un'ombra. L'ombra di qualcosa, più probabilmente di qualcuno che si stagliava sul marmo levigato sopra di lei. Lara ne seguì la scia di oscurità e per farlo provò a mettersi sul fianco destro. Mai idea fu più malsana. Un dolore intenso partì dalla gamba sinistra e si propagò a tutto il corpo. Le scappò un gemito, uno soltanto e neanche troppo forte, ma tanto bastò per mettere in fuga l'ombra. Lara fece giusto in tempo a vedere una grande coda argentea come quella di un lupo sgattaiolare fuori dalla finestra.
 Lara si rimise sdraiata a fissare l'ormai vuoto soffitto e sospirò. Domande su domande si affollarono tra i suoi pensieri. Voleva sapere dove si trovava e cosa era successo, ma in quel momento si sentiva sola e abbandonata. Un fruscio attirò la sua attenzione di nuovo verso la finestra. Questa volta girò soltanto la testa e con quel flebile filo di voce che le era rimasto chiese "Chi è la?". Di nuovo un rumore in allontanamento. Di nuovo in fuga.
 Fuori dalla finestra c'era solo un grande albero con delle strane foglie rosse. Una lieve luce dorata illuminava la pianta che sembrava capitata lì per sbaglio. Sola e sperduta come lei. Lentamente il fruscio si fece di nuovo vicino, senza troppo entusiasmo. Un passetto alla volta con la massima cautela. Quando alla fine si fermò, Lara vide lentamente spuntare dal davanzale un paio di orecchie pelose e a punta. Sembravano quelle di un lupo, il che faceva il paio con la coda che all'inizio aveva visto scappare. Piano pianino le orecchie salirono e alla fine spuntarono dei capelli, e questo non si sposava molto né con la coda né con le orecchie. Sembravano capelli umani, come del resto la fronte che lentamente stava comparendo. Il castano e l'argento si mischiavano in mille sfumature su quelle ciocche lunghe che pian piano trovavano il coraggio di farsi vedere.
 Dopo la fronte fu la volta degli occhi. Grandi e castani. Lucidi e bellissimi come quelli di una bambina. Certo, una bambina con le orecchie e la coda da lupo, ma pur sempre una bambina. Quando quegli occhi incrociarono quelli di Lara, per un attimo si nascose di nuovo dietro al davanzale facendo ondeggiare il ramo dell'albero sul quale era appoggiata. Lentamente si rialzò fino a fare capolino con i suoi occhi curiosi. Lara le sorrise e lo sguardo della bimba si ingentilì rilassandosi. Con un balzo che fece tremare tutto l'albero, la piccola si andò a piazzare accucciata sul davanzale.

 Era molto piccola e indossava un vestitino di tela marrone. Aveva una grande coda argentata che teneva avvolta intorno alle gambe accovacciate. Con le braccia si stringeva forte sulle ginocchia. Aveva dei buffi ciuffi di pelo che le spuntavano dai gomiti, ma non era certo quella la cosa più strana di quella bimba. Il naso era piccolo e schiacciato, con due piccole fessure al posto delle narici, che si andava ad unire al labbro superiore dandole l'aspetto di un buffo musetto da cagnolino. Le guance rosse incorniciavano il suo sguardo innocente e da cucciolo. Era strana ma bellissima e sorrideva piegando la testa verso destra.
 "Come ti chiami?" le chiese Lara, ma la bimba non rispose, articolò una specie di mugolio e poi scese coi piedi sul pavimento. Poggiava il peso su braccia e gambe come un quadrupede. Si avvicinò lentamente verso il letto. Lara fece uscire una mano da sotto le coperte e cercò di avvicinarla al musino della bambina che in tutta risposta la annusò e, dopo averci pensato un po', iniziò a leccarla con gli occhi colmi di felicità.
 Un rumore di passi nel corridoio mise la bimba in allerta. Con difficoltà cercò di alzarsi in piedi tenendo le mani ferme davanti al petto e le ginocchia piegate a metà. Quando la porta della stanza iniziò ad aprirsi, la piccola era di nuovo fuori dalla finestra. Scappata di nuovo. "Aspetta, non scappare!" provò a dire inutilmente Lara, ma la ragazzina era già lontana.
 Una signora molto piccola e corpulenta entrò nella stanza. Indossava una tunica di un azzurro molto chiaro, quasi sfumato e portava con sé un vassoio dal quale si alzavano nuvole di vapore. "Vedo che ti sei svegliata finalmente". Aveva i capelli raccolti dietro la nuca in una specie di cipolla e con i suoi piccoli occhi scrutava la ragazza. "Dove mi trovo?" provò a chiedere Lara nella speranza di avere un po' di chiarezza.
 "Ti trovi nell'ospedale di Hangwick. I tuoi amici ti anno portata qui ieri sera con una gamba rotta e la febbre alta. Ti abbiamo rimessa in sesto e ingessato la gamba. Adesso dovresti stare meglio"
 I suoi amici. Certo. Lara ricordò di Mallory e di Elliot. Ricordò la loro piccola avventura e all'improvviso le immagini confuse nella sua mente ripresero forma. Rivide Elliot che la abbracciava per tenerle caldo, che le dava la sua giacca, che le portava l'acqua fresca e che la proteggeva dai lupi. Elliot. Il ragazzo che aveva sempre odiato le aveva salvato la vita. Si accorse che senza volerlo aveva iniziato a sorridere. L'infermiera lo notò "Si vede che i tuoi amici ti vogliono bene. Quello con gli occhiali l'abbiamo dovuto cacciare via a forza dalla tua stanza. Ma vedrai che appena farà di nuovo giorno tornerà a farti visita."
 "Elliot!" esclamò Lara.
 "Si, mi pare si chiamasse così!"

 Lara ripensò a tutto quello che c'era stato tra loro e si chiese perché quel citrullo l'avesse presa tanto a cuore, ciononostante l'idea la rese felice. Si appoggiò la mano destra sulla bocca per evitare di rendere troppo evidente il suo sorrise e si accorse che era umida. La bambina gliel'aveva leccata tutta. "C'era una bimba, aveva la coda e le orecchie a punta, è entrata dalla finestra". L'infermiera continuò ad armeggiare con il vassoio dandole le spalle. "E' Mya. Una bimba perduta che vive nell'orfanotrofio dell'ospedale" disse girandosi e porgendo alla ragazza il vassoio. "Adesso tirati un po' su, devi mangiare qualcosa".
 Lara si sollevò a sedere spingendosi con le braccia e appoggiando la schiena al muro dietro il letto. "Bimba perduta?" chiese.
 "E' così che chiamiamo i bambini come lei. Vedi, noi di Hangwick siamo tutti mutaforma. Non sai cos'è un mutaforma? Beh, siamo noi, esseri che possono cambiare aspetto e assumere le sembianze di altri animali. Questa capacità è innata, ma si stabilizza dopo i 14 anni, è per questo che abbiamo delle regole ferree che impediscono ai nostri ragazzi di cambiare forma prima dei 16 anni. Mya è sempre stata una testa calda, fin da bambina. All'età di 8 anni provò a trasformarsi ma la cosa non le riuscì e rimase bloccata a metà tra le sembianze del nano e del lupo."
 Lara non aveva capito granché di tutto quel discorso, c'erano troppi concetti strani che sembravano più tipici di un romanzo che di una persona reale, ma effettivamente la bimba aveva diversi tratti somatici tipici dei lupi. Quando capì che cosa era successo alla piccola, Lara fu aggredita da una profonda tristezza. "Non devi preoccuparti, non può parlare, ma sa come farsi capire. E' più libera di quanto noi potremo mai essere e si diverte davvero con poco. Vive in un mondo tutto suo ma è felice. Una bambina innocua, soltanto molto curiosa, però se ti da fastidio chiamaci così te la togliamo di torno."
 "Non ce ne sarà bisogno" sorrise Lara pensando a quanto le sarebbe piaciuto rivedere Mya. Si mise a mangiare o, per essere più precisi, a bere il brodo caldo e gustoso che le aveva servito l'infermiera. Era buono e pieno di strane verdure. Funghi probabilmente. Lo ingollò tutto d'un fiato. Lo stomaco le si aprì come una voragine, la fame le attanagliava le viscere come mai prima d'ora. Fortunatamente il brodo era tanto e riuscì a placarle la fame, inoltre le diede una leggera euforia e la fece cadere nuovamente addormentata.

 Lara dormì per quasi tutto il giorno. Il suo corpo aveva bisogno di riposo per riprendersi dall'incidente, ma anche la sua mente necessitava di staccarsi un po' dalla realtà per rimettere ordine alle idee. Si trovava a disagio a pensare ad Elliot nelle vesti del suo salvatore, eppure l'idea non le dispiaceva. Si chiese se il professor Stevens le avesse fatto visita durante quel giorno, ma si accorse che la cosa non le interessava più di tanto. Mya era il punto interrogativo sul quale si soffermava di più. Era una bimba così misteriosa e adorabile ma al contempo la sua storia le sembrava così triste che voleva ad ogni costo approfondirne la conoscenza.
 La tenue luce dorata che penetrava dalla finestra si fece via via più intensa con il passare delle ore fintanto che Lara non riuscì più ad ignorarla e progressivamente iniziò a ridestarsi. Si era quasi del tutto svegliata quando sentì bussare alla porta. Doveva essere tardo pomeriggio e fuori dalla finestra le foglie dell'albero esplodevano di colori. Immobili riflettevano la luce esterna e disegnavano giochi di colori sul soffitto a volta. Elliot entrò lentamente nella stanza.
 Il ragazzo sembrava imbarazzato ma felice. Inciampò in una sedia e per poco non crollò sul letto. Si sistemò i capelli e gli occhiali e si mise a sedere sulla sgabello accanto a Lara. "Come stai?" chiese alla fine.
 "Ho avuto giorni migliori" Lara provò a nascondere il suo imbarazzo con l'indifferenza.
 "Ti volevo salutare" provò a dire Elliot.
 "Bene, ciao" esclamò perentoria Lara.
 "Ok, beh, allora vado" il ragazzo abbozzò un sorriso forzato e si alzò. Sistemò con cura lo sgabello sul quale era seduto e si avviò verso la porta.
 "Aspetta!" lo fermò Lara "Non andare!" la voce le si era ingentilita più del dovuto ma stavolta non cercò di nasconderlo. "Perché ti sei preso tanta cura di me?" Lara notò la faccia sorpresa di Elliot che si interrogava su come lei facesse a saperlo e aggiunse "Ho dei ricordi. Dei ricordi sbiaditi in cui ci sei sempre tu. Tu che mi scaldi, che mi dai da bere, che mi proteggi. Perché lo hai fatto? Credevo che mi odiassi" concluse la ragazza abbassando lo sguardo.
 "Io non ti odio!" quasi urlò Elliot. Sul suo volto impressa la preoccupazione che diceva 'come hai potuto anche solo pensarlo?'
 "Neanche io ti odio" disse lei infine sorridendo. Lara allungò la mano e spostò lo sgabello facendo segno ad Elliot di accomodarsi. Il ragazzo divenne il ritratto della gioia e ubbidientemente si rimise a sedere. I due parlarono per ore. Elliot le raccontò gli eventi del giorno prima, di come Peter e il professor Stevens si erano sacrificati per dar loro modo di fuggire. Le parlò dei Nani-Lupo e della loro incredibile città. Le raccontò di Kaila e di come li aveva aiutati a salvarsi ma non accennò nulla su quell'incendio che Lara aveva ben stampato nei ricordi. La luce esterna andava gentilmente scemando verso una leggera penombra.

 "Questa sera c'è una specie di riunione. Il Nano di nome Holtz dice che ci organizzeremo per andare a salvare Peter e il Prof" disse infine.
 "Voglio venire anche io" disse Lara.
 "Il dottore dice che ti rimetterai presto, ma ti ci vorrà comunque qualche settimana. Noi dobbiamo partire subito se vogliamo salvar loro la vita" cercò di dissuaderla Elliot, ma Lara abbassò lo sguardo e i suoi occhi si velarono di preoccupazione "Stai tranquilla. Torneremo sani e salvi. Ti riporterò indietro il tuo adorato professore". Elliot aveva un sorriso dolcissimo e le teneva la mano. Lara avrebbe solo voluto urlargli che era uno stupido perché non gliene fregava nulla del professore, voleva solo che lui non si facesse male. Cercò le parole per dirglielo ma alla fine cedette e si limitò a sorridere. Un sorriso tirato. Troppo forzato per passare inosservato. "Ehi, cos'è quella faccia?" chiese Elliot.
 "Ho paura per voi" rispose Lara con la voce rotta dal pianto. Elliot non rispose. Le sorrise e si alzò. Girò intorno al letto fino a raggiungere un mobile accanto alla finestra sul quale era appoggiata una lampada ad olio. La prese e la appoggiò accanto al letto in modo che Lara potesse vederla per bene. La ragazza si tirò a sedere sul letto senza capire cosa Elliot intendesse fare. Il ragazzo la fissò negli occhi, le sorrise e avvicinò una mano alla lampada. Dallo stoppino iniziò a guizzare una fiammella azzurra che prese rapidamente di intensità. Era una luce splendida e calda. Lara rimase stupefatta, ma poi capì. L'incendio della sera prima era divampato per mano di Elliot. Il ragazzo che aveva di fronte non era più il secchione con cui competeva in continuazione per i voti più alti. Era un'altra persona, qualcuno di cui potersi fidare. Lara sorrise e si tranquillizzò. I due si fissarono a lungo al chiarore della lampada, poi Elliot se ne andò "In bocca al lupo" le disse Lara mentre varcava la porta. "Basta lupi, ne ho visti anche troppi finora!" sorrise Elliot "ci vediamo al nostro ritorno, riguardati!" Lara fece cenno di sì con la testa ed Elliot uscì dalla stanza.

 Lara rimase per un po' di tempo a fissare la luce della lampada ad olio. Sembrava così bella. Cambiava colore in continuazione, dal rosso al verde all'azzurro. Quella fiammella danzante aveva letteralmente ipnotizzato la ragazza, tanto che non si accorse di avere visite. Un leggero fruscio attirò la sua attenzione e finalmente notò che c'era Mya seduta sul davanzale della finestra. Era tornata a trovarla. Teneva in bocca qualcosa, un bracciale fatto con dei sassetti bianchi. Si avvicinò al letto e appoggiò il dono sulle coperte. Vista la titubanza di Lara, Mya spinse col nasino il bracciale sulle coperte. Un paio di spinte e poi lo sguardo da cucciolo con le orecchie abbassate. Lara prese il bracciale e lo mise al polso destro. Mya saltò letteralmente di gioia e atterrò sulle coperte. Lara fece appena in tempo a spostare la gamba ingessata per evitare il peggio, ma comunque accusò il colpo.
 Mya si allungò con braccia e gambe al fianco di Lara e quando ritenne di aver occupato abbastanza spazio, iniziò a gattonare in cerchio per cercare una posizione comoda, infine si adagiò acciambellata sul materasso. Si addormentò quasi istantaneamente, o per lo meno fece finta solo per non essere scacciata, ma Lara non aveva alcuna intenzione di scacciarla. Prese le coperte e gliele adagiò sopra in modo da riscaldare entrambe. Mya emise un gemito di approvazione e si sistemò col musetto sulla spalla di Lara. Quell'immagine così familiare e serena fece tranquillizzare la ragazza che si lasciò cullare dal lento e ritmico movimento del respiro della bimba. Le due ragazze si addormentarono insieme. Lara aveva trovato una nuova amica.


martedì 16 novembre 2010

La Festa

Nell'istituto superiore McFrancis fervevano i preparativi per l'imminente festa di Halloween. I ragazzi più popolari della scuola avevano costituito un Comitato di Organizzazione la cui missione era di evitare accuratamente ogni tipo di sforzo. Avrebbero elargito ordini e delegato compiti a tutti coloro che non facevano parte del comitato stesso. C'era chi si occupava di procurare le luci. Chi doveva organizzare il catering. Chi doveva scegliere le canzoni per il ballo. Chi doveva recuperare i fondi necessari per rendere tutto questo possibile.
Tra i più emarginati furono selezionati i ragazzi che avrebbero dovuto vestire i panni dei camerieri. Era un grande dono che il Comitato faceva a questi poveri compagni che in alternativa non avrebbero avuto l'onore di partecipare alla festa. Alcuni addirittura si offrirono volontari. Altri si dovettero accontentare di avere l'onore e l'onere di ripulire la palestra e di mantenerla pulita durante lo svolgersi della festa.
La palestra risplendeva come non mai durante il periodo delle celebrazioni. Pertanto il Preside non esitava mai a concederla ai suoi studenti per qualsiasi tipo di ricorrenza. Così si festeggiava la festa di Natale e quella di Capodanno. Si celebrava l'inizio di ogni stagione. La fine della scuola. L'inizio della scuola. L'inizio del nuovo semestre. Il compleanno e la scomparsa di John McFrancis, da cui la scuola prendeva il nome. Poi c'era la festa dei Papaveri, quella delle Primule, quella dei Castagni e quella dei Fagioli Borlotti. Melt Parson, Preside dell'Istituto superiore McFrancis, aveva trovato il modo di non spendere il becco di un quattrino per pagare le pulizie della Palestra.
Tutto procedeva come una macchina i cui ingranaggi sono ben oliati. Ognuno svolgeva il suo compito diligentemente. Ognuno si guardava bene dal creare il benché minimo problema. Ognuno voleva la sua fetta di gloria. Come ogni anno la festa sembrava organizzarsi da sola. Una invisibile catena di montaggio si occupava di assemblare ogni pezzo del puzzle. Tutto sarebbe stato pronto in tempo per la fine di ottobre.

Lara, come in occasione di ogni celebrazione, faceva di tutto per rendersi invisibile. Non che dovesse fare un grande sforzo. La cosa le riusciva abbastanza naturale. Persino la cuoca della mensa era più popolare di lei. La cosa le andava a genio e pertanto non aveva mai fatto nulla per migliorare la sua situazione.
Migliorare non è un termine corretto. Per migliorare qualcosa si deve assumere che la condizione attuale non sia buona. Lara adorava essere se stessa. Era orgogliosa del suo genio. Adorava i suoi vestiti così pratici. Era fiera dei suoi occhiali da intellettuale. Beh, forse quelli prima o poi li avrebbe cambiati. Le dava fastidio il modo con cui puntualmente le scendevano sul naso. Però sentiva che quel gesto semplice con cui se li sistemava prima di parlare, prima di attaccare, le dava una certa autorità. La inebriava quel senso di superiorità quando guardava tutti dall'alto verso il basso. Loro, poveri ignoranti. Loro, piccoli e infantili. Loro, il cui unico pensiero era festeggiare e divertirsi. Lei era superiore a tutto questo. Lei era il genio, quella intelligente. Lei avrebbe cambiato il mondo. Loro no!
Questa sua superiorità aveva un prezzo. La gente ignorante ride delle cose che non capisce. E di gente ignorante al McFrancis ce n'era tanta. E lei era veramente molto incompresa, perché i suoi compagni di scuola non si limitavano a schernirla. Più di una volta aveva trovato salamandre vive e rane morte - per gentile concessione del laboratorio di biologia - rinchiuse nel suo armadietto o nella sua borsa. Più di una volta, andando in bagno, aveva dovuto forzarne la serratura per riuscire ad uscire. Più di una volta il pranzo di qualche studente sbadato era andato a ravvivare la sua folta chioma castana. Più di una volta i suoi splendidi occhi verdi avevano dovuto osservare da vicino la ghiaia del parcheggio per via di qualche maldestra ragazza che aveva casualmente inciampato su di lei.

Lara aveva imparato ad ignorare questi comportamenti puerili perché sapeva che un giorno tutta quella gente si sarebbe dovuta inginocchiare ai suoi piedi. Quelli che oggi la buttavano a terra, domani le avrebbero portato le borse. Quelli che oggi le lanciavano il cibo addosso, domani sarebbero diventati i suoi camerieri personali. Doveva soltanto far fruttare la sua intelligenza superiore. Doveva dimostrare di essere la migliore. Doveva vincere ogni battaglia, ogni sfida che le si parava davanti.
La gara di scienze. Quello era il suo primo obiettivo.
A partire dall'inizio dell'anno scolastico, ogni settimana uno studente presentava un progetto di scienze. Il progetto veniva discusso in classe e valutato dal Professor Stevens.
Il Professor Stevens. L'unico barlume di luce in un mondo di oscurità. L'unica persona degna di guardarla da pari. L'unico essere intelligente in un istituto di decerebrati. L'unico da cui Lara accettasse critiche. L'unico che valorizzasse le sue capacità e il suo ingegno.
Passata la festa di Halloween sarebbe stata organizzata la festa della Scienza, in cui i progetti migliori tra tutte le classi sarebbero stati esposti ed una giuria imparziale e incapace avrebbe selezionato il lavoro migliore. Incapaci. Chi altro potrebbe aver scelto il lavoro di Elliot Summer durante la gara del primo anno. Uno strano ammasso di ingranaggi che... preparavano la colazione. Tè, spremuta, bacon e uova strapazzate. Cosa ci può essere di più stupido. E come poteva essere una cosa del genere migliore del suo progetto di depurazione dell'acqua sfruttando il metabolismo di batteri organici unicellulari.
"La gente vuole qualcosa che può capire, che può vedere, che può toccare. La giuria quasi mai premia il migliore. A volte il più ingegnoso, a volte il più divertente, a volte il più commovente. Mai il migliore in assoluto". Queste erano state le parole del Professor Stevens che la avevano aiutata a sopportare l'umiliazione. Che la avevano rasserenata. Che le avevano dato la forza di ricominciare da capo. Lei era la migliore. L'aveva detto il Professore. Doveva solo dimostrarlo a tutti. In special modo a quel sempliciotto di Elliot. Lo aveva già stroncato davanti a tutta l'aula per via della sua lacunosa esposizione. Ora era il suo turno e avrebbe preparato un progetto che difficilmente sarebbe stato dimenticato.

Da settimane Lara lavorava alla sua presentazione. Avrebbe mostrato a tutti un innovativo sistema anti-incendio basato su delle bolle di vuoto circoscritte all'area dove il fuoco divampava. Si era procurata un barattolo di cubetti di Sodio dal laboratorio di chimica e li avrebbe usati per generare delle piccole esplosioni che, spazzando via l'aria, avrebbero spento le fiamme. Era così orgogliosa del suo lavoro. Aveva costruito qualcosa di utile, che salvava la vita. Inoltre faceva scena, c'erano i piccoli scoppiettii del sodio lasciato all'aria che più volte avevano fatto sorridere sua madre. Quanto desiderava vedere quel sorriso sulle labbra del Professor Stevens.
A breve sarebbe iniziata l'ora di Scienze. Oggi toccava a lei. Doveva essere tutto perfetto. Si nascose in Palestra, sopra le gradinate, per fare le ultime prove. Per assicurarsi che tutto andasse bene.
Poggiò il suo modello sul gradino di legno. Posizionò i batuffoli di cotone imbevuti di alcool per simulare l'incendio. Accese un fiammifero e incendiò i batuffoli. Quando le fiamme furono opportunamente brillanti prese il grosso barattolo che conteneva il Sodio. O almeno ci provò. Nella sua borsa non c'era. Eppure doveva essere lì. Nella borsa che aveva appoggiato dietro di se. Nella borsa che non ricordava di aver lasciato aperta. E cos'era quel rimbombo? Quel rumore che la infastidiva. Come una palla che rimbalzava. Come un enorme barattolo pieno di Sodio che cade di gradino in gradino senza rompersi. Il vetro doveva essere bello spesso.
Lara sbiancò. Si alzò di scatto per rincorrere il barattolo, ma questo non fece altro che accelerarne l'avanzata. Gradino dopo gradino. Rimbalzo dopo rimbalzo.
Inciampò e finì in terra giusto in tempo per sentire il rumore del vetro che si infrangeva. Vide mille frammenti color ambra volare da tutte le parti. L'odore di cherosene saturò l'aria. Il liquido in cui il Sodio era conservato scivolò lentamente verso la canalina di scolo al centro della palestra portando con sé il prezioso metallo. Alcuni piccoli frammenti di Sodio le finirono sul maglione che iniziò a lanciare scintille. Sapeva cosa stava per accadere, ma il ginocchio le faceva troppo male per alzarsi e scappare.
Un tuono riempì la scuola. Il rumore di un esplosione che veniva dalla Palestra. Tutti accorsero per vedere cosa era successo.

Come sul luogo di un omicidio c'era chi piangeva e chi era arrabbiato. Quasi nessuno aveva notato Lara. l'enorme buco che si era creato al centro di quello che un tempo era un campo da Basket aveva catturato l'attenzione di tutti. La disperazione dipinta sul volto. Dove avrebbero organizzato la festa di Halloween?

Il Preside Parson rimase sconvolto da quello che era accaduto alla sua povera Palestra. Convocò i genitori di Lara per informarli di ciò che aveva combinato la loro adorata figlia. No, non si dovevano preoccupare per la sua salute. Si, era in infermeria. No, non era grave. Avrebbe dovuto scontare due settimane di punizione, ma stava bene. I genitori avrebbero dovuto ripagare il danno visto che l'assicurazione non lo copriva. Non che ci fosse un'assicurazione sulla Palestra, ma faceva scena dirlo. Infine, la cosa più tremenda. Sarebbe stato compito della ragazza trovare un nuovo luogo che potesse ospitare la festa.
Lara non familiarizzava molto con lo spirito di Halloween, ma da quel poco che sapeva doveva essere una feste lugubre, spettrale. Quale posto migliore della Palestra bruciacchiata con quel bel cratere al centro? No, la palestra non si toccava. Così diceva il Preside. Un uomo distrutto. Come se avesse appena perso un figlio. Forse a quella Palestra aveva anche dato un nome. E quando si da un nome ad una cosa, inevitabilmente ci si affeziona. Un vero idiota.

La punizione fu tremenda. Dover stare due ore chiusi in un aula a non fare nulla era già di per sé una tortura. Ma il fatto che il suo carceriere fosse proprio il Professor Stevens era intollerabile. Lui cercava di parlare di diversi argomenti. Voleva instaurare un dialogo. Ma Lara aveva notato quell'ombra di disapprovazione nei suoi occhi quando le si rivolgeva. Era come un pugnale piantato nel petto. Arroventato al punto giusto per andare più in profondità.
Ogni giorno il Professore le proponeva un luogo dove cercare di organizzare la festa. Lei faceva finta di interessarsi e puntualmente lasciava morire il discorso nel silenzio. La sua angoscia era palpabile e non capiva il perché di quell'inutile tortura.
Prima o poi avrebbe dovuto affrontare il problema della festa. Lei un posto l'avrebbe dovuto trovare, ma non le veniva in mente niente. Il solo pensarci la deprimeva. Non riusciva a ricordare neanche uno dei posti che il suo carceriere le aveva proposto o suggerito.

Il clamore per il disastro in Palestra andò stemperandosi il lunedì successivo. La notizia di una rissa esplosa nei corridoi del secondo piano aveva riempito la bocca dei pettegoli. Il bullo della scuola, un certo Mallory, era stato messo al tappeto. Tutti erano scioccati. Li aveva fermati il Professor Stevens. Questa era l'unica cosa che aveva attirato l'attenzione di Lara. Forse quel pomeriggio avrebbe avuto qualcosa di cui parlare e magari avrebbe detto addio all'angosciato mutismo dei giorni passati. Quando entrò nell'aula però rimase frustrata dalla sorpresa.
Due ragazzi si erano picchiati. Un professore li aveva beccati. Era naturale che finissero in punizione. Se lo sarebbe dovuto aspettare. Ciò nonostante la delusione fu grande quando capì di aver perso quel piccolo momento di intimità con il suo Professore. Aveva sprecato tempo ad angosciarsi e ora non sarebbero più stati soli. Avrebbe dovuto condividere quell'aula con quei due ragazzi. Forse per un solo giorno. Più probabilmente per una settimana.
Si erano seduti ai due capi opposti dell'aula, uno fissava il muro, l'altro fuori dalla finestra. Il primo, quello vicino al muro, aveva i capelli biondo cenere, lisci, lunghi fino alle spalle. Gli occhi castani e il naso a patata. Doveva essere molto alto a giudicare dalla misura dei piedi e dalla lunghezza delle gambe che sporgevano da sotto il banco. Aveva le spalle larghe, tipico dei giocatori di Basket. Doveva essere quel Mallory di cui parlavano tutti. Il bulletto della scuola. Lei non aveva mai avuto il piacere di conoscerlo. Si teneva una mano sulla guancia visibilmente gonfia. Qualcuno l'aveva veramente preso a pugni.
L'altro le dava le spalle, ma Lara lo avrebbe riconosciuto tra mille. Quei capelli neri, lisci, corti e con la riga in mezzo da perdente. Intravvedeva le stanghe nere della montatura di quegli occhiali così spessi che aveva imparato ad odiare. Quegli occhiali che nascondevano un paio di occhi verdi come i suoi, ma che non avevano quella stessa luce di genialità che invece era propria del suo sguardo. Era l'Idiota. Era Elliot. Quello che più di una volta l'aveva messa in ridicolo. Aveva steso il bullo della scuola. Ne sarebbe uscito come un eroe e lei sarebbe sembrata sempre più inferiore agli occhi degli altri. Al suo ingresso si girò a malapena a guardarla. Alzò gli occhi al cielo con un gesto di stizza e si rimise a fissare la finestra.

"Benvenuta Lara. Hai pensato a dove vuoi organizzare la festa di Halloween?" Le chiese il Professore mentre lei si accomodava al suo posto. Lei si limitò ad abbassare lo sguardo scuotendo la testa leggermente. "E da quando in qua gli sfigati organizzano le feste?". Mallory si era confermato per quello che sembrava. Un altro idiota. Non con la I maiuscola come Elliot, ma pur sempre un idiota. "Da quando gli sfigati fanno esplodere le palestre!" sottolineò Elliot. Odio. Odio. Odio. Persino Mallory aveva riso a quella battuta. Ma quei due non si erano picchiati? Dovrebbero odiarsi. "Smettetela voi due. Quando siete in punizione potete parlare solo se interrogati" li interruppe il Professore e poi, rivolgendosi a lei, "Hai pensato a Casa Madison? E' una vecchia villa in cima alla collina ad est di Plumdale. Ci sono strane legende che circolano su quel posto. Dovrebbe essere perfetta per una festa di Halloween."
"E' una casa privata, non possiamo entrare" rispose timidamente Lara.
"E' disabitata da molto a causa di alcuni fatti avvenuti in passato" la tranquillizzò il Professore.
"Puoi dirlo forte Prof. Lì c'hanno ammazzato la gente. Nessuno ci vuole andare. E poi ci sono i fantasmi. Lo sanno tutti. Nessuno ha il coraggio di andarci. Nessuno vorrà fare la festa lì" Rincarò Mallory.
"Sono tutte superstizioni. Possiamo andare a fare un sopralluogo così potremo sfatare il mito e la festa si potrà fare. Inoltre la legenda renderà speciale la festa e Lara ne uscirà un po' risollevata. Magari anche perdonata." Le ultime parole furono sottolineate dal Professore che la fissò con quel suo sguardo penetrante.
Lara si fece coraggio e si rivolse direttamente a Mallory. Così da poter evitare lo sguardo dell'uomo "Cos'è, hai paura? Peccato che non abbiamo le chiavi, altrimenti mi sarebbe piaciuto vederti scappare gridando come una femminuccia". Il suo cinismo era tornato in piena forma. Il piacere di vedere la rabbia montare negli occhi dell'altro fu inebriante. Decise di rincarare la dose "D'altra parte ti sei fatto mettere al tappeto da quello sfigato!"
"Questo è troppo!" sbottò Mallory "Io non ho paura di niente. Ci sarà un modo di entrare senza chiavi. Andiamo e ti faccio vedere con chi stai parlando!"
Il Professor Stevens, visibilmente divertito dalla scenetta, cercò di calmare gli animi "Ok, adesso state calmi. Cercherò di contattare l'agenzia che l'ha messa in vendita e organizzeremo una visita"
"Io ho le chiavi!" Elliot si ridestò dal suo torpore e si intromise nella discussione. "Mia madre ha l'incarico di vendere quella casa. Ci possiamo andare anche stasera."
Allora non è poi così inutile l'Idiota. "Non so, così mi sembra un po' affrettato. Dovrei discuterne coi vostri genitori e chiedere il permesso al Preside" cercò di stemperare il Professore. "Andiamo Prof! Che gusto c'è se non lo facciamo di nascosto" Gli rispose Mallory sghignazzando. "Assolutamente no! Non posso prendermi questa responsabilità! Andrò a parlare con il preside e organizzerò una visita per la prossima settimana" concluse il Professore.
Alla fine delle due ore di punizione Elliot e Mallory si avviarono alla porta. Lara li seguì a breve distanza. Mallory agguantò Elliot sotto il braccio e lo tirò dentro un'altra aula. "Io e te. Stasera. Porta le chiavi o domani ti faccio nero"
"Perché ci tieni tanto?" gli fece Elliot "Perché per colpa tua ho perso il rispetto della gente. Mi ci vuole qualcosa di grosso per recuperarlo"
"Se ci beccano ci ammazzano" obiettò l'Idiota "Allora cercheremo di non farci beccare".
Elliot sembrava ancora titubante "Scegli: o questo, o ti massacro di botte da qui fino al diploma" Questo sembrò convincerlo.
Quei due sarebbero andati e si sarebbero fatti beccare. Il Preside le avrebbe impedito di organizzare lì la festa e la sua unica occasione di redenzione sarebbe sfumata. Doveva andare con loro per tenerli d'occhio. "Non vi dispiace se mi aggiungo a voi, vero?" esordì Lara entrando nell'aula. "In realtà ci dispiacerebbe molto" fece Elliot "Non credo abbiate scelta, a meno che non vogliate che io vada a dirlo al Preside" replicò Lara.
Calò un attimo di silenzio in cui Mallory valutò se fosse il caso di picchiare una ragazza. Lara lo percepiva. Istintivamente trattenne il fiato un po' spaventata. Fissava con ansia il pugno serrato di Mallory. Il pugno si rilassò. Mallory sbuffò. Non l'avrebbe picchiata. Sarebbero andati tutti insieme a Casale Spavento.