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domenica 10 luglio 2011

La Via di Fuga

Holtz era da sempre considerato una giovane promessa, padroneggiò la tecnica di trasformazione ancora prima che qualcuno avesse il tempo di insegnargliela, primeggiava in ogni disciplina ed era il migliore del suo corso in accademia. Entrato nell' esercito, impiego pochi anni per diventare capo squadriglia, prendendo il posto di suo fratello maggiore Karl al comando del suo branco. Tutti si aspettavano grandi cose da lui e sapevano che prima o poi (più prima che poi) sarebbe persino entrato nel Consiglio Supremo.
Eppure c'era qualcosa in lui che non andava, sentiva di essere fuori luogo di vivere una vita che non gli calzava. Fuori dai confini di Hangwick c'era un mondo intero da vedere e da scoprire pieno di meraviglie e di magie che lui poteva solo immaginare. La mattina di fronte allo specchio, fissando la sua folta barba fulva, simbolo di maturità e di rispetto, pensava a come era la sua vita e a come sarebbe dovuta essere. Fantasticava sul mondo in superfice e viaggiamo con la mente verso paesi lontani e meravigliosi. La realtà però era diversa e quando alla fine si decideva a tornare coi piedi per terra, la sua barba era ancora lì a ricordargli chi era e cosa rappresentava per la gente che lo stimava e lo rispettava.
Lui faceva parte della guardia del Consiglio e il suo compito era di proteggerne i membri, da cosa di preciso non lo sapeva, visto che in 27 anni, il massimo dell'azione era stato scacciare via una mandria di bufali pontifici che avevano deciso di costruire il loro villaggio proprio davanti l'ingresso della grotta che conduceva alla città dei Nani.

Solo in un'altra occasione si rese utile alla sua gente. Dovette fare da scorta ad una delegazione del Consiglio in visita ad Asper, un viaggio breve, giusto un paio di giorni in superficie prima di raggiungere un'altra città sotterranea, ma per Holtz fu un esperienza unica, per la prima volta aveva abbandonato i morbidi pendii di Hangwick e aveva camminato su quelle strade baciate dal sole, un sole vero, non un cristallo appesa in cima ad una grotta. I raggi di luce caldi gli attraversavano la pelle e gli scaldavano il cuore. Profumi e colori mai visti lo inebriarono e lo fecero sentire come un bambino.
Al suo ritorno ad Hangwick era carico di emozioni e di sensazioni, ma ben presto tutto affogò nella routine quotidiana lasciandolo di nuovo solo e svuotato. Ogni mattina vide riflessi nello specchio i suoi occhi che si spegnevano lentamente lasciando il posto ad uno sguardo vitreo ed inespressivo. Quella mattina in particolare notò che dalla sua lunga chioma faceva capolino un capello bianco. Lungo e rigido si faceva strada tra la moltitudine di ricci bruni. Holtz cercò di isolarlo dagli altri prendendolo in mano e avvicinandolo allo specchio. Cercò di immaginarsi completamente canuto come il fratello e l'immagine lo terrorizzò. Si vide vecchio e scavato nel volte come se il suo corpo si fosse rassegnato e vivere per sempre e morire in quella grotta sconosciuta al mondo in superficie.
La rabbia gli montò dentro, afferrò l'intera ciocca di capelli e se la strappò via con forza. Sentì dolore alla cute ma la ignorò, continuò a fissare quella manciata di capelli che gli erano rimasti in mano. Alzò di nuovo lo sguardo quasi trionfante per quel gesto così rivoluzionario, ma un altro capello bianco saltò agli occhi, e un altro, e un altro ancora. Più scavava nella sua chioma, più capelli bianchi trovava. Il peso della sua morte interiore lo stava annientando e il suo corpo si era indebolito. Non aveva perso la forza, ma la voglia di vivere.
Con le lacrime agli occhi Holtz diede un pugno allo specchio rompendolo. La sua immagine spezzata continuò a fissarlo con cento occhi tutti uguali e tutti vuoti. Un rigolo di sangue scese lentamente dal suo pugno lungo le incrinature del vetro fino a gocciare nel lavandino sottostante. Portò la mano al petto quasi di istinto, fissò la ferita per qualche istante, poi quella iniziò a richiudersi lentamente lasciando una nuova cicatrice candida sul dorso della sua mano.

Holtz continuò a coccolare quasi meccanicamente il punto dove la ferita si era appena richiusa e sentiva che quel processo di rigenerazione aveva riportato a galla un po' del suo vero io. Quella strisca candida di pelle nuova era giovane e piena di vita. Per un attimo si chiese se scorticandosi completamente la pelle sarebbe stato ingrado di ritrovare se stesso, ma fortunatamente gli rimaneva ancora un barlume di ragione per impedirgli di fare una tale stupidagine. No, la sua doveva essere una metamorfosi simbolica che gli avrebbe dovuto restituire la luce negli occhi, la giovinezza sul volto, quindi prese il coltello che aveva attaccato alla cintola e, afferrando grosse ciocche di capelli se li tagliò corti. Non era un taglio preciso, ma avendo i capelli ricci non si notava molto la differenza, si sentiva come una pecora appena tosata.
Poi fu la volta della barba, questa volta si inumidì la pelle con degli oli da bagno per permettere alla lama di scorrere a filo sulla sua pelle e lentamente ridiede ossigeno al suo volto. Ad ogni passata della lama una nuova cicacrite veniva scoperta e un ricordo di vita vissuta gli tornava alla mente. Con calma minuziosa tagliò via ogni pelo ispido dal suo volto, ogni tanto si portava via per errore anche un po' di pelle, ma il suo volto si rigenerava in fretta. Alla fine si guardò di nuovo nello specchio e vide un centinaio di riflessi diversi nel vetro infranto, ma avavano tutti l'aria di essere dei ragazzi giovani e pieni di vita. Holtz sorrise finalmente di gusto e con una mano si accarezzò il volto liscio e rinato.

I dormitori della GradiaHangwick in poco tempo. Inoltre era situato sull'unico rialzamento presente all'interno della grotta, così da permettere una visuale dall'alto delle case sottostanti. I dormitori si estendevano in circolo intorno ad una seppur misera reggia che fungeva da sede del Consiglio.
Le stanze erano tutte uguali, composte da una sola stanza e da un piccolo tinello, tutte davano su lunghi corridoi che correvano all'interno della circonferenza e che davano sui giardini della reggia. Lì ogni mattina alle 5 in punto avvenivano le esercitazioni, alle 7 veniva servita la colazione nella mensa e poi si iniziava la giornata lavorativa dell'armigero medio. L'esercito, essendo in tempo di pace, si occupava principalmente della vicilanza della città, ma occasionalmente svolgeva lavori di manutenzione e di rinnovamento delle strutture interne alla grotta.
Avevano il compito di estinguere gli incendi e svolgere opera di assistenza presso l'ospedale locale. Insomma, erano un po' i tuttofare del regno.
Come ogni mattina, all'interno dei dormitori veniva suonata la sveglia e puntualmente tutti si presentavano sull'attenti di fronte al proprio alloggio avendo cura di aver rassettato la stanza e rifatto il letto. I capi squadriglia facevano l'appello e ispezionavano le dimore per accertarsi che tutto sia stato fatto secondo il regolamento. Come se tutta quella disciplina servisse davvero a qualcosa.
Quella fatidica mattina la sveglia suonò, tutti si presentarono all'appello, ma i commilitoni di Holtz si trovarono in una situazione quantomai imbazzante. Già, perché in passato era capitato che qualche soldato non si fosse presentato all'appello o si fosse presentato in “disordine”, il povero figliolo veniva punito con 10 frustate (pena simbolica per un Nano Lupo, visto che hanno una naturale resistenza al dolore e una grandissima capacità rigenerativa) e la cosa finiva lì, ma mai nella storia di Hangwick era successo che fosse proprio il capo squadriglia a non presentarsi.
Tutti rimasero lì immobili ad aspettare, ogni tanto osarono anche scambiarsi sguardi imbarazzati e perplessi, ma nessuno emise il benché minimo suono. Ogni tanto tutti, a turno, facevano cadere l'occhio sulla porta della stanza di Holtz chiedendosi cosa stesse accadendo. Una musica, forse una nenia, insomma, qualcosa di strano veniva da dentro quella stanza; ammettendo che una cosa tanto assurda fosse possibile, sembrava quasi che Holtz stesse canticchiando un motivetto allegro.

Dopo diversi minuti la porta dell'appartamento si spalancò e ne usci... beh, ne uscì un ragazzo che nessuno conosceva e nessuno aveva mai visto. Da bravi soldati, la squadriglia di Holtz saltò addosso al ragazzo e lo immobilizzò. Senza accorgersene si erano tutti trasformati in lupi e rischiavano di sbranarlo se non fosse per l'urlo che terrorizzò tutto l'esercito.
“FERMI!” urlò Karl, aggiustandosi la divisa prese un paio di lupi dal mucchio, li sollevò di peso e li scaraventò in giardino. “Non vedete che questo è il nostro comandante? E' Holtz!”
Poi rivolgendosi con sguardo severo al fratello intimò sotto voce “Che diamine ti sei messo in tenta brutto deficente!”
“Buongiorno anche a te Karl, ho pensato di curare un po' il mio aspetto fisico, come mi trovi?” disse Holtz.
“Oh benissimo, sembri un principino” rispose Karl con aria canzonatoria e poi aggiunse “Ti sei bevuto il cervello? Rischiavi di farti ammazzare da questi deficenti che non sanno ancora usare l'olfatto”. Non credo ci sia bisogno di precisarlo, ma queste ultime parole non furono pronunciate in tono particolarmente amichevole.
“Stai tranquillo fratello, so difendermi, ma ti ringrazio per essere intervenuto” riprese Holtz con il sorriso sulle labbra.
“Hai deciso di farti cacciare? Sai che la barba e i capelli lunghi sono un simbolo di potere all'interno dell'esercito?”
“Certo che lo so, ma lo sapevano anche pulci e zecche che non la finivano più di tormentarmi. Adesso mi sento molto più leggero.”
I due si guardano intensamente per alcuni minuti. Karl era visibilmente arrabbiato, mentre Holtz era visibilmente divertito. Alla fine Karl decise di rompere il silenzio sbuffando e allontanandosi: “Fai come ti pare, se ti cacciano tanto meglio per me”.

Il nuovo taglio di Holtz fu l'argomento principale di conversazione della colazione e ben presto la voce arrivò anche alle orecchie di Aperon, Capitano della Guardia nonché mentore di Holtz.
Al termine della colazione il Capitano si avvicinò ad Holtz e lo trasse in disparte: “Cos'è questa buffonata? Ti sei forse bevuto il cervello?” gli ringhiò contro, ma Holtz non si scompose e replicò sempre col sorriso sulle labbra: “L'ultima volta che ho letto il regolamento della caserma non mi sembrava di averci trovato nulla contro i capelli corti e la barba rasata.”
“Sai benissimo che le usanze sono importanti più dei regolamenti” replicò acido Aperon.
Holtz iniziava ad annoiarsi di tutte quelle critiche inutili. Stava vivendo un chiaro e semplice rifiuto dell'autorità, delle regole e delle abitudine. Una sorta di neo-adolescenza. Sostenne lo sguardo del Capitano e semplicemente rispose facendo spallucce.
Il sangue iniziò ad irrorare di furia gli occhi del Capitano che si limitò ad alzare lo sguardo e a voltarsi, mentre si allontanva aggiunse: “Oggi ci sono le fogne dell'ospedale da pulire, pare che quella Mya le abbia intasate con i rami del bosco. Te ne occuperai tu, tuo fratello Karl amministrerà la tua squadriglia in tua assenza”.
Holtz non poteva vederlo dalla sua posizione, ma era abbastanza sicuro che il Capitano stesse ghignando, al che si limitò a mettersi sugli attenti e, sempre con il sorriso sulle labbra e con un tono canzonatorio che non sapeva di saper usare rispose: “Agli ordini mio capitano!”
Aperon non si voltò, ma il suo ringhio sordo riecheggiò in tutta la mensa e Holtz poté andarsene con aria di trionfo nonostante fosse appena stato punito e degradato.

***

Il pomeriggio proseguì lento. Il lavoro era pesante perché nessuno era accorso ad aiutarlo e la piccola Mya si era data molto da fare per mettere su una splendida e resistentissima diga. Holtz non poté fare a meno di apprezzare il talento della cucciola, un po' perché la diga era costruita molto bene, con ottimi materiali reperiti chissà dove e persino in una posizione strategica molto efficace che rendeva quasi impossibile rimuoverla senza dover nuotare nel letame.
Si trovava da diverse ore nella galleria di scarico al di sotto dell'ospedale, ma era soltanto ruscito a rimuovere un quarto di tutti i rami. Mya continuava a trotterellargli intorno guardandosi bene dal non cadere nell'acqua fetida e sghignazzando alle spalle del povero Holtz. Ogni tanto, quando il soldato riusciva a buttare giù qualche ramo particolarmente grosso, la ragazzina scappava guaendo e, una volta giunta ad una abbondante distanza di sicurezza, iniziava ad abbaiara all'indirizzo di Holtz.
I due continuarono così fino a sera, quando Mya sparì per quasi un'ora. Holtz era esausto e puzzava di vomito e letame fin dentro alle ossa, non era sicuro che sarebbe mai riuscito a recuperare il suo odore, ma alla fine era contento di essersi allontanato dalla vita militare anche solo per un giorno e anche solo per un lavoro tanto schifoso.
Mya tornò che la luce del cristallo si era quasi del tutto affievolita. Stringeva in bocca un cestino con del pane, un po' di frutta e una bottiglia piena di acqua fresca e pulita. Holtz cercò di abbracciarla per ringraziarla ma lei si ritirò schifata e si mise in un angolo a lisciarsi il pelo. In questi casi sembrava quasi più un felino che un mezzo lupo, ciononostante Holtz le fu molto grato e mangiò con gusto quella cena improvvisata.
“Sai piccola Mya” disse ad un certo punto. “Sono giunto alla conclusione che questo non è il posto per me, è ora di andarsene” Mya scattò sull'attenti e imitando quello che sembrava un sorriso abbaiò soddisfatta. “Anche tu te ne vuoi andare, vero?” Mya non rispose, beh, non sapeva parlare, quindi per lei era difficile rispondere, ma il suo sguardo si velò di malinconia e iniziò a fissare l'uscita della galleria. “Sai cosa ti dico? Appena riuscirò ad andarmene, ti verrò a prendere e ti porterò via con me”. Mya iniziò a saltare sul posto agitata, sorrideva a si rotolava e alla fine saltò in braccio ad Holtz e iniziò a leccargli la faccia “Buona buona che sono tutto sporco” provò ad obiettare, ma con scarso successo. “Sai cosa ti dico? Per oggi abbiamo lavorato abbastanza e ho decisamente bisogno di un bagno, alla prossima piccola Mya” e dicendo ciò si alzò e iniziò ad incamminarsi verso casa. Mya continuò a trotterellargli dietro per un po' ma poi iniziò a ringhiare contro il nulla “Cosa ti succede?” provò a chiedere Holtz, ma prima che potesse accorgersene, Mya era già scomparsa tra i vicoli della città.

Era ancora sotto la doccia quando per l'intera grotta si spanse l'allarme. Contemporaneamente suonarono le sirene anti intruso e anti incendio. Doveva essere qualcosa di grosso e finalmente ci sarebbe stato un po' di movimento, indossò i primi stracci che trovò e iniziò a correre verso la grotta di ingresso. Senza quasi rendersene conto aveva assunto l'aspetto di un lupo, si chiese se il fatto di essersi tagliato barba e capelli si sarebbe riflesso nel suo manto e si preoccupò di avere da qualche parte delle chiazze vuote sul pelo.
La corsa era inebriante, sentiva tutti i muscoli tonici e guizzanti che scattavano al suo comando. L'aria passava attraverso il suo manto accarezzandolo. Si sentiva rinascere e non vedeva l'ora di catapultarsi in un'avventura.
Durante il tragitto incontrò altri soldati che lo informarono dell'accaduto. Pareva che la collina di Hangwick fosse stata aggredita e che un gruppo di ragazzi erano sulle tracce della città. Probabilmente era una bravata di un gruppo di maghi novizi, ma sempre meglio controllare. Mentre correva nel bosco l'odore acre del fumo quasi lo stordì e gli fece perdere i sensi, cambiò sentiero per evitare le fiamme ed arrivò nella radura dove suo fratello Karl con la sua squadriglia stavano braccando un gruppetto di ragazzi umani. Una di loro era su una barella in chiaro stato di incoscienza e gli altri sembravano terrorizzati, gli occhi di Holtz però si posarono sul volto di una splendida fanciulla dai capelli corvini, stringeva in mano un ciondolo a forma di chiave che brillava al buio.

Nell'addestramento militare, una delle prime cose che ti vengono insegnate è l'individuare le vie di fuga. Ora, sia ben chiaro che Holtz stava ragionando in maniera puramente filosofica, ma aveva trovato finalmente la sua via di fuga. Per qualche ragione sapeva che quella ragazza sarebbe stata il suo lasciapassare per il mondo esterno.
Una ragazza con un medaglione a forma di chiave splendente accompagnata da dei ragazzi con abiti surreali, proprio come nella Leggenda, quella con la 'L' maiuscola che i cantastorie narravano ad ogni festa tra i saltimbanco e le bancarelle. La conosceva a memoria da quando era un cucciolo e sognava ogni notte di poter combattere al fianco della principessa perduta e trasformare in realtà la Leggenda di Andalia.
Holtz si convinse che quella ragazza era la prescelta ancora prima di aver riportato alla memoria tutta la Leggenda e decise che l'avrebbe salvata. Per farlo non esitò ad avventarsi contro il fratello che le stava per saltare al collo e in poco tempo iniziò una scazzottata con ne faceva da anni. Il gusto del combattimento quasi gli fece dimenticare che stava affrontando suo fratello, sangue del suo sangue, ci volle l'intervento dei suoi uomini per riportare sia lui che Karl alla ragione, ma almeno aveva raggiunto il suo scopo, si era posto a difesa della fragile principessa e l'aveva salvata, ora non gli restava che trovare il modo di aiutarla a scappare e a farle da scorta.

Kaila, così si chiamava, e non era propriamente una principessa, ma faceva la birraia. Niente da ridire della birra e, se non aveva capito male, la birra prodotta dalla sua famiglia era famosa in tutte le terre di Hoen, ma questo non la rendeva più regale di lui. Però c'era il ciondolo, e c'erano i ragazzi strani al suo seguito, e definirli strani era decisamente riduttivo. Ingegnosi per essere degli umani, avevano costruito una perfetta lettiga e avevano curato la gamba rotta di una loro amica senza dover ricorrere alla magia. Piuttosto insolito per dei ragazzi, in special modo della loro razza, ma anche questo faceva parte della Leggenda. Pare infatti che anche gli uomini un tempo sapessero usare la tecnica e la meccanica prima di friggersi il cervello a causa di un mago visionario.
Si, dovevano essere loro i ragazzi di cui narravano le antiche scritture e avrebbe convinto l'intero Consiglio della sua idea, dopodiché si sarebbe fatto affidare la missione di proteggerli... Una perfetta via di fuga.


venerdì 5 novembre 2010

Il Diario

La notte era ormai calata da diverse ore. Le stelle erano più vivide che mai a quell'altezza, senza le luci della città ad adombrarle. Pulsavano di una luce fredda e al contempo misteriosa disegnando strane geometrie nel cielo. Come una danza magica volta a richiamare la loro regina, la loro signora che le aveva abbandonate senza lasciar traccia. Era la prima notte di Luna nuova, il momento perfetto per agire. Il buio totale ammantava tutto come una calda coperta fatta di oscurità e protezione. Nessuno avrebbe notato quello strano mantello nero che si aggirava indomito tra le guglie di protezione della torre più alta in attesa del momento giusto per muoversi.
Le fiaccole lungo le strade lentamente si spensero augurando la buona notte a tutta la cittadella fortificata. Kaila ripassò mentalmente il piano, era un buon piano, così almeno si era ripetuta fino a convincersene. Erano mesi che ci lavorava, che pianificava ogni singolo respiro, ogni singolo battito del suo cuore, ogni singolo movimento dei suoi muscoli. Fino a quel momento era andato tutto bene, ma quella era la parte facile del piano. Se avesse commesso qualche errore in quel frangente avrebbe dovute prendere seriamente in considerazione l'idea di cambiare mestiere. Non che quello della ladra fosse il suo vero mestiere. Era più un lavoro occasionale, uno di quei lavori saltuari che si fanno una sola volta nella vita giurandosi che mai e poi mai si sarebbe più corso un rischio del genere. Insomma, Kaila era alla sua prima esperienza e aveva intenzione di iniziare col botto. Di fare il colpo che ogni ladro sogna di fare prima o poi nella sua vita, e poi basta. Mai più. Non lei, la contadinella che passa la vita tra la piantagione di luppolo e la birreria del padre. Non lei, la dolce ragazza che un giorno sarebbe andata in sposa al figlio del panettiere. Era quella la sua vita. Stasera lei sarebbe stata un'estranea persino per se stessa, Kaila la Ladra. E il bello è che in città tutti la conoscevano e tutti la amavano, e quindi nessuno si sarebbe preso il disturbo di sospettare di lei, ammesso che non si facesse beccare. E questa era la parte difficile del piano, quella che sarebbe iniziata da li a poco, al primo rintocco della campana.

Tutto era cominciato circa un anno prima: al termine della raccolta del luppolo suo padre Ivan e suo fratello maggiore Felz partirono alla volta della città di Salingar dove avrebbero barattato metà del raccolto con diverse varietà di malti che avrebbero miscelato per preparare la birra. Sulla porta della birreria fu appeso il solito cartello che informava gli avventori che sarebbero rimasti chiusi per circa due settimane, e così Kaila rimase sola in casa a fare la guardia ai polli e alle anatre.
Era abitudine che, mentre gli uomini di casa si occupavano dello scambio del luppolo, lei avrebbe avuto l'onere di fare il cambio di stagione. Avrebbe portato in soffitta i panni troppo leggeri da usare in periodo estivo sostituendoli con gli abiti più pesanti, quelli di lana e di cuoio che avrebbero tenuto caldo durante l'inverno che stava arrivando. Il lavoro era lungo e metodico. Bisognava prima lavare ed asciugare tutti i panni estivi. Andavano poi piegati accuratamente cospargendoli con poca farina di mais che avrebbe impedito all'umidità invernale di far germogliare la muffa sui vestiti. I panni piegati venivano poi riposti in due bauli leggeri di cuoio rinforzato avendo cura di riempirli il più possibile così da lasciare nel baule meno aria possibile. Infine avrebbe aggiunto qua e la tra i vari strati di stoffa dei rametti di fiori di lavanda che servivano a tener lontano le tarme. Era sufficiente un solo baule per stipare tutti i panni del padre e del fratello, mentre il secondo baule era completamente riservato a lei.
In famiglia non erano molto ricchi, ma il padre adorava vederla girare per il paese come un'aristocratica signora, quindi metteva ogni soldo da parte per farle la dote e, ogni tanto, per comprarle qualche vestito nuovo, di quelli buoni, non come gli stracci che indossava lui. Nel tempo i vestiti si erano accumulati e adesso Kaila poteva persino cambiarsi d'abito una volta a settimana.
Una volta portati i bauli estivi in soffitta, era il momento di portare quelli invernali al lavatoio, ma mentre cercava di tirar giù da un ripiano l'ultimo dei bauli, il suo, quello più grosso che si incastrava sempre, fece troppa forza e venne giù tutto lo scaffale. Kaila rovinò a terra e su di lei si riversò tutto il contenuto dei ripiani, compresi i ripiani stessi. Non si era fatta molto male nella caduta, i bauli che aveva ordinatamente posato sul pavimento avevano attutito la caduta dello scaffale, ma qualcosa di pesante le era caduto in testa, e quello si che le aveva fatto male. Era un baule più piccolo degli altri. La ragazza non l'aveva mai visto, probabilmente era nascosto sul ripiano più in alto dove lei non arrivava. per di più nella caduta si era aperto e adesso il contenuto era completamente rovesciato sul pavimento. Kaila si tirò via da sotto lo scaffale e cercò di alzarsi. La fronte le pulsava fortissimo dove il baule l'aveva colpita, le girava anche un po' la testa, tanto che dovette appoggiarsi ad una delle colonne che reggevano il tetto per evitare di cadere di nuovo. Si toccò dove le faceva male e fu come se un ago rovente le si fosse conficcato nella fronte, la testa girò ancora più forte e quasi perse l'equilibrio. Scivolò a sedere con la schiena lungo la colonna e aspettò un po' che il dolore si affievolisse. Si ritrovò accucciata accanto al baule e al suo contenuto e la cosa che le saltò subito agli occhi fu un disegno, o meglio, l'angolo di un disegno che sporgeva dal baule rivoltato. Lo trasse a sé e rimase a bocca aperta.
Kaila sapeva che da giovane il padre era un bravo disegnatore, molti venivano alla sua fattoria per chiedere un ritratto, ma lei non lo aveva mai visto disegnare. Suo fratello le aveva raccontato che aveva smesso quando la loro madre era morta e aveva bruciato tutti i dipinti che aveva realizzato. Quello si era salvato, ed era anche evidente il perché, era un disegno meraviglioso, che ritraeva sua madre seduta su una sedia a dondolo intenta a cullare un neonato. Il neonato aveva un vestitino con una 'K' ricamata sopra. Era la sua iniziale. Quel neonato doveva essere lei, e la madre, oh com'era bella, e quanto era radioso il suo sorriso. Quello doveva essere il baule in cui il padre aveva nascosto tutti i ricordi che aveva della defunta moglie.
Per un attimo Kaila pensò di aver profanato una sacra reliquia, ma poi la curiosità ebbe la meglio e, ancora dolorante, si avvicinò al baule e cominciò a studiarne il contenuto.
Oltre a qualche disegno aveva trovato un paio di vesti, una delle quali doveva essere quella che sua madre aveva indossato il giorno del matrimonio. Trovò l'anello con cui suo padre l'aveva sposata. Trovò anche alcuni sacchetti contenenti petali ormai secchi di fiori che Kaila non riuscì ad identificare. Mentre riponeva tutto nel baule con meticolosità quasi reverenziale, vide un piccolo luccichio proveniente da una tavola del pavimento. Qualcosa uscito dal baule si era conficcato nel legno, Kaila lo raccolse e vide che era una chiave d'argento, piccolissima, impensabile che potesse aprire qualcosa, per di più non c'era niente nel baule che richiedesse di essere aperto con una chiave. Decise di tenersela, prese la catenina che portava al collo, se la tolse e vi infilò la chiave. Finché non avesse scoperto cosa poteva aprire, quella chiave sarebbe stata il suo ciondolo, il suo ricordo di una madre che purtroppo non aveva avuto modo di conoscere.

I giorni passarono e Ivan e Felz fecero ritorno a casa con un carico abbondante, nei giorni successivi avrebbero iniziato a preparare i barili di birra per la fermentazione, quindi sarebbero stati indaffarati, e comunque la taverna andava riaperta, quindi a Kaila spettò il compito di stare dietro al bancone. In lei si fece forte la voglia di chiedere informazioni al padre a proposito della madre e di quella piccola chiave, ma per qualche motivo rimandava sempre. Aveva paura, di cosa non lo sapeva, ma ogni volta che provava ad avvicinare il padre si bloccava.
Decise di rivolgersi al fratello, dopotutto lei era ancora piccola quando la madre morì, ma il fratello aveva compiuto sei anni, doveva pur ricordarsi qualcosa. Così si fece coraggio e andò nella stanza di Felz. "Tu ti ricordi di quando è morta la mamma?" la domanda a bruciapelo aveva spiazzato il ragazzo che impiegò qualche istante a riprendersi "Perché me lo chiedi?" cercò di evadere la richiesta. "Beh, in soffitta ho trovato un baule con dentro le cose della mamma, c'erano anche dei disegni di papà, e poi c'era questa" Kaila tirò fuori dalla veste il ciondolo-chiave e lo mostrò al fratello che assunse un aria quasi seccata. "Senti Kai, quella chiave dovrebbe sparire, non la dovrebbe trovare nessuno, buttala nel fiume appena puoi". La ragazza fissò quell'innocuo pezzo di metallo senza capire come potesse essere così pericolosa. Il fratello, cogliendo il dubbio negli occhi di Kaila cercò di spiegare. "Vedi, la mamma non era di queste terre, veniva da Andalia, la città nel cielo, la città perduta. Quello che so è che quelli della sua Stirpe erano perseguitati perché avevano degli strani poteri, è per questo che la mamma è stata ammazzata". Ammazzata. Kaila sapeva che la madre era morta di febbre nera, e invece era stata ammazzata. Crollò a sedere sul letto alla notizia, con lo sguardo perso nel vuoto. "Non te l'abbiamo mai detto perché non volevamo che vivessi nella rabbia e nell'odio come noi". Kaila rimase a sedere ancora qualche istante a giocare nervosamente con la piccola chiave tra le mani. "A cosa serve la chiave?" chiese ancora "Non lo so, dico sul serio, ma se è della mamma avrà qualche potere magico, guarda come luccica, qui non ci sono luci forti che possano giustificare quella strana luminosità". Questo Kaila non l'aveva ancora notato, ma in effetti era vero. L'aveva sempre guardata di giorno, e comunque l'aveva sempre tenuta sotto le vesti al riparo da sguardi indiscreti, eppure adesso che l'aveva in mano non riusciva a spiegarsi come aveva fatto a non notare quella luce fioca e argentea che la chiave emanava.
Si congedò dal fratello con un sorriso forzato e se ne tornò nella sua stanza, al buio, a fissare la chiave che rischiarava debolmente il palmo della sua mano. Neanche si accorse delle lacrime che avevano cominciato a scendere sulle sue guance, prima piano, poi sempre più copiose e accompagnate da qualche singhiozzo. Pianse per ore, poi, sfinita, si addormentò. Sognò una luce immensa e poi un sorriso, un sorriso senza volto, come se fosse libero dai vincoli corporei ma legato direttamente ad un'anima. Un'anima gentile di uno sfavillante colore dorato. Un'anima che l'avrebbe aiutata, a fare cosa, ancora non lo sapeva, ma la fece sentire bene.

Per alcuni giorni Kaila evitò di incrociare lo sguardo del fratello che, dal canto suo, aveva deciso di lasciarle il tempo di metabolizzare le sue parole. Una sera, mentre infuriava la tempesta, lei rimase da sola nella birreria con il padre. Con quel freddo maledetto e la mole d'acqua che veniva giù, nessuno avrebbe rinunciato al calduccio del proprio focolare. Non per quella sera almeno, neanche per assaggiare la birra di Ivan, rinomata in tutto il paese. L'occasione era perfetta, il padre era piuttosto allegrotto, anche grazie a qualche pinta di birra di troppo. Era il coraggio l'unica cosa che mancava all'appello, quello di Kaila ovviamente, perché di quello di Ivan non si poteva dubitare, soprattutto dopo che lo aveva spinto ad aprire la taverna anche con quel tempo del cavolo.
Kaila fece un respiro profondo e iniziò a parlare, tutto d'un fiato, così da evitare di perdersi nel discorso e di iniziare a pentirsi di aver aperto bocca. "Ecco, ho trovato questa chiave... stava nel baule della mamma... non volevo, è che mi è caduto in testa... e ho trovato la chiave... so com'è morta la mamma, me l'ha detto Felz... mi ha detto di buttarla... ma io non ce l'ho fatta... non ti arrabbiare... volevo sapere... ecco... insomma, la chiave aprirà qualcosa, certo, è una chiave... ma non ho trovato niente e... non volevo frugare, è che mi è caduto in testa e... e si è aperto... ma poi l'ho rimesso a posto... però ho tenuto la chiave..." La voce della ragazza si spense con le lacrime che le riempivano gli occhi, lo sguardo basso per non incontrare quello del padre. All'improvviso due possenti mani le si appoggiarono sulle spalle, ma con delicatezza. Sussultò un attimo, poi alzò gli occhi a cercare quelli del padre. Le stava sorridendo, ma era un sorriso triste. C'era tristezza nei suoi occhi, però non era arrabbiato. Era quello sguardo, di quello aveva paura, era quello che le impediva di parlare. Non era la rabbia che temeva, ma la tristezza. Quella tristezza che inevitabilmente arriva quando si riporta a galla un dolore forte.
"Quella chiave apre il diario di tua madre. Vedi, gli Edori, la Stirpe da cui discendeva tua madre, avevano il potere della preveggenza, e questo spaventava molta gente, gente stupida, così tua madre si teneva per se le sue profezie. O meglio, le scriveva su un diario, era un piccolo quaderno con poche pagine, ci appuntava solo quelle che riteneva più importanti. No, so cosa stai per chiedere, io non le ho mai lette e no, non ho il diario con me. Quello le fu confiscato, prima che me la impiccassero come eretica. Se lo sono tenuti nel loro archivio nella speranza di riuscire ad aprirlo. Idioti. Quella chiave è magica, come lo è il diario, senza quella chiave non si potrà mai aprire, quindi finché quella chiave sarà al sicuro, nessuno potrà leggere quelle profezie."
Kaila si sedé su una panca e così fece il padre, così che lei potesse appoggiarle la testa sulla spalla. "Dov'è successo?" "Qui ad Elengar, sono passati ormai tredici anni" Kaila continuò a fissare la chiave che teneva in mano, quel bagliore adesso la turbava. Fece per restituirla al padre, ma Ivan prese la mano della ragazza e la chiuse intorno alla chiave "Questa chiave ti appartiene, tua madre voleva che l'avessi tu". "Come fai a saperlo?" chiese lei perplessa "Quel diario lei ce l'aveva da prima che la conoscessi, eppure, guardala bene, intendo la chiave, avvicinatela". Kaila fissò quella chiave da pochi pollici di distanza e, per la seconda volta, rimase stupida, un altro dettaglio così evidente le era sfuggito: il passachiavi, il foro che permette ad una chiave di essere inserita in un portachiavi, era forgiato a forma di 'K', ancora una volta la sua iniziale. Kaila sorrise. Guardò il padre e sorrise di nuovo, di gusto. Era felice. Sua madre le aveva lasciato un dono. "Dai su, andiamocene a casa che tanto stasera non si batte cassa".
Quella notte Kaila non pianse come si sarebbe aspettata, non odiò neanche, come invece si aspettava il fratello. No, quella sera Kaila iniziò la sua metamorfosi che l'avrebbe fatta diventare una ladra. Quel diario era suo e aveva il diritto di riprenderselo. Lo avrebbe fatto ad ogni costo. Fuori la bufera si era calmata e dalle nuvole fece capolino la Luna. Un piccolo raggio di quella luce argentea passò dalla finestra di Kaila fino ad arrivare alla chiave che iniziò ad irradiare tutta la stanza con quella stessa luce. Avrebbe ripreso quel diario, a costo di diventare una ladra. Era il suo destino. Era quello che avrebbe voluto sua madre. Questo fu il suo ultimo pensiero, poi venne il sonno. Un sonno agitato e pieno di luce, e c'era di nuovo l'anima gentile che l'avrebbe aiutata. Era forse una profezia? Aveva anche lei i poteri della madre? Forse rubare il diario sarebbe stato più facile del previsto. No, quello l'avrebbe fatto da sola. L'anima gentile sarebbe arrivata dopo. Poi di nuovo quella luce immensa, potente, magica e tutto divenne confuso, come se si fosse alzata una fitta nebbiolina dorata. Kaila alzò lo sguardo e la vide, immensa, nel cielo. Era Andalia. La terra degli Edori. La terra della sua Stirpe. E lei l'avrebbe ritrovata.