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sabato 25 dicembre 2010

Christmas Special

Questo è il mio personale regalo di Natale per tutti quelli che finora mi hanno seguito e mi hanno sostenuto. Con questo capitolo vorrei inaugurare una serie di storie slegate dalla trama principale e che narrano vicende secondarie o comunque incentrate su personaggi minori. Prendendo spunto dagli speciali del Doctor Who spero di riuscire a regalarvi un capitolo speciale per ogni ricorrenza. Di volta in volta cercherò di trovare le storie che meglio si adattano alla festività di turno. Ovviamente questi capitoli non verranno inseriti nell'indice dei libri che man mano si alterneranno, però sono sicuro che troverete queste storie farcite di piccoli rimandi che di volta in volta approfondiranno alcuni aspetti del romanzo che stiamo leggendo. Per questo primo speciale ho scelto di dedicarlo ad uno dei personaggi più importanti della mia storia che però per forza di cose è ben lungi da essere un protagonista: Jonah!

Detto questo vi lascio alla lettura e vi auguro un Buon Natale. Non posso promettere nulla, ma se ce la faccio avrò modo di farvi anche gli auguri di Buon Anno ;-)


Un Regalo Inaspettato

La bufera imperversava e si insinuava in ogni crepa della porta di legno. I cardini erano allentati, quindi ogni raffica di vento la faceva sbattere come se qualcuno stesse cercando di buttarla giù con violenza. La fiamma nel focolare si faceva via via più debole e non c'erano più ciocchi per sfamare quel che rimaneva del fuoco. Jonah strinse a sé la pesante coperta di lana e si fece più vicino al camino. Se ne stava rannicchiato per terra a giocherellare con un pezzettino di carbone ormai privo di calore. Il freddo gli faceva battere i denti e stridere le ossa, sentiva il gelo intorpidirgli l'anima. Accanto a lui l'ultimo barattolo di ciliege sotto zucchero. Una ciliegia solitaria galleggiava in poche dita di sciroppo.
Jonah si era da poco trasferito ad Hangwick, la città dei maghi, dove tutti i novizi dovevano terminare il loro addestramento sul campo. Era appena uscito dalla scuola di magia, non con il massimo dei voti, ma se l'era cavata. La sua massima aspirazione era quella di passare le sue giornate a prendersi cura dei libri della biblioteca di Elengar, ma le sue capacità non arrivavano a quel livello. Il suo maestro e mentore l'aveva fatto entrare nel programma di addestramento per i maghi cerusici. Se tutto fosse andato per il meglio sarebbe finito in uno dei tanti fronti di quella guerra secolare a curare ferite e a rinsaldare ossa rotte.
Era arrivato nella città dei lupi sul finire dell'estate, mentre i corsi sarebbero iniziati con l'autunno. La casa in cui viveva era poco più di una topaia ed era appartenuta ad un ramo della sua famiglia che non aveva mai conosciuto. Era stato affidato ad una zia della cugina di terzo grado del nipote della sorella di sua madre. Una vecchina silenziosa e pigra che passava le sue giornate stravaccata sulla sedia a dondolo a dormire russando o, in rari casi, a dormire senza russare. Ad ogni fragile respiro della donna, la sedia emetteva un leggero cigolio e ondeggiava lenta sul pavimento. Quel rumore ritmico e sgraziato era una tortura per il povero apprendista che non ricordava più cosa si provasse a svegliarsi dopo un'intera notte di riposo.

Il freddo era arrivato di soppiatto. Si era intrufolato progressivamente da ogni porta della città e aveva agitato il vento per quelle strade senza alberi e senza ripari. Jonah pensava che, sopravvissuto ai gelidi inverni di Elengar, non avrebbe mai più affrontato la sensazione tremenda di quando il sangue non raggiunge più le estremità. Come se un centinaio di formiche carnivore della Valle di Assua avessero iniziato a banchettare sui palmi delle sue mani. Era contento di essere fuggito dalla vetta di quella montagna altissima con le sue ancor più alte torri, ma non poteva immaginare che, tutto sommato, potesse esserci di peggio.
Il peggio era il vento. Le alte mura di Elengar erano uno scudo efficientissimo contro le intemperie. Hangwick aveva delle basse mura, ma soprattutto si trovava al centro di una delle valli più ventose della regione, con solo una piccola collina ad est a proteggerli dalle correnti. E il vento spegne i focolari, frusta le case strappandogli via brandelli di tepore, neanche il sole riusciva a infrangere quella cortina di gelo che ammantava la città.
Il peggio era il ghiaccio. I pesanti stalattiti che trasformavano l'umidità e le intemperie in spade di ghiaccio minacciose. Le lisce e scivolose lastre che ricoprivano le strade ampie rendendole teatri di buffe cadute e goffi giochi di equilibrio. Jonah aveva ancora i postumi del suo ultimo che lo aveva visto scivolare davanti alla bottega del panettiere e arrivare dolorante fino alla piazzetta del fontanile che ovviamente era completamente ghiacciata e piena di gente pronta ad irriderlo.

Il freddo non era solo nell'aria, ma anche negli animi della gente. Jonah non poteva certo dire di essere stato accolto in pompa magna, anzi, difficilmente qualcuno si era accorto del suo arrivo. Era solo un'altra tunica col cappuccio calato fin davanti alla bocca che ogni giorno prendeva parte alle esercitazioni nel bosco. Nessuno si rivolgeva a lui. Nessuno si voleva esercitare con lui. Nessuno voleva avere a che fare con lui.
Un giorno di fine novembre, come tutte le mattine, si recò nella piazzetta del fontanile al centro della città. Di solito si riunivano lì tutti i novizi per poi raggiungere i campi di addestramento nel bosco sulla collina. Tutti stavano fermi e in silenzio, in piedi in file ordinate in attesa del Capo Mastro, ma non quella mattina. Gruppetti disordinati parlottavano agli angoli della piazza. Discutevano di tattiche e strategie, ridevano e scherzavano e, all'occasione, guardavano storto il povero Jonah. Ormai c'era abituato a quel tipo di accoglienza, quello a cui invece non sapeva dare una spiegazione era quell'insolito 'disordine'.
Il Capo Mastro arrivò con un discreto ritardo e portò con sé un cesto pieno di pacchetti. Salì lentamente sul podio posto di fronte alla piazza e iniziò a squadrare tutti i ragazzi presenti. Come per magia tutti i ranghi si serrarono nuovamente. Le file ordinate a cui Jonah era abituato si ricomposero. Il silenzio scese grave sulla piazza.
Qualche colpo di tosse sporadico rompeva lievemente la stasi di quel momento in cui il Capo Mastro continuava a fissare i suoi allievi. "Oggi, come ogni anno, si terrà la Corsa di Fine Autunno" disse l'uomo. "Formerete delle coppie, ognuna delle quali riceverà uno di questi pacchetti. All'interno c'è un bastoncino. Ogni coppia sarà legata tramite un sigillo al bastone. Se un membro della coppia si allontana per più di dieci passi dal compagno, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia cadrà a terra, il bastone si spezzerà. Se un membro della coppia urlerà, il bastone si spezzerà. La prima coppia che raggiungerà l'altro lato della collina con il bastone ancora intatto avrà vinto."
Il Capo Mastro aspettò qualche secondo prima di ricominciare a parlare. Fissò uno ad uno tutti i ragazzi soffermandosi con sguardo severo su quelli che ghignavano silenziosamente. Solo Jonah sembrava turbato dall'evento. Il numero di novizi era dispari, quindi lui sarebbe stato escluso, o peggio ancora avrebbe dovuto fare coppia con il Capo Mastro. La voce tonante riprese il suo discorso dal podio. "Quest'anno come premio per i vincitori ci sarà una sorpresa. Qualcosa che sono sicuro non vi aspettereste mai. Per tutti gli altri invece ci sarà una settimana di lavori forzati alla miniera di Shurbi."
Jonah era disperato. Odiava i lavori manuali, ma ancora di più odiava correre. Era goffo e impacciato nei movimenti. Difficilmente sarebbe arrivato sano al momento della punizione. Inoltre avrebbe dovuto affrontare il tutto da solo. "Ora formate le coppie, ognuno scelga il proprio compagno". Di male in peggio, oltre al danno anche la beffa e l'umiliazione di rimanere da solo senza un compagno. Nessuno lo avrebbe scelto. Jonah non osò alzare la testa, quando all'improvviso la sua perfetta visuale del pavimento lastricato della piazza fu coperta dal grigio rossastro di un'altra tunica. Due piedi esili spuntavano da sotto il mantello. Chiunque fosse se ne stava proprio piantato di fronte a lui. Alzò lentamente lo sguardo fino ad incontrare quello di una ragazza dagli occhi ambrati e i capelli lisci e chiarissimi, quasi dorati, che morbidamente le si adagiavano sulle spalle. "Mi chiamo Neja" disse la ragazza. "Ti andrebbe di fare coppia con me?" concluse la frase con un sorriso dolcissimo. Jonah ci mise un po' a riscuotersi. Continuò a perdersi in quegli occhi del colore del miele senza riuscire a proferire verbo. Muoveva la bocca come per articolare qualche suono ma nessuna parola ne veniva fuori. "Sono l'unica ragazza del gruppo, nessuno mi sceglierà perché mi considerano un peso. A quanto pare anche tu sembri essere lasciato in disparte, quindi perché non fare coppia?". Jonah rimase imbambolato per qualche secondo e alla fine riuscì a pronunciare un flebile ed incerto "V-va bene".

A turno le coppie passarono davanti al podio dove il Capo Mastro consegnò loro uno dei pacchetti sul quale impose il sigillo. Neja spiegò a Jonah che quella gara serviva a rinforzare il legame tra i maghi. Per natura gli stregoni sono schivi e solitari, ma in guerra devono sapersi amalgamare con l'esercito. La corsa aiuta a sviluppare la fiducia nel prossimo e lo spirito di squadra.
Quando fu la loro volta di ricevere il pacchetto, il Capo Mastro li squadrò per un attimo e poi sorrise scuotendo la testa. Non erano di certo la coppia meglio assortita, ma lo scopo del gioco non era vincere, bensì unire i maghi. Tutte le coppie con relativo pacchetto si ridisposero sulla piazza in file ordinate. Indossarono i cappucci per coprire i loro sguardi tesi. Jonah aveva in custodia il bastone e Neja stava in piedi al suo fianco. Il ragazzo fissava la scatolina con ansia pensando alla sua nuova amica. Ora si sentiva responsabile anche per lei. Frustrato. Sapeva perfettamente di non essere in grado di correre. Figuriamoci battere gli altri in una gara di velocità. Avrebbe condannato la sua compagna ad una settimana di lavori forzati. Si fermò un attimo a riflettere sul fatto che tutto sommato non sarebbe stato male rimanere da solo.
"Al suono delle campane la gara avrà inizio" tuonò il Capo Mastro che con un sorriso aggiunse "Vi auguro buona fortuna. Che vincano i migliori".

I rintocchi del campanile arrivarono puntuali e strazianti e tutti insieme scattarono verso le porte della città. Già dai primi passi, Neja e Jonah si ritrovarono in coda. Neja era agile abbastanza da tenere il passo con gli altri, ma Jonah era appesantito da qualche chilo di troppo e penalizzato dai lunghi anni di pigrizia e di poco movimento. Arrivati al cancello Jonah aveva già il fiato corto e la fronte imperlata di sudore.
La corsa si rivelò ad ogni passo più ostica. Ormai avevano imparato a conoscere i sentieri di quella collina, ma la distrazione e il manto di foglie dei colori dell'autunno che ricoprivano e nascondevano le radici degli alberi, rendevano la salita assai complicata. Jonah rischiò di cadere diverse volte, ma Neja si rivelò molto paziente e abile nel sorreggerlo.
Le difficoltà aumentarono quando il bosco si riempì di incantesimi che volavano da una parte all'altra. Tutti i partecipanti cercavano di far cadere gli avversari. Effettivamente l'uso della magia non era stato vietato dal Capo Mastro, ma Jonah non aveva neanche il fiato per pronunciare una qualsiasi formula. Neja aveva imposto uno scudo discretamente potente su di loro che li metteva al riparo da palle di fuoco e sferzate di vento. In breve tempo però non ci fu più nessuna magia dalla quale difendersi visto che tutti gli altri avevano letteralmente seminato i due.
"Non ti arrendere!" disse la ragazza. "Ce la puoi fare. Devi credere di più nella tua forza". La voce di Neja aveva il potere di scaldare l'anima di Jonah. Assunse uno sguardo deciso e risoluto. I due si fissarono e Neja gli sorrise di nuovo. Ce la poteva fare. Diede a Neja la scatola e prese un pezzo di carta dal suo tascapane. Lo tagliò in due e con una piuma d'oca riempì le due metà con una scrittura minuta e fitta. Come inchiostro aveva usato il suo stesso sangue. Quando ebbe finito piegò a metà i fogli e pronunciò alcune parole sottovoce. I fogli si illuminarono e divennero di colore rosso scuro.
"Cosa stai facendo?" chiese Neja.
"Non sono un bravo mago, ma se c'è una cosa sulla quale sono infallibile sono i sigilli" disse Jonah porgendo a Neja uno dei due foglietti. "Questo piccolo sigillo cancellerà ogni segno di fatica e ci darà un equilibrio degno di un funambolo. Purtroppo durerà solo qualche ora, ma dovrebbe essere sufficiente per farci vincere la gara". Per la prima volta Jonah si sentì all'altezza della situazione e sorrise orgoglioso di fronte al suo sigillo. Neja prese il pezzo di carta e lo ripose nel tascapane insieme alla scatola col bastone. Una sensazione di tepore inebriò i loro corpi come una calda coperta. Ogni dolore dovuto alla stanchezza sparì all'istante. Erano pronti a combattere. Erano pronti a vincere.

Forti del sigillo, Jonah e Neja corsero come il vento tra i tronchi quasi spogli delle possenti querce. In breve raggiunsero il resto del gruppo. Scartavano velocemente tra radici e incantesimi come se fosse la cosa più banale del mondo. Ridevano di cuore divertiti da quella loro potenza. Imprecazioni si alzavano al loro passaggio e riempivano di orgoglio i due campioni.
Arrivarono in cima alla collina in un baleno. Si presero anche il tempo di rinfrescarsi in una piccola polla d'acqua nascosta in una radura. Erano pronti per rigettarsi nella gara. La discesa rendeva i loro passi più veloci ma non meno sicuri. Sentivano la vittoria tra le mani. Il vento aveva tolto loro il cappuccio e i capelli di Neja brillarono nell'ultimo sole autunnale. Jonah si sentiva felice e parte di qualcosa. Forse quel periodo buio della sua vita era finalmente finito. Il pensiero lo accompagnò per quasi tutto il percorso, finché un dolore lancinante al ginocchio gli mozzò il fiato in gola. L'odore di carne bruciata gli riempì le narici. Il rumore dell'esplosione che lo aveva colpito gli rimbombò nelle orecchie. Il suo sguardo terrorizzato incontrò quello preoccupato della ragazza. Un istante lungo un'eternità in cui Jonah vide lentamente il terreno venirgli incontro. Il dolore fu dappertutto. Intenso e insopportabile. Piccoli sassi si conficcarono nelle braccia raschiando via la pelle. Jonah scivolò a testa in giù con il volto coperto dalle braccia insanguinate per diversi metri. Il silenzio calò sui due interrotto solo dal rumore secco del legno che si spezzava. Avevano perso.
Due ragazzi li superarono ridendo tra di loro. Uno dei due si girò verso Jonah mimando una voce femminile "Ohh, scuuusa!" Scoppiarono a ridere e si inabissarono nel folto del bosco. Jonah cercò di alzarsi da terra ma le braccia facevano ancora troppo male. Neja si avvicinò per dargli supporto. Era arrabbiata. Furiosa. Fissava con astio il punto dove i due ragazzi erano spariti, poi si voltò verso Jonah e si sforzò di recuperare il sorriso "Non ti preoccupare, non è colpa tua! Siamo stati una coppia formidabile". Quello sguardo intenso lasciò di nuovo Jonah senza parole. Era sincera. Ci credeva davvero.
Altre coppie li raggiunsero e li superarono mentre Jonah cercava di rialzarsi. Tutti ridevano vedendoli in terra. Jonah infine riuscì a rimettersi in piedi, si scrollò la terra dalla tunica e iniziò a zoppicare lentamente verso valle. "Avresti dovuto scegliere qualcun altro".
"Scherzi? Non mi sono mai divertita tanto come oggi. E ormai sono tre anni che vivo qui ad Hangwick."
"Ma adesso ti toccano i lavori forzati."
"Beh, ne è valsa la pena. Ho finalmente trovato qualcuno come me in questo posto di opportunisti e ipocriti."
Erano passate diverse settimane da quel giorno. Durante tutto il periodo dei lavori forzati, Jonah non era riuscito ad incontrare Neja neanche una volta.
Dopo quella vicenda non solo veniva evitato dagli altri, ma anche deriso e vessato. Più di una volta si ritrovò a fissare in ginocchio il terreno con le lacrime agli occhi e un forte dolore allo stomaco. Tutti a turno lo avevano picchiato solo per il gusto di farlo. La gara aveva raggiunto il suo scopo. I novizi non erano mai stati tanto uniti come nelle occasioni in cui se la prendevano con Jonah. Infine venne la bufera che rapì la città ricoprendola sotto una pesante coltre di neve.
Erano giorni che non riusciva neanche ad uscire di casa e il vento tormentava le sue notti. Tutto sommato preferiva quella vacanza forzata al costante senso di inadeguatezza che lo tormentava durante gli allenamenti.
Cercò di raggranellare quanta più forza aveva nelle gambe e si alzò col suo pezzettino di carbone stretto nel pugno. Andò alla porta e tracciò con esso pochi segni. Pronunciò una formula magica e d'improvviso il rumore del vento cessò. Il freddo allentò la sua morsa e Jonah fu persino in grado di lasciar cadere la coperta in terra. Sua zia era ancora profondamente addormentata sulla sua sedia a dondolo. Forse era il caso di portarla a letto. Non fece in tempo a fare due passi nella sua direzione che sentì bussare. Il sigillo che aveva appena imposto doveva bloccare il vento, quindi c'era davvero qualcuno davanti alla sua porta. Corse ad aprirla per mettere al riparo il povero avventore che aveva osato sfidare quella bufera, ma davanti all'uscio non trovò nessuno.
Jonah si affrettò a richiudere la porta, ma nel farlo abbassò lo sguardo e notò qualcosa adagiato sulla neve. Un pacchetto. Lo raccolse e guardò intorno per cercare di individuare chi lo aveva lasciato, ma non vide nessuno. Richiuse la porta e si avvicinò al camino. Perplesso aprì il piccolo pacchetto e dentro vi trovò un bastoncino spezzato in due parti con uno spago a tenere insieme le due metà. Oltre a quello, solo un biglietto con tre semplici parole: "Non ti arrendere".
Jonah sorrise. Non si sarebbe arreso.


giovedì 11 novembre 2010

Mallory

E' dal risveglio che si capisce come andrà la giornata. Già il fatto che il sonno cerchi in tutti i modi di trattenerti nel letto dovrebbe farti capire tante cose. Poi però arriva qualcuno, un qualcuno a caso, ad esempio tua madre, che entra in camera sbraitando che è tardi, ti toglie le coperte e spalanca le finestre.
Ora, passino le urla. Alla fine una sveglia elettronica non è poi tanto diversa, il casino te lo sorbisci lo stesso. Potrei persino passare sopra la tortura barbarica di qualcuno che ti porta via le coperte. Non la condivido, ma la accetto come solo l'abitudine sa farti rassegnare. Ma se c'è una cosa che odio, che proprio non mi va giù, è la luce, la stramaledettissima luce del sole che ti si pianta negli occhi e te li fa bruciare. E' come se qualcuno ti piombasse addosso per strapparti via il sonno con la forza. Maledettamente brutale. La luce negli occhi al risveglio ti mette quel nervoso addosso che poi ti resta tutto il giorno. Puoi sforzarti quanto ti pare a contare fino a dieci, prima o poi arriva qualcuno a farti saltare la calma e avrai solo bisogno di sfogare i nervi.
Quando la luce arriva come una lama a ferirti gli occhi ancora assonnati, non sopporti più niente. Non sopporti le coperte tolte. Non sopporti le urla. E allora vorresti solo urlare anche tu, è naturale. Oserei dire un diritto. Ciò non toglie che urlare di prima mattina non fa bene al fegato, per non parlare di quanto facciano male le cinghiate sulla schiena che normalmente ne conseguono. E allora abbozzi. Sbuffi e ti alzi. Ti copri gli occhi con le mani per darti un po' di sollievo, per godere ancora un istante del buio. Poi però ti alzi. Ti metti a sedere sul letto e la tua giornata è iniziata. Anche oggi sarà una pessima giornata!
"Come fai a non svegliarti mai la mattina?" Dopo la batosta anche il sarcasmo. Se non fossi rimasto in piedi fino all'una a svuotare le grondaie e pulire il garage magari sarei riuscito ad andare a dormire presto e magari stamattina avrei fatto meno fatica a svegliarmi. "Ho fatto tardi stanotte. Non succederà più".
Questa pantomima si ripete tutte le mattine. Ogni sera devo fare qualche lavoro che mi costringe ad andare a dormire ad orari assurdi. Ogni mattina vengo sgridato perché vado a dormire ad orari assurdi.
"Buongiorno!" Ah, eccole qui. Gli angeli di casa. Le mie due adorate sorelle maggiori. Gemelle. Che mai e poi mai potrebbero rischiare di spezzarsi un'unghia per darmi una mano. Poverine. Mica si possono sciupare i loro bei vestitini per aiutare il loro fratellino. Vorrebbero, ma proprio non possono. Escono di casa che io ancora non sono rientrato da scuola. Rientrano che io sono già andato a dormire. E poi chi è che si prende le cinghiate?
A volte vorrei tanto essere stato adottato, ma poi guardo in faccia le due arpie e rivedo i miei stessi occhi, le mie stesse orecchie, i miei stessi capelli. Quando non se li tingono, ovviamente. Niente da fare, siamo parenti. Per fortuna non c'è papà, almeno per oggi mi risparmio gli svenevoli complimenti alla loro bellezza e a quanto sono brave. A far cosa non si sa. Il liceo l'hanno finito, e da allora non hanno fatto nulla se non uscire la sera e arruffianarsi papà per scroccare qualche soldo. Niente lavoro, niente università. Bella la vita!

Tutto sommato non mi dispiace andare a scuola. Non che mi piaccia studiare, ma almeno è un buon modo per tenersi lontani da casa. A casa non sono nessuno, ma a scuola, lì è tutta un'altra cosa. Sono il capitano della squadra di basket della scuola. Un ruolo che ho faticato a guadagnarmi. Quanta gente ho dovuto minacciare e quanti allenatori ho dovuto far cacciare via prima di arrivare ad essere il capitano. Credo di essermela un po' meritata la fama. Poi, da quando ho iniziato anche a praticare le arti marziali, la gente mi rispetta ancora di più. Sarebbe più corretto dire che mi teme, ma credo che i due concetti non siano così disgiunti.
Non è che uno sceglie di fare il bullo. E' una necessità. Tutte le scuole dovrebbero averne uno. Così, per rendere le giornate più frizzanti. Per dare alla vita quel pizzico di imprevedibilità.
Io in questo ruolo ci sono praticamente capitato per sbaglio. Quando sono arrivato in questa scuola regnava l'anarchia. Tutti facevano come gli pareva. Le uniche figure che incutevano un minimo di timore erano quei due energumeni idioti di Patrick ed Elm. Due grossi ammassi di stupidità, ma proprio in virtù della loro 'grandezza', tutti li evitavano con timore. Quei due si misero in testa di vessarmi perché ero il nuovo arrivato. A me. Che idioti. Mentre mi cercavano ho preso una corda dallo sgabuzzino del custode e ho preparato una trappola ai piedi del grande castagno al centro del piazzale della scuola. A quel punto mi sono fatto trovare e mi sono fatto inseguire. Badabooom. Sono rimasti appesi a testa in giù per ore, neanche il custode voleva liberarli. Dovevano essere proprio odiati. Da lì nacque la mia fama. Fui io a liberarli. Fui io a far smettere gli altri di ridergli dietro. Fui io a restituire loro una dignità. Da quel giorno mi seguono come due cagnetti ubbidienti e mi aiutano a mantenere l'ordine nella scuola. Niente più anarchia.

In seguito le cose hanno cominciato ad andare bene a scuola. Nel senso prettamente sociale, intendo, i voti stentano ancora a decollare. Quando la gente ti teme, cerca di averti amico, non certo di mettertisi contro. Non è vera amicizia. D'altra parte neanche Patrick ed Elm potrebbero essere considerati veri amici. Ma nella vita bisogna accontentarsi. In fondo adesso ho sempre il pranzo gratis. E anche la merenda. A volte persino la cena. Visto che i miei non mi passano una paghetta, è il meglio che possa aspettarmi.
Il timore è facile riconoscerlo. Lo vedi negli occhi, lo sguardo sfugge, cerca di evitare il contatto. Quando la gente ti teme non ti fissa mai negli occhi. Tutti ti guardano ma nessuno ti vede. A lungo andare ci si abitua. A non essere visto intendo. Non ti devi neanche preoccupare dei tuoi vestiti di terza mano. Tutti sono troppo impegnati ad ingraziartisi per notare le toppe sui gomiti della giacca.
In tutta la scuola solo una persona osa guardarmi negli occhi. Addirittura giudicarmi. In quello sguardo arrabbiato e al contempo impotente vedo la mia vita e la sua totale inutilità. Non è un caso se io ce l'abbia a morte con Elliot Summer. Quel moccioso mi irrita. E più cerco di piegare la sua arroganza e più lui continua a fissarmi negli occhi. Mi vede e mi giudica. Mi disapprova. Mi ripeto che non dovrebbe importarmi, ma ogni volta finisco sempre per perdere la ragione. E poi non posso permettere che la mia autorità sia messa in discussione, altrimenti perderei tutto il potere che ho faticosamente guadagnato instillando il terrore in ogni fibra degli studenti del McFrancis. Persino il suo amico, quel Peter, ha l'accortezza di dileguarsi ogni volta che mi avvicino. Bell'amico. Se è questo che fanno i veri amici, allora sono felice di non averne.

Ogni giorno la stessa storia. Se continuerà a fissarmi negli occhi, prima o poi qualcun'altro penserà di poter fare altrettanto. Sarebbe la fine del mio regno. E' per questo che a certa gente vanno inflitte pene esemplari. Così che altri non seguano le sue orme. Le rivolte non vanno sedate, ma impedite a priori.
Certo bisogna riconoscerglielo: è tenace. In più di un anno mai una volta ha supplicato. Non ha mai chiesto pietà. Si è fatte derubare, infilare con la testa nel water, legare al castagno all'ingresso. Credo di aver fatto la fortuna dei gommisti della città per tutte le volte che gli ho squarciato le ruote della bicicletta. Eppure non ha mai abbassato lo sguardo. Neanche una volta.
La prima regola è di non picchiare mai nessuno. Non tanto perché sia sbagliato. Le botte lasciano i segni, i segni sconvolgono i genitori - poverini-, i genitori chiamano il preside, il preside chiama mio padre, mio padre mi riempie di cinghiate. Meglio evitare le botte.
Però oggi è iniziata male, peggio del solito, pulire le grondaie è faticoso. Un cazzotto non ha mai fatto male a nessuno. Beh, sul momento fa male, ma poi passa. Se lo dai bene neanche lascia i segni. E' solo una via di sfogo, quasi terapeutico. Ne avevo bisogno, ed Elliot non manca mai di fornirmi le scuse adatte. Oggi non voleva darmi i soldi del pranzo, diceva di esserseli scordati. Chi è così scemo e distratto da scordarsi i soldi del pranzo. Quello che proprio non mi sarei aspettato era la risposta. Per carità, lo so, è una persona tenace, glielo riconosco, ma neanche ad un pazzo verrebbe in mente di rispondere ad un mio pugno. Non con Patrick ed Elm a coprirmi le spalle. E' semplicemente folle. Poi evidentemente lui non ha un padre che usa la cinghia, o magari la usa solo per tenersi su i pantaloni. Non si è preoccupato di non lasciare segni.
L'ho colpito allo stomaco. Fa male. Ti stronca un pugno ben assestato allo stomaco. Nessuno rialza lo sguardo dopo un pugno del genere. Neanche uno tenace come lui. Così mi sono permesso il lusso di girare un po' la testa per godermi lo sguardo estasiato di Patrick ed Elm rapiti e ammirati dalla mia forza. Neanche l'ho sentito arrivare, ho sentito solo un dolore lancinante ad un dente. Come se all'improvviso mi fosse venuta una carie. Di quelle che ti scavano nel nervo. Ho sentito la radice che usciva dalla mascella. Il resto era solo sangue e dolore. Quel bastardo mi ha dato un pugno in faccia. E pure forte. La cosa strana è che la prima cosa che ho pensato prima di cercare di ucciderlo fu che tutto sommato non era malaccio. Poi però la rabbia e l'umiliazione mi hanno riportato alla ragione.
Volevo soltanto sentire il suo sangue colare sul mio pugno, non mi sembrava di chiedere molto. E sarebbe successo se non fosse arrivato quello stupido prof. Quello Stevens. Il professore di scienze. Evidentemente non aveva di meglio da fare se non mettersi in mezzo. Così dopo il danno anche la beffa. Avrei dovuto passare due ore nell'aula di punizione da solo con Elliot. E con Stevens a farci la guardia.
Lo sapevo che oggi sarebbe stata una pessima giornata!


venerdì 29 ottobre 2010

Elliot

L'orologio da tavolo lampeggiava furiosamente sulle 04:21. Gridava a più non posso che da più di quattro ore la luce era saltata, ma nessuno sembrava darle ascolto, così, infastidito e stanco di essere trascurato, si spense. Di nuovo. Era successo di nuovo. E come ogni volta, dopo i soliti tre minuti, scattò l'allarme anti-incendio.

Elliot quasi cadde dal letto per lo spavento. Doveva esserci abituato ormai, succedeva anche due o tre volte a settimana, ma non era certo il miglior modo di iniziare la giornata quello di essere svegliato da una sirena strampalata che, col suo motivetto allegro comunicava al mondo intero l'incapacità del padre o quantomeno la sua totale mancanza di rispetto per il sonno altrui.
Dopo alcuni secondi di sbandamento nei quali cercò disperatamente di aggrapparsi a quell'ultimo barlume di sonno che gli stava scivolando via dagli occhi, decise di alzarsi.
Solitamente quando scatta un allarme anti-incendio, la gente corre in strada, arrabattando più cose possibili lungo la via nella speranza di salvare qualche cimelio di famiglia dalle fiamme che si presume stiano divampando da qualche parte in casa. In un certo senso la tradizione era rispettata anche in casa di Elliot. Sua madre infatti, ogni volta che sentiva scattare l'allarme, come un automa scattava in piedi, arrabattava i primi vestiti che riusciva a trovare nell'armadio tenendo ancora gli occhi chiusi, li indossava sopra il pigiama e scattava fuori di casa come un fulmine, pronta per accogliere il vicinato che, per l'ennesima volta, era stato buttato giù dal letto ad orari improbabili e veniva a proporre le proprie rimostranze.
Questa mattina non fu diversa dalle altre, con l'unica differenza che Anna, la madre di Elliot, indossava un tailleur marrone, uno di quelli belli, con la camicia giallo canarino che aveva comprato la scorsa stagione durante il periodo dei saldi. Aveva la borsa a tracolla. Non c'era mai tempo per prendere la borsa, figuriamoci se poteva correre fuori casa con i tacchi.
Elliot cercò sul comodino gli occhiali. Qualcosa lo agitava e non aveva ancora afferrato cosa. Nonostante si svegliasse in quella maniera da sempre, non riusciva mai ad abituarsi. Trovò gli occhiali tra un portapenne e la lampada da tavolo che, evidentemente, stava tenendo una discussione molto accesa con le sue lenti e non sembrava assolutamente intenzionata a lasciarle andare perché, nel momento in cui riuscì ad inforcare gli occhiali, la prima cosa che il ragazzo riuscì a distinguere fu la lampada che si schiantava a terra trasformando il pavimento in un insieme di luccicanti vetri. Luccicanti. C'era qualcosa che non tornava e non riusciva ad identificare cosa.
Si strofinò la faccia per svegliarsi meglio e si avvicinò di nuovo alla finestra giusto in tempo per vedere la madre salire sulla sua berlina giallo canarino, accendere il motore ed andarsene.
Non c'erano vicini da accogliere, non c'erano scuse da porgere, non c'era il benché minimo interesse per la sirena scattata per l'ennesima volta. La gente camminava lungo il viale semplicemente ignorando quello che accadeva in casa sua.
Il perché di tutta quella gente in strada sembrava un mistero incomprensibile. E sua madre, dove se ne andava in giro a quell'ora del mattino? E da dove veniva tutta quella luce?

L' intuizione fu come una doccia gelata, una di quelle che ti fanno penetrare il freddo fin dentro le ossa. Corse giù per le scale evitando per poco uno dei giocattoli del fratellino, non si fermò neanche quando andò ad impattare contro il divano in mezzo al soggiorno. Fece una capriola degna di un campione olimpico sui morbidi cuscini color giallo canarino che la madre aveva da poco spiumacciato e continuò la sua folle corsa fino ad arrivare alla porta del garage. Entrò, o meglio, irruppe nel garage col fiato corto e, con quel poco di aria rimastagli nei polmoni, gridò "Che ore sono?".
"Buon giorno anche a te, tesoro" gli rispose il padre, anche lui vestito di tutto punto. Si stava sistemando la cravatta sotto il gilet giallo canarino che gli aveva regalato la madre lo scorso natale. Anna aveva una sorta di ossessione per il giallo canarino, tutto in casa o era di quel colore o era bianco. Orribile, ma dopo 15 anni ci si faceva l'abitudine, e Elliot i quindici anni li aveva compiuti da poco, pertanto si era ufficialmente abituato. "Scusami per il trambusto di poco fa, stavo finendo di sistemare questo maledetto circuito, quando una scarica di corrente ha fatto scattare l'allarme".
"Che ore sono?" ripeté Elliot che finalmente aveva recuperato l'uso della trachea iniziando però a perdere quello della pazienza. Il padre si guardò l'orologio da polso. Aveva avuto il tempo di mettersi anche quello. Di solito era un evento straordinario vederlo con qualcosa di diverso dalla sua tuta, e ora invece indossava gli abiti 'seri', quelli che si mettono solo per andare in ufficio o a cena fuori. Aveva persino l'orologio da polso, doveva essere proprio tardi.
"Sono le 9:32", batté due colpi sul quadrante e lo portò all'orecchio, lo agitò un po' e poi confermò "Si, sono le 9:32, ma tu non dovresti essere già a scuola?"
Elliot sapeva benissimo dove sarebbe dovuto essere a quell'ora, quindi non perse tempo ad aspettare la fine del discorso e scattò su per le scale, indossò le prime due cose che trovò nell'armadio e scappò via. Edward, il suo adorato fratellino, uscì dalla sua stanza giusto in tempo per vedere Elliot che saltellava per le scale cercando con una mano di infilarsi una scarpa e con l'altra di passarsi lo spazzolino da denti in bocca. Cadde.
Edward andò a recuperare il modellino di autotreno sul quale era inciampato il fratello ridendo come non mai per il buffo spettacolo al quale aveva appena assistito, molto più divertente di quello che di solito metteva in scena la madre. Ripreso il giocattolo se ne tornò a dormire in camera giusto in tempo per evitare la carica di Elliot che ritornava nella sua stanza tutto trafelato. Aveva dimenticato lo zaino.

Mentre sfrecciava per le strade del quartiere verso la scuola sulla sua bicicletta, pensava tra sé e sé che prima o poi avrebbe dovuto ammazzarlo il padre, non del tutto, quel tanto che bastava per impedirgli di stravolgergli la vita. Se lo appuntò a mente, magari lo avrebbe affrontato quella sera stessa, o magari l'indomani, o forse non lo avrebbe fatto per nulla. Dopotutto era divertente correre in bicicletta con ancora il toast al formaggio stretto fra i denti. Dopotutto non c'era mai da annoiarsi in casa sua. Dopotutto aveva una scusa plausibile per saltare l'interrogazione di storia.
Forse quel pomeriggio sarebbe uscito a comprare un regalo al padre per ringraziarlo.
La scuola iniziò a materializzarsi che Elliot ancora non aveva finito di fare la sua eccentrica colazione. Dapprima vide i piani alti, con le finestre piccole incastonate in un assurdo muro di colore rosa, spuntava da sopra il dosso che stava risalendo, poi iniziò a intravvedere gli alberi di castagno che circondavano il giardino, infine vide il cancello, di metallo verde, con le sbarre che si contorcevano sinuosamente per disegnare un leone con le ali, simbolo della loro scuola. L'istituto McFrancis.
Il custode stava chiudendo il cancello. Succedeva ogni giorno alle dieci in punto, ovvero quando non era più possibile entrare, dopodiché chiunque non si fosse presentato accompagnato da un genitore sarebbe stato rispedito a casa. Non oggi, non proprio quando doveva presentare il suo progetto di scienze, non dopo tutto il lavoro che aveva fatto. Accelerò più che poté, pigiò sui pedali con tutta la foga che aveva in corpo, si sollevò anche dalla sella per darsi una spinta maggiore. Si infilò nel cancello proprio mentre si stava per chiudere, mandando a gambe all'aria quel pover'uomo del custode che gli lanciò dietro tutte le maledizioni che gli vennero in mente, qualcuna la inventò lì sul momento, una più pittoresca dell'altra.
Avrebbe dovuto subirsi una bella predica dalla preside per il ritardo, ma ce l'aveva fatta, era arrivato in tempo, avrebbe avuto il suo foglio di ritardo firmato e si sarebbe andato a preparare per l'esposizione nell'aula di scienze.

"Di nuovo in ritardo, Summer?" la voce investì Elliot come un autotreno, ma uno di quelli reali, non come i modellini di Edward. Il sorriso scomparve dalle sue labbra, era Mallory, il bulletto della scuola. Tutte le scuole ne avevano uno, anzi, di solito ne avevano più d'uno. Loro avevano solo Mallory, ma valeva per dieci. Capitano della squadra di basket e cintura marrone di Karate. Amava ripeterglielo ogni volta che voleva rubargli i soldi per il pranzo o lo rinchiudeva in bagno per 'rifargli il capello'. Elliot aveva seri dubbi sulle competenze da acconciatore che si attribuiva l'altro, ma ogni volta che si ritrovava a testa in giù sul water si guardava bene dall'esporgli tali perplessità. Questa non ci voleva, poteva essere una giornata perfetta, invece c'era Mallory. C'era sempre Mallory. Il moscerino caduto nella zuppa di fagioli che altrimenti sarebbe squisita, ecco cos'era Mallory. La gramigna che infestava uno splendido giardino di rose. Tu provi ad evitarla, strapparla, soffocarla, ma quella rispunta fuori sempre più forte e ti distrugge il tuo bel giardino. Maledetto.
Elliot si voltò a guardare, magari era qualcuno che per fargli uno scherzo ne aveva imitato la voce. Già perché ogni bullo deve avere la sua vittima prediletta, e lui era quella di Mallory. Non certo un motivo di vanto, e per questo i suoi compagni lo prendevano in giro. Aveva un padre idiota, portava gli occhiali, era il classico secchione, e per cosa lo prendevano in giro? Per via del suo rapporto con il più simpatico e amichevole bulletto di quartiere.
Mallory era come al solito con i suoi due scagnozzi, Coso e Cosetto, così li chiamava. Elliot era sicuro che avessero un nome proprio, ma dubitava avessero un intelletto talmente evoluto da saperlo pronunciare. Dopotutto erano arrivati in seconda classe solo perché, dopo tre anni di militanza in prima, la professoressa era talmente disperata che pur di levarseli di torno decise di promuoverli.
"Non ho tempo ora, devo andare in classe" provò a dire, ma se ne pentì subito. Non si può negare ad un bullo l'immenso piacere di punzecchiare un po' le sue vittime. Per un lungo istante pensò se fosse il caso di chiedere scusa per la sua insolenza, ma poi suonò la campanella. L'amica campanella. Non come quella che lo aveva svegliato la mattina, no, l'amorevole e compassionevole campanella che segnava la fine della seconda ora e che avrebbe portato centinaia di studenti a riversarsi nei corridoi fornendo ad Elliot il diversivo necessario per liberarsi da quella fastidiosa situazione. L'ultima cosa che vide mentre si infilava nell'aula di scienze erano i volti sperduti di Coso e Cosetto che si guardavano in giro per cercare di capire da dove venisse quel suono. Due veri geni, non c'è che dire.

Il professor Stevens era già in aula, era appoggiato alla cattedra intento a leggere dei fogli. Il suo compito, la sua relazione. "Ottimo lavoro, come sempre, non vedo l'ora di assistere alla tua presentazione". Elliot aveva preparato un modellino di una casa alimentata con energie alternative e ne avrebbe elogiato davanti alla classe il risparmio economico che si sarebbe potuto avere con una casa del genere e l'impatto positivo che questa avrebbe avuto sull'ambiente. In realtà si era limitato a copiare quella che era casa sua. Suo padre era quello fissato con l'ecologia, o meglio, era fissato con le invenzioni elettroniche, se poi questo portava un vantaggio per la natura, tanto di guadagnato. Aveva passato le ultime due settimane a cercare di decifrare gli appunti del padre, si era anche fatto dare le planimetrie di casa dal catasto, ma quando aveva visto che ormai non corrispondevano a quella che era realmente casa sua, le restituì facendo finta di non averle mai prese. Aveva infine realizzato un plastico che riproduceva perfettamente quella serie di accrocchi meccanici ed elettrici che il suo papà si ostinava a chiamare invenzioni. Ora lo avrebbe presentato davanti ai suoi compagni che lo avrebbero guardato ammirati e acclamato come l'eroe dei nostri tempi. Le manie di grandezza doveva averle ereditate dal nonno. Forse ai suoi tempi la gente acclamava i compagni di classe, al giorno d'oggi però era ormai una pratica in disuso, ma a Elliot piaceva vagare con la fantasia e illudersi di essere speciale.

La sua esposizione alla classe durò circa venti minuti, elogiò le proprietà del fotovoltaico, decantò le magnificenze del riciclaggio e si entusiasmò parlando delle fosse biologiche. In cambio ne ricevette solo sbadigli e sguardi noncuranti. Un paio di ragazze dal fondo della classe parlottavano e sghignazzavano tra di loro sfogliando una rivista, un altro compagno batteva febbrilmente i tasti del suo cellulare per scrivere un messaggio, solo una persona aveva lo sguardo fisso nei suoi occhi, attenta e vigile, pronta a cogliere il più piccolo errore o imprecisione. Era Lara, coi suo occhialetti un po' larghi che le scendevano sul naso e che puntualmente prima di parlare si aggiustava col dito. Si sistemò in una coda la sua folta chioma di ricci castani, era pronta a parlare, era pronta ad attaccare, era pronta a stroncarlo.
Alzò una mano per chiedere parola nell'istante stesso in cui Elliot stava rimettendo via i suoi appunti. Una vera e propria dichiarazione di guerra non c'era mai stata tra di loro, ma da sempre si contendevano il ruolo del più secchione e sfigato della scuola. Elliot era in vantaggio per via dei pestaggi che subiva regolarmente, ma anche Lara si difendeva bene grazie agli scherzi che le facevano le altre ragazze. I due non si potevano vedere, e la soddisfazione dell'una era screditare l'intelligenza dell'altro. Due amici modello.
Non appena il professore le diede parola si alzò in piedi ed iniziò a sciorinare numeri, studi e pubblicazioni che integravano, quando non demolivano, quello che Elliot aveva faticosamente raccolto nel suo lavoro. La classe era un coro di risolini sommessi e ghigni malcelati, perché se è vero che le scienze non destano mai l'attenzione di nessuno, l'umiliazione pubblica di un compagno di classe è roba da prima pagina.
Alla fine della sua esposizione Lara sorrise dolcemente al professore e lo ringraziò per il tempo concessole, si sedette, alzò il suo sguardo verso Elliot, e tutto il suo trionfo e il suo odio si riversarono nella mente del ragazzo, che non poté fare altro se non massaggiarsi le tempie e avviarsi mestamente verso il suo posto. Sconfitto per l'ennesima volta.

Riuscì ad evitare Mallory per tutto il giorno, ma non le parole di scherno per la sua recente figuraccia, che lo accompagnarono ad ogni cambio dell'ora. A volte girava un angolo e vedeva un paio di compagni di classe che improvvisamente smettevano di parlare con altri ragazzi, oppure sentiva inconfondibili le risatine del gruppetto di ragazze che avevano finalmente trovato qualcosa di interessante da raccontare su una lezione di scienze. Ad ogni passo si sentiva sempre più ridicolo, e poi c'era lei, lei con cui divideva ogni corso, che frequentava tutte le sue classi e che non mancava di esibire il suo ghigno trionfante ogni volta che si incontravano. Lei lo salatuva. Lui le augurava una paralisi. Poi però puntualmente abbassava lo sguardo e rispondeva al saluto con un cenno della testa. Prima o poi doveva sbagliare, e lui sarebbe stato lì, magari con tanto di videocamera per riprenderla. La sua vendetta l'avrebbe gustata fredda, e di quel passo sarebbe stata di certo gelida. In due anni che frequentava quella scuola non era mai riuscito a coglierla in fallo. Lei, bella e trionfante, non aveva mai sbagliato. Maledetta.
Elliot accolse con sollievo il suono dell'ultima campanella. Finalmente era finita. In silenzio si diresse verso la classe di storia ad aspettare il suo amico Peter, con lui avrebbe fatto la strada per tornare a casa, e lui come sempre l'avrebbe consolato, come sempre l'avrebbe incoraggiato, come sempre l'avrebbe stracciato ai videogiochi. Peter, l'amico insostituibile, quello che c'era sempre, tranne ovviamente quando compariva Mallory, allora si dileguava. A volte Elliot si ritrovò a chiedersi se Peter e Mallory non fossero la stessa persona. Due facce della stessa medaglia. Dr. Jekill e Mr. Hide o, per essere più precisi, Bruce Banner e Hulk il verdastro. Quando c'era uno non c'era l'altro e viceversa. Maledetto.
Andarono a riprendere le biciclette ma, quando Elliot fece per togliere la catena che la legava alla rastrelliera, notò che la ruota posteriore era completamente squarciata. Evidentemente Mallory non aveva mandato giù la sua fuga mattutina, o forse il custode aveva deciso di passare dalle maledizioni ai fatti. Cos'altro poteva andare storto in quella giornata perfetta. Passò Lara che lo salutò "Bella esposizione oggi a scienze, peccato fosse così lacunosa". La stilettata finale. Bofonchiò qualcosa e si girò verso Peter.
Si caricò la bicicletta in spalla e si diresse verso casa dell'amico, doveva riparare la ruota prima di tornare a casa, altrimenti si sarebbe trovato a dover dare più spiegazioni del necessario. Tra sé e sé maledisse quella stramaledetta sirena ad ogni passo, se non avesse suonato sarebbe rimasto a casa tutto il giorno a fare nulla. Decisamente non sarebbe passato a comprare un regalo per il padre.